Massimo Minini

18 Settembre 2018

A Parigi, da Daniel Templon

Parigi 1968 oppure 1969? Rue Bonaparte 62. Sono nella galleria di Daniel Templon, allora agli inizi, ma da subito sperimentatore curioso (solo la povertà o la mancanza di economia ti spinge verso il nuovo).

Non ricordo bene se presentava una mostra di Ben Vautier (la prima che me lo fece conoscere) oppure un altro curioso artista che proponeva aromi e fumi colorati e di cui mi sfugge il nome, però molto interessante. Io eccitatissimo davanti a queste novità, anche se in Italia (allora vivevo a Roma) non mancavano alcuni giovani artisti molto innovativi e che si affacciavano al successo che poi avrebbero mantenuto per anni: dopo Mario Schifano e la Scuola di Piazza del Popolo (appunto Schifano, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Franco Angeli, i divi e i protagonisti della dolce vita romana), si stavano imponendo Pino Pascali (deceduto prematuramente nel 1968), Jannis Kounellis e stava per apparire sulla scena Gino De Dominicis. Mentre a Milano, oltre a Piero Manzoni che aveva già compiuto il suo ciclo, operavano Enrico Castellani e Luciano Fabro. A Torino invece stava esplodendo l’Arte povera con Germano Celant, implacabile timoniere di un gruppo formato da Giovanni Anselmo, Mario Merz, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti, Giulio Paolini, con propaggini a Roma (Pascali, Ceroli, Kounellis) e Bologna (Pier Paolo Calzolari, un po’ appartato ma bravissimo – di lui me ne parlò Mario Schifano per una leggendaria mostra allo Studio Bentivoglio, con dei colombi che volavano). E poi Genova con Emilio Prini che forse ha anche svolto un ruolo da regista con la Galleria La Bertesca di Masnata. Ma non lo sapremo mai. Perché in realtà, con l’articolo-manifesto di Germano Celant, Appunti per una guerriglia, apparso su Flash Art nel 1967, l’Arte povera era già stata battezzata e ormai consacrata. La situazione artistica italiana di quegli anni era tra le più vivaci in Europa, tant’è che la scena europea manifestava un reale interesse nel monitorare alcuni artisti e gallerie italiane.

Ma Parigi è sempre Parigi e, soprattutto allora, seguivo con Getulio Alviani almeno mensilmente, l’attività della galleria Denise René con i suoi Max Bill, Vasarely, Soto, Cruz-Diez, Yvaral, ecc. Eravamo presenti a ogni inaugurazione. Ma, oltre a Denise René, io curioso come una scimmia quale ero, molto spesso mi avventuravo alla ricerca di novità in altre gallerie circostanti. E Rue Bonaparte è una traversa di Boulevard Saint-Germain, il cuore della Parigi dell’arte, dove al numero 196 c’era la sede della galleria di Denise René. Dunque non era difficile cercare sollecitazioni emotive e intellettuali nell’area di soli cinquecento metri, il cui epicentro era la mitica Rue Jacob, sede della rivista Tel Quel (Éditions du Seuil), dove l’intellighenzia francese ed europea si era raccolta per interpretare il futuro del mondo (Philippe Sollers, uno dei fondatori, e critici e pensatori come Julia Kristeva, Roland Barthes, Jacques Derrida, Michel Foucault, Georges Bataille, Tzvetan Todorov, Umberto Eco, ecc.) e dove nei pressi avevano aperto le nuove gallerie più propositive, come Yvon Lambert e appunto Daniel Templon.

Arriva con una valigetta da rappresentante Massimo Minini

Io, con una valigetta contrassegnata da Flash Art, parlavo con Daniel Templon, giovanissimo gallerista allora ventiquattrenne, quando mi si avvicina un giovane mingherlino, timido e apparentemente impacciato. “Lei è Giancarlo Politi? Io sono Massimo Minini, da Brescia, e sono un appassionato lettore di Flash Art. Volevo solo conoscerla, salutarla e complimentarmi con lei”. Una stretta di mano, un ringraziamento formale e via, mentre io continuo a parlare con Daniel Templon che mi illustrava egregiamente la mostra. Poi scopro che prima di ogni mostra, Daniel si faceva spiegare (sino ad impararlo a memoria) esattamente cosa dire su ogni artista o mostra ai suoi visitatori da Catherine Millet, astro nascente della critica e della letteratura francese e allora sua compagna. Fraternizzai con Daniel, di cui divenni amico e frequentatore assiduo della galleria (trascorremmo insieme anche alcune estati a Nizza), al punto che qualche anno dopo, quando lui decise di aprire una galleria a Milano, in via Monte di Pietà – forse anche su mio incoraggiamento poiché avevo inviato da lui alcuni collezionisti che conoscevo, soprattutto per promuovere Ben Vautier – fui costretto a intestarmi il contratto della galleria stessa, perché la proprietaria dell’immobile non volle intestarla a Templon, in quanto cittadino straniero e senza referenze italiane. Daniel mi passava l’importo dell’affitto che io giravo alla proprietaria della galleria. Forse un giorno racconterò le mie frequentazioni con Daniel Templon, che durarono una decina di anni.

