Roma 1958

25 Settembre 2018

Ero già stato a Roma, alcune volte, avendo uno zio romano che mi ospitava e mio padre, autista di camion per un pastificio di Trevi, che mi lasciava alle sei del mattino sulla Salaria, agli inizi del raccordo anulare e io mi arrangiavo, a piedi e autostop ad arrivare in centro. E poi alle cinque della sera, mio padre mi riprendeva dove mi aveva lasciato.
All’epoca (1956/1957/1958) esisteva in Via Veneto a Roma, di fronte all’Ambasciata USA, una bellissima biblioteca americana, l’USIS, sembra creata su intervento della CIA, per promuovere la cultura americana all’estero e per aumentarne un po’ il prestigio precario (pensa un po’ se i nostri servizi segreti anzi ché impegnarsi a fuorviare si occupassero di queste cose, invece di lasciare il compito agli esangui e inutili e costosissimi Istituti Italiani di Cultura all’estero, vergogna nazionale, gestiti da incompetenti e obsoleti professori di disegno). Io in quegli anni non sapevo cosa fosse la CIA, ma la biblioteca era di primissimo ordine, con libri e pubblicazioni sull’attualità culturale americana ma anche italiana. Erano tempi di profondi pregiudizi culturali dell’Europa nei confronti degli USA, della sua arretratezza culturale, della sua poca attenzione all’arte e alla letteratura. Insomma gli Stati Uniti erano rozzi e arretrati, un vero grande paese di cow boy. La biblioteca dell’USIS mi fece ricredere. Almeno negli USA esisteva una élite culturale con una grande letteratura e una grande arte contemporanea, che noi italiani ci sognavamo. In quella biblioteca scopro Ezra Pound, Thomas S. Eliot, Truman Capote, la primissima Sylvia Plath, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti, John Giorno ma anche John Cage (che avevo conosciuto uno o due anni prima a Lascia o Raddoppia), Julian Beck, Judith Malina, ma soprattutto l’Espressionismo astratto americano che non era ancora arrivato in Europa e che io non conoscevo. Unitamente alla grande tradizione americana di Edward Hopper.

La mia Sindrome di Stendhal

Io provenivo da un piccolo paese di pochi abitanti, Faustana di Trevi, ma a Foligno dove mi recavo a scuola, pochi anni prima avevo visto una mostra di pittura. La prima della mia vita. Evento che mi segnò. Con la cartella sotto braccio perché appena uscito da scuola e diretto alla stazione, da un palazzo storico, Palazzo Trinci, mi attira un forte odore, che poi seppi essere di trementina. Entro timidamente e vedo un grande salone con centinaia di quadri appesi alla parete. La sindrome di Stendhal si manifesta con capogiri, tachicardie, mancanza di respiro, confusione mentale? Allora io fui assalito dalla Sindrome di Stendhal a Foligno, a Palazzo Trinci, perché l’apparente bellezza che si presentò davanti ai miei occhi poco allenati e il forte odore di trementina mi procurarono allucinazioni. Ma non ero davanti a capolavori universali (ma questo non lo sapevo) ma semplicemente alla mostra Artisti Umbri Contemporanei. Poi dopo qualche mese capii che erano solo dei dilettanti locali che si contendevano le mie emozioni e le mie vertigini. Girai tutta la mostra, guardando attentamente ma soprattutto annusando ogni quadro che emanava odore di trementina e che mi esaltava. Dopo vari giri mi soffermai sulle opere di quattro artisti, uno accanto all’altro che mi sembravano (a me, che sino ad allora non avevo mai visto un quadro, ed è la verità) i più interessanti. I loro nomi: Giancarlo Cellura, Giuseppe Riccetti, Italo Tomassoni, Claudio Verna. Diventai subito loro amico e incominciammo a frequentarci quotidianamente. Ogni giorno anche noi diventammo protagonisti dello struscio serale del Corso di Foligno, un rituale che attirava tutta la periferia della cittadina e le giovani ragazze la cui partecipazione allo struscio significava il loro ingresso in società: dunque fidanzabili e maritabili. E ognuno di noi esibiva la propria cultura e le proprie informazioni rubacchiate. Ci leggevamo a voce alta le nostre poesie, mentre Italo Tomassoni, memoria di elefante all’epoca, ci recitava D’Annunzio in francese. Talvolta si univa a noi un ancor più giovane poeta, Claudio Petruccioli, che poi divenne un importante e discusso uomo politico del PCI, nonché Presidente della Rai. A quei tempi io e Claudio Verna fondammo anche una rivista artistico letteraria, stampata in ciclostile, L’Aristeo, a cui riuscii a far collaborare, con la mia insistenza e innocenza, poeti come Mario Luzi e Alfonso Gatto. Pensando che Aristeo, dalla dolce assonanza onomatopeica, fosse un poeta o un filosofo greco, più tardi invece scoprii che era un apicultore e un provetto pastore. Ne fui orgoglioso lo stesso. Io adoro le api e la loro organizzazione sociale. E amo naturalmente il miele.
Ma tra uno struscio e l’altro la mia informazione cresceva (sono sempre stato curioso verso tutti gli aspetti della cultura e della vita) perché sentivo il bisogno di conoscere. Dopo qualche settimana, pur continuando ad apprezzare i miei amici, mi resi conto che ciascuno di loro copiava un artista famoso: Claudio Verna mi pare che copiasse Van Gogh, Italo Tomassoni forse Cezanne, Cellura addirittura Michelangelo, Riccetti qualcun altro.

