Effemeridi di

di 23 Maggio 2019
Lara Favaretto, Thinking Head, 2018. Fotografia di Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia.

Per il mio Amarcord abituale chiedo ancora qualche giorno. Questa tornata la dedico, con veloci flash, a eventi più o meno interessanti o che mi hanno colpito. Alla mia età sono sensibile ad ogni paradosso. E ricordo a chi mi legge che quando scrivo esprimo il mio punto di vista, non mi sento un dispensatore di verità, non voglio insegnare niente a nessuno. I miei sono pensieri in libertà, di un uomo che ha vissuto per 60 anni dentro l’arte, a contatto con i maggiori artisti del tempo (Burri ma anche Rauschenberg, Jasper Johns, Jeff Koons, nostro fraterno amico, Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Francesco Vezzoli, ecc.) e si è sempre ritenuto (forse illudendosi) uomo libero da qualsiasi imposizione o moda, ma solo vittima delle proprie convinzioni e ossessioni.  Per me la Verità sui grandi problemi metafisici, economici, politici ed esistenziali non esiste. La verità è il nostro personale punto di vista, a cui ci appelliamo per convinzione oppure per opportunità. La storia è quella che è, ma potrebbe essere anche tutt’altro. Ciò che spesso leggiamo è frutto di errore o più spesso di mistificazione e ignoranza. La grande scuola francese della Nouvelle Histoire (Braudel, Le Goff e molti altri) attraverso la rivista Annales ha cercato di riscrivere la Storia, più aderente alla realtà, ma ancora grandi risultati non si sono visti.

La Biennale di Venezia

Non ho mai capito perché la Biennale di Venezia (ma soprattutto Documenta e altre grandi rassegne d’arte) debbano essere realizzate da un solo curatore. Perché i Consigli di Amministrazione o i Presidenti delle grandi manifestazioni culturali, ci vogliano imporre, come visione o informazione dell’arte, il punto di vista monocratico (spesso ossessivo) di un curatore? Il panorama dell’arte (ma soprattutto del mondo), in particolare oggi, è così complesso ed etereogeneo che occorrerebbero molti curatori con differenti punti di vista e di diverse culture e continenti per cercare di interpretarlo. Come può un intellettuale anche di rango come Ralph Rugoff proporci uno spaccato dell’arte di oggi, espressione di un mondo in sconvolgimento e frammentizzato ed eterogeneo? No, Ralph Rugoff, che peraltro in anni lontani è stato un valido collaboratore di Flash Art, ci propone la sua visione del mondo e dell’arte del tutto personale, (peraltro la sua -con quella di Massimiliano Gioni- è la migliore Biennale della gestione Baratta). Ma vi sembra logico che una struttura come la Biennale di Venezia (o Documenta) che assorbe milioni e milioni di euro del contribuente (l’ultima Documenta mi sembra sia costata 37 milioni di euro: una piccola finanziaria), ci imponga una visione dell’arte di un unico curatore polacco? E’ possibile e giusto investire ingenti patrimoni per finanziare le bizzarrie personali dei curatori? Tutti abbiamo vissuto il disastro di Adam Szymczyk nell’ultima Documenta, per cui credo sia anche indagato. Il solo Direttore che ha cercato di proporre un panorama variegato e anche interlocutorio, fu Francesco Bonami con la sua Biennale del 2003, La dittatura dello spettatore, con sezioni curate anche da Hans Ulrich Obrist, Carlos Basualdo, Catherine David, Hou Hanru, Gabriel Orozco. Quella Biennale è stata, mi pare, la prima e unica grande rassegna con punti di vista diversi, anche se non spettacolari (dopo il famoso Aperto ’93, curato da Helena Kontova insieme ad altri 13 curatori, tra cui lo stesso Bonami che con le sue scelte offrì un contributo rilevante). Speriamo che il prossimo Presidente (il Doge Baratta credo stia per essere pensionato) si renda conto della complessità di una Biennale e non l’affidi ad uno sparuto curatore. Continuerebbe con i paradossi personalistici e vomiti intellettuali (come direbbe Nicolas Bourriaud) di tutti i curatori. Per una buona Biennale di Venezia occorre un team di curatori eterogenei e molto diversi tra loro. In ogni caso bisogna riconoscere che Ralph Rugoff è un ottimo curatore. E’ stato lui stesso, in una splendida intervista su Artribune, ad ammettere che una grande rassegna, diventando un baraccone, annulla le opere. Tanto di cappello caro Ralph che ammetti che ormai l’arte è diventata inevitabilmente uno spettacolo. E che l’arte non può cambiare il mondo.