Nelle gallerie romane, quando chiedevo la pubblicità, scoppiavano a ridere!

Io, come detto, allora abitavo a Roma, in Via Fontana Liri 27, sulla via Prenestina, un bell’appartamento che avevo ottenuto in affitto dalla moglie di un famoso palazzinaro dell’epoca, in cambio di qualche opera e che ovviamente utilizzavo anche come redazione di Flash Art. Ma Roma mi stava stretta, non per l’atmosfera artistica, che era bellissima (ogni sera a cena con Alberto Burri, Piero Dorazio, Jannis Kounellis, Pino Pascali, o Sergio Lombardo che abitava proprio accanto a Piazza del Popolo. E un paio di volte anche con l’inavvicinabile Cy Twombly, a casa di suo cognato il Barone Giorgio Franchetti, e una volta insieme a Paolo Sprovieri, sulla sua barca). Allora, ma forse anche oggi, a Roma si viveva splendidamente in centro, se eri benestante o ricco. Soprattutto con una rivista d’arte – l’unica in Italia – che ti dava lustro e notorietà. Ma con i galleristi di allora che frequentavo perché in sintonia con Flash Art, cioè Plinio De Martiis della galleria La Tartaruga, Gian Tomaso Liverani de La Salita e Fabio Sargentini de l’Attico, se si parlava di pubblicità nella rivista, si mettevano a ridere. Presuntuosi e poco generosi con tutti. Anche perché intelligenti ma improvvisati, non immaginavano che potesse esistere la pubblicità per una galleria d’arte, considerata da loro come un luogo sacro, un tempio della cultura, mai una struttura anche commerciale. Il solo che fece un piccolo gesto fu Fabio Sargentini che, in cambio di alcune pubblicità, mi offrì un atipico Asger Jorn (difatti sembrava un Rotella) che possiedo ancora perché non appetibile. Per il resto buio pesto. Ma io ero molto determinato e sicuro del mio prodotto per cui iniziai a frequentare Milano e Torino, con qualche modesto risultato economico. Ricordo una frase, ironica ma non tanto, che mi disse Giulio Carlo Argan, mitico storico dell’arte e per alcuni momenti anche critico militante e sindaco di Roma: “Vedi Politi, nell’arte, quando io sento parlare di denaro, prenderei una pistola e sparerei”. A Roma, a quei tempi, il mercato era guardato con sospetto, quasi fosse un malaffare, soprattutto dalla critica accademica. Certe posizioni teoriche di Venturi, Argan, Calvesi, de Marchis, Brandi, Ponente, mi ricordavano il Savonarola e le sue invettive contro il potere temporale. I critici accademici guardavano il mercato d’arte e la pubblicità, come opera del diavolo. E le gallerie più innovative erano sulla stessa lunghezza d’onda. Non ricordo mai di aver sentito da Lo Savio, Kounellis, Pascali, che avevano ricevuto del danaro dalle gallerie. Il rapporto tra artista e gallerista si basava su concetti quali fede e speranza, l’artista doveva essere felice di aver esposto. Il gallerista teneva gli introiti per una eventuale vendita e le opere. Nessuno escluso. La sola galleria, gestita ottimamente con un criterio commerciale, era la Marlborough in via Gregoriana, allora diretta dalla efficientissima Carla Panicali e che rappresentava Fontana, Burri, Dorazio, Perilli, ecc. oltre agli stranieri della grande Marlboro di allora, il primo network artistico degli anni ’60, con sedi a Roma, Londra, New York, Madrid, Barcellona.