La CIA mi fa conoscere l’arte americana

Ma io che frequentavo la biblioteca USIS, in breve tempo diventai molto più informato di loro scoprendo (e rimanendone folgorato) Piero Manzoni, Lucio Fontana, Franz Kline, Jackson Pollock. E iniziai anche io a dipingere coniugando Piero Manzoni con Jackson Pollock o Franz Kline. I primi tentativi furono scadenti ma poi andavo a rubare i grandi cartelloni pubblicitari di faesite lungo la strada e sul retro gettavo quantità di vinavil e polvere di colore. Ricordo che tutto questo bianco del vinavil con qualche spruzzata di polvere di colore tenue, dava un effetto, per me sorprendente. Grazie al mio professore di ginnastica Achille Cruciani, poi diventato deputato del M.S.I. (e poi si dice che la destra è sempre contro le novità. Il mio professore diceva: lasciatelo esprimere come vuole lui) ottenni di realizzare una mostra in una saletta della Pro Foligno, proprio davanti a via del Corso, dove avveniva lo struscio pomeridiano; per cui, chi per noia, chi per curiosità, in tantissimi visitarono la mia mostra. Lasciando commenti indicibili ma a volte anche spiritosi. Come spesso avviene nei cessi. Mi sentivo molto orgoglioso e più avanti di tutti gli altri. Ma quali impressionisti! Io grazie all’USIS ero passato a Manzoni, Pollock, Kline. Vissi uno o due anni di piacere incredibile. Il godimento nel realizzare quelle opere quasi monocrome, con il vinavil trasparente che permetteva di intravedere in trasparenza anche la trama della faesite, è indescrivibile. Ancora oggi, dopo oltre 60 anni, ricordo la gioia piena nel realizzare un quadro considerato riuscito. Lo assimilerei a un sottile piacere erotico. Si, un’opera d’arte ben riuscita procura un piacere intellettuale e fisico. Purtroppo a causa dei traslochi e forse di mio padre che usò alcune opere per alimentare il caminetto della cucina (più tardi salvai la famosa “500” di Ceroli per miracolo; la vidi già mezzo smembrata accanto al camino), non mi restano che due piccole opere tra le meno significative. Ma ricordo un’opera grande, e quella era una tela, diciamo 150×150, con colore bianco, vinavil, e una lunga striscia di carta igienica che attraversava tutto il quadro e con scritti a macchina alcuni versi della Divina Commedia mescolati ai Canti Pisani di Ezra Pound. Dissacrante ma di grande effetto, considerando che si era negli anni ’50 e di sperimentazione in Italia non se ne vedeva molta. E Pound non lo conosceva nessuno. Mentre oggi il suo nome, il nome del più grande poeta del secolo scorso, viene utilizzato da una banda politica.