Padiglione Italia

Ho sempre trovato risibile il Padiglione Italia, molto spesso affidato a curatori maldestri. E’ passato alla storia (e vi resterà a lungo) il paradossale Padiglione Italiacurato da Vittorio Sgarbi, forse il solo di cui tutti ci ricordiamo e che ha azzerato il valore culturale di una partecipazione alla Biennale di Venezia. E la famigerata idea (per raccogliere denaro) degli eventi collaterali, per cui ogni artista che partecipa a una di queste infestanti rassegne belle o brutte, ormai include la Biennale di Venezia nel proprio curriculum. Inoltre la Biennale di Venezia (come Documenta e Manifesta) è diventata una faticosissima caccia al tesoro in una città quasi impraticabile per un essere umano che non sia veneziano. Il Padiglione Italia di quest’anno, curato da Milovan Farronato non sarebbe stato un paradosso se la presenza del curatore fosse stata più discreta. Invece il suo narcisismo lo ha portato a prevalere sugli artisti facendola apparire una mostra personale del curatore. A cui riconosco comunque intelligenza e capacità di gestione. Anche se le scelte forse potevano essere più attuali. Sarebbe auspicabile anche che il Padiglione Italia fosse ricondotto (come era un tempo) all’ingresso principale dei Giardini, attorniato dalle partecipazioni nazionali che non hanno un proprio padiglione. Che con il tempo aumentano e talvolta sono molto interessanti. Ma soprattutto sarebbe auspicabile che un curatore italiano sia inserito nell’eventuale team del Padiglione internazionale. Non è giusto, anche se riconosco che l’Italia è ormai un fanalino di coda, che il paese ospitante non sia adeguatamente rappresentato nel Padiglione Internazionale.

Mary Boone in prigione

Mary Boone è stata una delle più importanti galleriste di New York, cioè del mondo. Nel 1982 l’allora influente settimanale New York, le dedicò la copertina con la scritta: La nuova regina della scena dell’arte. In quegli anni Mary si sposò con il grande mercante tedesco Michael Werner, che aveva appena aperto una galleria a SoHo. Insieme divennero una vera potenza di fuoco dell’arte. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quella data. E Mary nel tempo ha consolidato la sua fama e dimostrato grande abilità, gestendo artisti molto importanti e costosi, come Brice Marden, Julian Schnabel, Eric Fischl e molti altri. Sempre elegantissima, intelligente, astuta, abile. Leo Castelli me ne parlava con ammirazione come di una straordinaria gallerista e mercante. Anche se a Leo soffiò l’emergente Julian Schnabel che lui avrebbe tanto voluto nel suo staff. E di questo Leo ne restò frustrato per tutta la vita, pur restando ottimo amico di Mary Boone. Ebbene, la grande Mary Boone sta andando in prigione per evasione fiscale. E le sue due gallerie stanno chiudendo. Tra poco la (ex) bellissima, ma ancora bella Mary sarà in cella (anche se pare si tratterà di una prigione per privilegiati, forse con alti costi di permanenza) per due anni e sei mesi. In Usa il fisco non guarda in faccia a nessuno brutto o bello che tu sia…