Da Roma, a bordo della 4 cavalli, carico come un somaro, sbarco a Brescia

Per me, la svolta avvenne quando il grande collezionista di allora, Guglielmo Achille Cavellini, mi invitò a Brescia a sue spese, per vedere la sua collezione. Poi scoprii che in realtà voleva mostrarmi le sue opere. A Brescia conobbi un artista, Valentino Zini, molto bravo ma troppo timido per imporsi sulla scena, che aveva esposto anche con Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Pio Monti, molto spesso al mio seguito oppure io al suo nelle peregrinazioni, rilevò una piccola galleria a Brescia che faticosamente Valentino Zini portava avanti e iniziò una scoppiettante attività con mostre di artisti cinetici e concreti (Albers, Morellet, Alviani, ecc.) ma ma anche comportamentali, come Fabio Mauri (la famosa performance “Ebrea” nacque nella Galleria Acme Studio di Pio Monti a Brescia) e Claudio Cintoli. Tramite Zini conobbi un serio collezionista, Antonio Spada, con cui nacque anche un certo rapporto di amicizia, malgrado lui fosse un finanziere e si sa, i grandi finanzieri sono esseri a sangue freddo, come i serpenti. Di umano hanno solo l’aspetto esteriore. Io gli suggerii anche qualche artista da acquistare per cui, in breve tempo, da collezionista locale divenne un collezionista internazionale (con bellissime opere di Pollock, Mark Rothko, Franz Kline, Barnett Newman, oltre a giovani come Paolini, Pistoletto, Zorio, Kounellis e altri. Una collezione fantastica che qualche anno dopo, in seguito a una rapina subita in casa, svendette al gallerista Paolo Sprovieri di Roma). Antonio Spada, noto professionista a Brescia, aveva accanto al suo ufficio un appartamentino di due stanze libero e me lo offrì, invitandomi a lasciare Roma e trasferirmi a Brescia. Cosa che feci immediatamente: caricai tutti i miei stracci e il piccolo archivio di Flash Art su una quattro cavalli e da Roma senza nemmeno uno stop (forse uno per il rifornimento di benzina?) mi fermai a Brescia, abbandonando appartamento, mobili, copie della rivista e tutta la mia corrispondenza cartacea. Senza mettervi più piede per oltre dieci anni, frustrato dalle vessazioni subite anche dalle persone più più vicine e insospettabili (il mio avvocato rubò una parte della mia piccola collezione; la mia vicina di casa si appropriò di alcune opere di Schifano, Festa, Kounellis, senza mai restituirmele; gli stampatori che mi presentavano un preventivo per stampare Flash Art e poi alla fine i costi erano triplicati, consegne ritardate o mai effettuate, copie della rivista tenute in ostaggio se non saldate immediatamente e in contanti, e così via). E questa fu anche la ragione (dolorosa per me) di aver perduto il contatto con compagni di vita che mi avevano dato molto, come Emilio Villa, Gino Marotta, Giovanni Carandente, Claudio Cintoli, Claudio Verna, Sergio Lombardo, ma anche Schifano e Tano Festa. E in parte anche con Alberto Burri, che però visitavo saltuariamente a Città di Castello, quando mi recavo a Trevi. Brescia era per me la location ideale: zero costi di affitto, spesso invitato a pranzo o cena da Antonio Spada, Achille Cavellini e altri amici, un’ora di distanza da Milano, dove almeno una o due volte la settimana mi recavo, in giro per gallerie, mostre, artisti. Mentre da solo, senza nemmeno una segretaria o assistente, lavoravo nel bellissimo appartamentino di Antonio Spada, vedo entrare quel giovane che uno o due anni prima mi si era presentato alla galleria Templon a Parigi: Massimo Minini da Brescia. E così, da allora iniziò una frequentazione con Massimo con un cappuccino ogni mattina. Mi pare che lui frequentasse l’Università a Milano, ma nel frattempo lavorava nella ditta di suo padre che vendeva piccoli mobili a negozi e supermercati. Lui cercò di allargare il giro di affari di suo padre girando per l’Europa (spesso con me) a offrire questi prodotti ai supermarket o grandi magazzini locali (ricordo che un suo cliente era la grande Galerie Lafayette di Parigi, a cui Massimo vendeva porta riviste, qualche sgabello o accessori da bagno: prodotti che lui poteva caricare in macchina e mostrare agli eventuali clienti, spesso con buoni risultati). Con questo lavoro Massimo era un ragazzo economicamente indipendente. Grande appassionato d’arte e intelligente, anche se allora possedeva una conoscenza ancora provinciale dell’arte.