Le mie pitture mi piacevano

Insomma, quelle mie opere mi affascinavano e mi commuovevano. Nulla a che vedere con il colorismo petrarchesco dell’informale italiano. E mi davano una gioia infinita. Mi pareva di camminare a mezz’aria. I miei amici guardavano con sospetto quelle mie opere che li spiazzavano. Ricordo che uscì un articolo dell’amico e in quel caso collega Italo Tomassoni, sulla pagina locale del Messaggero che parlava a proposito della mia pittura, in senso un po’ spregiativo di “aggiornamento culturale” (per lui copiare Van Gogh andava bene ma Manzoni no: per me fu un grande complimento, perché considero l’aggiornamento culturale un dovere di qualsiasi pittore o poeta. Anzi, di ogni essere umano). Sono certo che se avessi continuato sarei diventato un pittore di successo. Ne sono assolutamente convinto perché già a quell’età mi spostavo tra Roma e Milano con ogni mezzo, spesso con l’autostop che allora non era ancora di moda ed ero piuttosto informato. E avevo buon occhio per il meglio trascurando l’epigonismo. Cercavo insomma la sorgente e il centro della creatività. Partecipai anche nel 1957 mi pare, ad una Quadriennale dei giovani e vinsi un premio (forse il secondo: 25.000 lire dell’epoca. La metà di uno stipendio medio), concessomi da una giuria, molto conformista (presieduta da Virgilio Guzzi, una sorta di pastore tedesco del conformismo, una roccaforte del tradizionalismo) ma che forse volle dimostrare la propria apertura mentale davanti a qualcosa che non si sapeva spiegare.
Comunque la Roma di quegli anni a me (che arrivavo da un paesino di campagna) sembrava ribollire di energia e di iniziative. Io passavo silenzioso ed ammirato in tutte le gallerie nuove. Ricordo la galleria Schneider, sulla Rampa Mignanelli, che esponeva sempre giovani americani. Forse borsisti della vicina Accademia USA. E che io guardavo con ingordigia e frustrazione. Ho anche un curioso ricordo, della Galleria Pogliani, in via Gregoriana, dove incontrai per la prima volta le opere del mio conterraneo Enzo Brunori enfant prodige dell’epoca, poi persosi nelle nebbie dei tempi. La galleria era diretta da tal Sergio Pogliani: artista, gallerista geniale, animatore e anche attore. Lo ricordo che si sbracciava in galleria ma anche da Rosati, con un ampio cappello da cowboy e con un sigaro in bocca per farsi notare. A me sembravano personaggi irreali e intoccabili. E guardavo tutti, galleristi, critici, artisti, in silenzio reverenziale. Sergio Pogliani era sposato con Agnese De Donato, bellissima donna barese, della famiglia dell’editore omonimo, colta, intelligente ma anche straordinaria fotografa, fondatrice della libreria galleria Al Ferro di Cavallo, diventata poi epicentro del femminismo e del dibattito artistico letterario radical chic. Nel 1961 organizzò una mostra in omaggio a Fidel Castro, con la partecipazione, pensate un po’ di Capogrossi, Novelli, Perilli, Fabio Mauri, Mimmo Rotella. Bella gente a sostenere il dittatore cubano.