Luigi Ontani e il pupazzo di neve

Sta facendo molto scalpore una scultura di Luigi Ontani posta nella piazza principale  del suo paese natale, Vergato, credo in provincia di Bologna. Io ritengo che Ontani sia un ottimo artista, talvolta anche eccellente. Ma ho sempre disapprovato il suo narcisimo ed esibizionismo che parte da lontano. Detesto non solo il suo esibizionismo ma di tutti gli artisti e curatori; vorrei che la presenza fisica sia la più discreta possibile rispetto alla propria opera. Ontani si fece già notare negli anni ’70 quando volò da Roma a New York vestito da Cristoforo Colombo. C’è da riconoscere a suo merito che il senso del ridicolo non lo ha mai sfiorato, neppure viaggiando in aereo addobbato come al Carnevale di Venezia, tra passeggeri sbigottiti. Ma ciò che è successo nel suo paese è veramente oltraggioso. Infatti Ontani e l’Amministrazione Comunale, senza chiedere il parere dei cittadini, con estrema sfrontatezza come è d’uso in Italia da sempre, ha installato una grande scultura nella piazza centrale, una specie di enorme fauno con membro eretto che dalle foto sembra stia orinando. L’opera è di una bruttezza indicibile, barocca e pesante, come molte opere di Ontani (altre invece sono straordinarie per leggerezza, novità e poesia). Ma io da tempo e sempre scagliandomi anche contro i grandi artisti internazionali, denuncio l’invasione del suolo pubblico. Anche l’amministrazione di Vergato dovrebbe sapere che il suolo pubblico è degli abitanti e prima di installare una grande scultura invasiva (e aggiungo orrenda) sulla piazza, avrebbe dovuto chiedere il parere di tutti i cittadini di Vergato, mostrando magari loro il modellino dell’opera. Ma si sa, per le nostre amministrazioni, tutte, ma proprio tutte, destra, centro, sinistra, estrema destra ed estrema sinistra, il suolo pubblico è “cosa loro”. La sola scultura pubblica che io approvo è, come sosteneva il grande curatore di scultura, Kaspar Koenig, il pupazzo di neve. Che nello spazio di qualche ora si scioglie fra il tripudio di grandi e piccini. Vi rendete conto cari amici la responsabilità di una amministrazione e di un artista nel collocare una scultura sul suolo pubblico che per anni o decenni resterà lì ad inficiare ed inquinare la mente e lo sguardo dei passanti o abitanti del luogo? Cambiano i tempi, i gusti, i costumi, Chi si arroga il diritto di giudicare il gusto e la sensibilità degli utenti di oggi ma soprattutto futuri? Nei musei le opere vengono rimosse dopo qualche tempo e messe nei magazzini, ma queste opere pubbliche hanno la pretesa di restare ad aggredirci in eterno. I nostri arroganti amministratori che oltraggiano meravigliose piazze anche rinascimentali (vedi Pietrasanta) in nome di una pseudo cultura e pseudo arte perché non fanno un passo indietro? E l’assessore alla cultura di Vergato, tale Ilaria Nanni, non si è vergognata di paragonare un dileggio (riprovevole) alla scultura di Ontani da parte di qualche cittadino infastidito, alla strage di Marzabotto? Lo stesso sindaco di Marzabotto, pare abbia sfilato davanti a questo orrendo fauno, con la fascia tricolore. Questo gesto lo ritengo una grave offesa alle vittime della grande tragedia nazista di quella cittadina. Comparare il gesto vandalico sul brutto Fauno di Luigi Ontani alla strage di Marzabotto è demagogia elettorale ma anche criminalità culturale. Io ne chiederei subito la destituzione. Io sono ancora indignato con il sindaco di Milano, Paolo Pillitteri, cognato di Bettino Craxi, che ai suoi tempi (anni ’70) invase le piazze e le vie più belle di Milano con spregiudicate sculture di artisti (per lo più socialisti e amici di Bettino) che oggi sono diventate ferraglia arrugginita, senza alcun valore estetico o simbolico. Solo ferraglia di artisti raccomandati che danneggiano l’immagine della città e inquinano la nostra mente. Io salverei solo la grande scultura bronzea di Arnaldo Pomodoro, in Piazza Diaz, quartiere della finanza e del potere e che Francesco Bonami brillantemente ha definito “il grande bitcoin”. Ma è comunque una brutta scultura che è sopravvissuta al tempo. E la patina sul bronzo ne certifica l’età e il diritto alla sopravvivenza. Debbo confessare che le sole sculture pubbliche che io oggi apprezzo e che ritengo collocate in spazi appropriati, sono la grande Porta di Lampedusa di Mimmo Paladino che guarda l’Africa, in ricordo di chi non è mai arrivato, la scultura Dietrofront di Michelangelo Pistoletto a Porta Romana a Firenze e Ago Filo e Nodo di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen a Piazzale Cadorna a Milano. Queste tre opere  riescono ad indicare alcuni importanti snodi dell’arte contemporanea. Per il resto vorrei tutte oasi verdi. Anche a nome dell’arte.