Da Brescia a Milano, senza soldi ma con grandi speranze

Quando mi trasferii a Milano – dopo aver accettato, anche in questo caso, un ufficio offertomi generosamente da Achille Mauri, fratello di Fabio e successivamente, in Viale Piave, ospite di Gino Di Maggio – Massimo Minini si offrì di lavorare per Flash Art, con una generica mansione di manager (all’epoca nessuno dei due sapeva cosa significasse). Figurarsi, io da solo e Massimo general manager. Di cosa? In realtà si occupava di trascrivere i nomi e gli indirizzi degli abbonati, cercare (senza alcun successo ahimè) qualche pubblicità e accompagnarmi nei viaggi in Europa. In uno di questi viaggi ci fermammo alla galleria Annemarie Verna a Zurigo, dove io acquistai per una cifra irrisoria, due piccole opere di Robert Ryman. Una delle quali mi fu chiesta da Massimo come stipendio del mese: con mia e sua felicità. In un nostro viaggio di lavoro in Germania, bisticciando con un portiere d’albergo che ci aveva riservato una stanza diversa da quella prevista, arriva la polizia con dei cani lupo al guinzaglio. Io da italiano esagitato mi scaglio contro il poliziotto, il quale con una semplice mossa di karate mi getta a terra. Da terra vedo i due cani lupo sfiorarmi il viso, mentre il poliziotto sorrideva. Massimo Minini, vicino a me, era allibito e voleva scappare. Pensava di essere perseguito anche lui e di dover tornare a Milano da solo. Invece il poliziotto con un sorriso gentile mi aiuta ad alzarmi, chiedendomi scusa, e redarguisce il portiere per avermi assegnato una stanza diversa. Io e Massimo restammo sconvolti e io abbracciai il poliziotto per la tolleranza, il quale versò anche qualche lacrima di commozione di fronte al mio abbraccio. Incredibile vedere un poliziotto tedesco lacrimare di commozione. Comunque un tale comportamento è rimasto per me sempre un fatto inspiegabile, avendo conosciuto, in altre circostanze, il rigore e il sadismo della polizia tedesca.

Io la cicala, Massimo Minini la formica

Massimo, oltre ad essere intelligente, era una persona spartana e ordinata: mentre io ero la cicala, lui era la formica. Io sprecavo, lui raccoglieva. Raccoglieva e metteva via tutto. Dalle fatture degli hotel o ristoranti, alle scatole di fiammiferi, forse anche gli stuzzicadenti e i sottobicchieri dei boccali di birra. Ogni souvenirs per lui era occasione di collezionismo ma soprattutto di ricordi, che ancora custodisce. In occasione di Documenta 5 nel 1972, Gino Di Maggio ci prestò un furgoncino della sua ditta di pulizie per portare a Kassel cinquecento valigette con la scritta Flash Art, progettate da Pio Manzù per la Fiat che, attaccando una loro etichetta all’interno, ne divenne lo sponsor e me ne regalò appunto cinquecento (la prima forma di sponsorizzazione?). Ebbene, io e Massimo alla guida di questo furgone verso Kassel, con un rumore assordante e inquietante ad ogni curva per le valigette sballottolate da un lato all’altro, passando per la Svizzera cercammo di entrare in Germania. Dove alla frontiera, con un furgone pieno di valigette e magliette di Flash Art, senza alcun documento di trasporto, ci bloccarono immediatamente. Respingendoci ovviamente in modo sarcastico, ma anche un po’ razzista. Gli italiani di allora, soprattutto in Germania, erano i magliari. Gli anticipatori dei “vu’ cumprà”. Tentammo subito di entrare da un’altra dogana meno frequentata. Ma, anche qui bloccati senza pietà dai solerti e indignati doganieri tedeschi. Ricordo che trascorremmo la notte dormendo sui sedili di questo furgone scomodo e un po’ sconquassato: alle quattro del mattino mi svegliai e chiesi a Massimo di tentare il tutto per tutto verso un’altra dogana secondaria di non so quale sconosciuto paese della Svizzera. Avvicinandoci vedo le sbarre alzate chiedo a Massimo, che guidava, di accelerare senza fermarsi per nessuna ragione. Massimo accelera e passiamo la dogana. Un istante dopo un doganiere mezzo addormentato si affacciò sulla porta, sbracciandosi e urlando. Forse con una pistola in mano per spaventarci. Ma noi, in quell’alba che non era ancora spuntata di quel 29 giugno del 1972 eravamo in Germania e correvamo felici verso Kassel. Con Massimo ci abbracciammo e ci congratulammo per la nostra incoscienza e fortuna. A Kassel poi vendemmo poco ma distribuimmo gratuitamente molto: le nostre valigette e magliette gratis andavano a ruba. Fu comunque un grande successo promozionale per l’epoca. Un evento costruito con l’improvvisazione ma con tanta volontà e fantasia. Noi con il furgone dentro la piazza davanti al Museo Fridericianum di Kassel dove si svolgeva Documenta 5, attorniati da valigette e magliette e circondati da curiosi, che ci considerarono artisti in piena performance. Fu in quell’edizione di Documenta, curata da Harald Szeemann, che intervistammo Beuys all’interno del suo box in cui riceveva per otto ore al giorno chiunque volesse parlare con lui. E fu in quell’occasione, mi pare, che Lucrezia De Domizio incontrò per la prima volta Joseph Beuys e ne rimase folgorata, come San Paolo sulla strada di Damasco.