Irene Brin e Gaspero del Corso, una coppia speciale

In quegli anni era sceso a Roma, attirato forse dalla mondanità romana che stava diventando dolce vita (Milano era più silente e forse meno frizzante) Carlo Cardazzo, mitico mercante veneziano, con una affermata galleria, Il Naviglio, a Milano. Cardazzo sceso a Roma, si installò in pieno centro, in via di Propaganda 2, con la galleria Selecta. Galleria prettamente commerciale, con belle opere di bravi artisti (Campigli, Sironi, Fontana, De Pisis, Scanavino, ecc.) ma senz’anima. Galleria fredda, da mercante del nord arrivato a colonizzare Roma. Infatti Selecta non ebbe grande fortuna, almeno mi sembrò, perché operò pochi anni e con un programma molto prevedibile. In realtà io ho sempre avuto molti dubbi sul mito di Carlo Cardazzo: le belle e grandi mostre che lui ha realizzato erano volute da Peggy Guggenheim che gli forniva gli artisti e poi gli comperava le opere. Una vera manna. Ma al di fuori delle scelte di Peggy Guggenheim, Carlo Cardazzo, come suo fratello Renato che ho conosciuto bene, aveva dei gusti molto scontati. Anche la raffinatezza dei collezionisti di allora era da ridere. Ricordo che Renato Cardazzo mi diceva sempre: io decido il prezzo di un’opera in galleria guardando le scarpe del collezionista. A seconda della qualità delle scarpe, decido il prezzo. Ma la galleria più snob e più sofisticata di Roma era L’Obelisco, diretta da Irene Brin e Gaspero del Corso, due protagonisti delle cronache mondane e intellettuali dell’epoca.
Irene Brin, scrittrice e giornalista di successo, bellissima e inaccessibile, sposata con Gaspero del Corso ex ufficiale e noto omosessuale, uniti in un matrimonio per la vita. Ancora oggi appare inspiegabile questa loro unione, forse sofferta ma indistruttibile nel tempo. Sempre insieme, a braccetto, elegantissimi ed eccentrici, Irene e Gaspero aprirono la prima galleria nella Roma del dopoguerra, nel 1946, dove dagli anni ’50 in poi passarono artisti come Burri (la sua prima mostra personale fuori dall’Umbria), Fontana, Gorky, Rothko, Kandinsky, Picasso, Magritte. E Robert Rauschenberg che permise di dire ad Alberto Burri di averlo copiato solo perché lui aveva esposto precedentemente all’Obelisco. Robert Rauschenberg era un giovane borsista americano che risiedeva a Firenze, ma Irene e Gaspero intuirono immediatamente le sue grandi qualità esponendolo subito. All’Obelisco di quei tempi, oltre a tutte le altre mostre che mi fu possibile visitare, incrociai la mostra di un giovanissimo Elio Marchegiani che non mi sarei aspettato di vedere in una galleria così affermata. Irene Brin, (all’anagrafe Maria Vittoria Rossi, lo pseudonimo di Irene Brin le fu attribuito da Leo Longanesi, suo grande estimatore) diventò in breve tempo la protagonista del giornalismo mondano romano. Certamente la più apprezzata e vezzeggiata giornalista italiana. Sotto lo pseudonimo di Contessa Clara, dispensava a lettrici e lettori di consigli colti e raffinati. Le sue risposte alle lettere citavano Proust e Bergson e il suo pseudonimo di Contessa Clara Ràdjanny von Skèwitch, ispirò Alberto Sordi nella sua leggendaria trasmissione radiofonica del Conte Claro.

Irene Brin a Park Avenue incontra Diana Vreeland di Harper’s Bazaar

Irene, raffinata ed elegante, passeggiando per Park Avenue a New York, con Gaspero del Corso, fu fermata da un altrettanto elegante signora che le chiese dove avesse comperato il vestito che indossava (pare fosse una creazione di Fabiani). L’interlocutrice era la famosa Diana Vreeland, direttrice di Harper’s Bazaar, la Bibbia della moda di allora. Irene Brin fu la prima italiana a collaborare ad Harper’s Bazaar, dove iniziò a parlare del Made in Italy, in un momento in cui la moda francese dominava il mondo. Ma spesso il grande successo viene funestato della sventura. Nel 1969 Irene si ammala di cancro.
Malata senza speranze, volle ugualmente recarsi a Strasburgo in macchina con suo marito in occasione di un balletto di Diaghilev. Nel ritorno verso Roma la coppia si fermò a Bordighera, nella casa di famiglia, dove lei morì una settimana dopo. Gaspero, nato lo stesso anno di Irene (1911) ad Asmara, in Africa, gli sopravvisse 28 anni: ma senza più lo smalto e lo charme che gli trasmetteva Irene, appassì lentamente. La galleria l’Obelisco senza Irene si trascinò stancamente sino al 1978, quando chiuse i battenti. Ed erano lontani i tempi del loro grande amore per l’arte e per Marcel Proust che li aveva uniti e resi protagonisti della vita culturale e mondana in tutto il mondo.
Con la malattia e la successiva scomparsa di Irene Brin si chiude un’era per l’arte e la mondanità di classe a Roma. Ma anche nell’arte stava arrivando il 1968 e una nuova ondata di gallerie e di artisti si stava affacciando nel panorama artistico. La Tartaruga di Plinio De Martiis, L’Attico di Fabio Sargentini e la Salita di Giantomaso Liverani. Sulla scena erano spuntati Mario Schifano, Pino Pascali, Jannis Kounellis, e da Salerno sbarcò a Roma il poeta visivo Achille Bonito Oliva. Ma questa è un’altra storia. O forse solo la continuazione di questa racconto.

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