Quando l’arte si fa in quattro mettila da parte

Un bellissimo articolo di Giulia Ronchi, attenta e curiosa osservatrice dell’arte e dintorni, su Artribune, ci informa che Laura Blagho, direttrice della comunicazione e del marketing  di Art Basel, lascia il prestigioso (e ben retribuito) incarico per entrare con un ruolo rilevante nel gruppo Artflow. Artflow è una grande agenzia di strategia e marketing che vuole far incontrare l’arte alle grandi aziende (vedi il fortunato incontro tra Arte e Moda già in corso), di cui il più famoso esempio è stato il matrimonio di Takashi Murakami con Vuitton, di cui ha ridisegnato la borsa, ottenendo un successo planetario. Si sa che l’arte dona charme e allure culturale, di cui i brand hanno estremamente bisogno oggi. Un oggetto o un vestito senza la sacra aura culturale è un volgare oggetto di consumo. Sempre l’attentissima Giulia Ronchi ci informa che  la Brussels Airlines ha fatto dipingere la fusoliera di un suo aereo dai due artisti belga Jos de Gruyter e Harald Thys, presenti quest’anno alla Biennale di Venezia, per celebrare Brueghel Il Vecchio a 450 anni dalla sua morte. Mentre le gallerie chiudono la borsa e il mercato dell’arte talvolta langue si aprono inaspettatamente nuovi ed inesplorati mercati per l’arte. Insomma l’arte è la vera araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri. Cari amici artisti, datevi dunque da fare (ma questa volta non con le gallerie i critici o curatori o collezionisti) con i responsabili marketing delle aziende. Per voi tutti, se siete bravi e conoscete le esigenze dei brand, c’è uno spazio enorme e ben retribuito. Altro che vedere le vostre opere impolverarsi nelle gallerie deserte!

NY Art Now, The Saatchi Collection. Pubblicato da Giancarlo Politi Editore, 1987.

I primati di Jeff Koons

Ieri (15 maggio), il coniglietto inox di Jeff Koons, che io riprodussi nel 1986 sulla copertina del volume da me pubblicato e dedicato alla collezione Saatchi, NY Art Now, ha realizzato nell’asta serale di Christie’s a New York, la cifra record di 91.1 milioni di dollari, superando il già incredibile primato di David Hockney. Jeff Koons è dunque il più caro artista oggi vivente. Lascio ad ognuno il commento che crede. Io ritengo che Jeff Koons e Damien Hirst siano i due più grandi artisti del nostro tempo. Personaggi di grande qualità e intelligenza, hanno capito e usato le migliori strategie possibile del sistema dell’arte. Ad aggiudicarsi l’opera, ispirata da un giocattolo gonfiabile per bambini, è stato il gallerista Robert Mnuchin, il padre del ministro del Tesoro Steven Mnuchin. Ripenso al lontano 1985, quando Jeff mi offrì una sua opera, un trenino in acciaio inox (che poi ha realizzato in asta 38 milioni di dollari) al prezzo di fabbrica: 40 mila dollari. Io rifiutai perché non avevo quella cifra ma che forse con maggiore determinazione avrei potuto trovare. Successivamente capii che per molti aspetti ero stato un coglione. Oppure solo un italiano pavido.

In memoriam di Anna Maria Novelli Marucci

Vorrei qui ricordare brevemente Anna Maria Novelli Marucci. Con lei e suo marito Luciano ci saremmo incontrati alla preview della Biennale di Venezia. Anna Maria, insieme a suo marito, era la persona più attiva e informata nel sistema dell’arte che io abbia conosciuto. Lei e Luciano presenti ovunque, sempre primi e attentissimi. E selettivi al punto giusto. Ci siamo incontrati l’ultima volta durante la Fiera di Basilea alla grande mostra di Bruce Nauman: Anna Maria e Luciano passavano in rassegna ogni opera o video, trascinandosi dietro un trolley pieno di libri e cataloghi. Il 1° maggio, mentre stava ultimando i preparativi per Venezia, Anna Maria è stata colpita da un ictus che non l’ha perdonata. Con lei per me se ne è andata una interlocutrice preziosa, una persona che ho sempre invidiato per le sue curiosità e per la straordinaria vitalità e umanità. Resta a testimoniare l’attività di questa coppia straordinaria il sito www.lucianomarucci.it. Un variegato palcoscenico di informazioni sull’arte e sulla vita. Che consiglio a chi ha curiosità sull’arte di oggi.

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Giancarlo Politi