Massimo Minini lascia Flash Art e apre una galleria a Brescia

Il ritorno, senza valigette né magliette, tutte regalate o vendute, fu più semplice. Dopo i tre o quattro giorni dell’inaugurazione riconsegnammo a Di Maggio a Milano, il suo furgoncino, che riprese a lavorare per la sua ditta di pulizie all’Alfa Romeo di Arese. Qualche mese dopo, Massimo mi comunica che vuole lasciare il lavoro a Flash Art (non è mai stato licenziato, come leggo in qualche sua biografia inventata, anche perché non fu mai assunto: fu una libera collaborazione; a Milano Massimo dormiva a casa mia, in via Macchiavelli 30, a duecento metri dallo studio di Vincenzo Agnetti e giravamo il mondo assieme, in cerca di novità artistiche come due lupetti affamati). E la collaborazione fu interrotta in totale accordo, perché Massimo voleva tornare a Brescia e, forte dell’esperienza che aveva fatto con Flash Art e dei contatti acquisiti (Massimo era un supremo collezionista di biglietti da visita), voleva aprire una galleria d’arte giocando in casa. E nel 1973, nasce Banco, la galleria di Massimo Minini, un piccolo locale al centro di Brescia, fatto su misura per lui, collezionista appassionato anche di inviti, cartoline di auguri, conti dei ristoranti o alberghi, scatole di fiammiferi usati, conchiglie raccolte con artisti. Dopo un inizio un po’ faticoso ma già con qualche successo, Massimo si trasferirà nella sua attuale sede, che nei piani superiori è un labirinto delle sorprese, con un archivio straordinario ma anche da far accapponare la pelle. Chi e come gestirà questo patrimonio morale, personalissimo, quando Massimo si ritirerà? Dalle dimensioni e classificazioni ordinate, io direi che nessuno potrà gestirlo. Lui ricorda come nasce ogni scontrino, i suoi inviti sono ordinati secondo una sua logica precisa, le cartoline sa da chi e perché provengono.

Massimo Minini: gallerista o mercante?

Un patrimonio che è il risultato di frequentazioni, passioni e amicizie spesso lunghe una vita. Io ho sempre evitato di avere archivi perché questi sono sempre legati alla persona che li crea. E io sapevo che sarebbe stato difficile gestirli per me, impossibile per altri. Dunque, ho gettato tutto al vento, le migliaia di lettere di artisti, foto personali con i grandi protagonisti della storia dell’arte, cataloghi dedicati. Sapevo bene quanto fosse faticosa e impegnativa una simile gestione, per essere poi gettato nella spazzatura al momento della mia scomparsa. Ma è la natura di tutti gli archivi, a meno che non vengano venduti per tempo. Massimo è rimasto fedele a tutti i suoi artisti, i quali, anche se non più fedeli, mantengono un ottimo ricordo di Massimo. Passo dopo passo Massimo ha percorso, grazie alla sua affidabilità, alla sua discrezione ma soprattutto grazie alla sua determinazione, tutte le tappe di una galleria di successo con artisti come Giulio Paolini, Peter Halley, Vanessa Beecroft, Daniel Buren, Jan Fabre, Anish Kapoor, Sol LeWitt, Ettore Spalletti, e decine e decine di altri. Anche se il percorso compiuto ci fa capire che Massimo non è mai stato un gallerista, bensì un oculato mercante: fedele agli artisti ma mai loro referente, forse anche per la posizione decentrata della sua galleria.    Il grande miracolo che ha compiuto Massimo Minini è stato quello di sembrare un ottimo gallerista. Anche se in realtà è sempre stato un mercante. Ma ha sempre trattato con amore e passione l’arte, le opere e gli artisti da apparire a tutti un gallerista. Anche se per scelta o necessità, lui non ha mai rappresentato un artista. Ultimamente è passato a trovarci in redazione (in Via Carlo Farini 68) di passaggio verso la Triennale. Ecco, Massimo è anche questo. Aveva percorso a piedi gran parte di Milano, sotto la calura di luglio, per bere un bicchiere d’acqua e sfogliare i primi numeri di Flash Art, sua antica dimora. Forza Massimo! Ancora molti anni di lavoro fecondo e felice, come è sempre stato il tuo.

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