Io, il più grande pittore del mondo con un algoritmo? di

di 8 Luglio 2019
Portrait of Edmond Belamy, 2018, creato dall’algoritmo GAN (Generative Adversarial Network). Venduto per $432,500 il 25 Ottobre 2018 presso Christie’s New York. Immagine © Obvious.

Alcuni giorni fa i miei referenti di cultura futuribile, Gea e Cristiano, cercavano di spiegarmi che a breve tutti i romanzi del mondo saranno digitalizzati per formare la più grande biblioteca universale, il cuore e il cervello della sapienza di tutti i tempi, con milioni, forse miliardi di titoli (realizzando infine il sogno di Tolomeo, che con la sua Biblioteca di Alessandria di Egitto volendo raccogliere tutta la sapienza del mondo, riuscì a mettere insieme i 500 mila rotoli sino ad allora conosciuti) e attraverso un algoritmo il computer potrebbe sfornare un romanzo straordinario che sarebbe la sintesi e il meglio di tutti i romanzi del mondo. E cambiando algoritmo tu puoi ottenere romanzi storici, psicologici, filosofici, d’amore, di fantascienza, e ovviamente romanzi erotici (ma volendo anche pornografici), al cui confronto quelli di Henry Miller faranno ridere i bambini. E la poesia (o la raccolta) più bella di tutti i tempi. Lo stesso potrebbe accadere con l’arte, la fotografia, la scultura, la filosofia, ecc.

E per sbalordirmi ancora di più, Gea e Cristiano mi hanno fornito un link come esempio di una mutazione in corso che però ha già ottenuto ottimi risultati: il trio francese Obvious (Dupré, Fautrel, Vernier: uno studente di intelligenza artificiale e due laureati in finanza), che ha archiviato in un algoritmo 15.000 dipinti, realizzati tra il XIV e il XX secolo ottenendo un dipinto (forse anche interessante) che vagamente ricorda un’opera del tardo Rinascimento, con richiami agli olandesi del XVII secolo. Il quadro, pensate un po’, è stato battuto da Christie’s a New York, per 432.000 dollari. Partendo da una stima di 7-10 mila dollari. E allorché saranno inseriti in un algoritmo anche i milioni e milioni di opere contemporanee, gestite da persone esperte (i tre ragazzi erano totalmente a digiuno di arte), si potranno ottenere incredibili quadri astratti, figurativi, surrealisti, paesaggi montani o campestri. Interni o nature morte. Un sogno o un incubo, penso. Se i tempi di digitalizzazione si abbrevieranno anche io potrei scrivere (per modo di dire) il romanzo che ho sempre sognato, la poesia d’amore più bella anche di tutti i lirici greci o di Petrarca  e realizzare il quadro della mia vita. Basta saper dare l’input giusto al computer attraverso l’algoritmo. Un miracolo.

Ma poi riflettendo sul mio maldestro approccio alla tecnologia e non sapendo bene cosa sia un algoritmo, ho capito che ci sarà sempre qualcuno più bravo di me con gli algoritmi  che realizzerà un romanzo migliore, una poesia più bella, il quadro più straordinario, la foto più originale. Allora siamo ancora daccapo. Il più bravo, e non io, emergerà. Come quasi sempre è avvenuto sino ad ora nella vita. Dunque il mio romanzo invece che nel cassetto, resterà sepolto nel cervellone del computer o meglio resterà un misterioso algoritmo. Ma intanto qualcuno ha già dato inizio ad una nuova era della cultura e dell’arte. Buona fortuna a chi riuscirà a viverla e a gestirla e magari anche a goderla.

Art Basel, la madre di tutte le fiere d’arte

Indubbiamente Art Basel resta la più importante fiera d’arte al mondo. La prima e l’unica, direi. Anche se Frieze ha avuto la sua incidenza così come la Fiac o anche  Westbund Shanghai e Art Basel Hong Kong e ADAA a New York. Ma Art Basel le riassume tutte e con la collaterale Liste, ti propone anche il nuovo che non ti aspetti. E poi con il gigantismo di Unlimited (che io detesto perché si tratta della vera aberrazione dell’arte, una elefantiasi esibizionista, di cui l’arte non avrebbe bisogno) Art Basel mostra la propria autorità per dichiarare di essere la più forte, il vero referente dell’arte mondiale. Io frequento Art Basel dalla prima edizione, 1970, sorta dall’idea vincente del grande gallerista e mercante Ernst Beyeler e sua moglie Hilky, dalla gallerista Trudl Bruckner e dal collezionista Balz Hilt.
Alla prima edizione furono invitate  90 gallerie con una partecipazione di 16 mila visitatori, che all’epoca sembrò una folla oceanica. In realtà nella prima edizione, pur di ottima qualità per l’epoca, parteciparono amici, colleghi e clienti di Ernst Beyeler, a cui nessuno osava dire no. Inoltre i prezzi di partecipazione di quelle prime edizioni erano risibili (simili a quelli di Bologna più tardi). Da sottolineare come curiosità  invece che la primissima fiera d’arte al mondo ebbe luogo a Firenze, a Palazzo Strozzi nel 1964. Ma come tutte le cose geniali in Italia e soprattutto a Firenze, finiscono a tarallucci e vino E la prima fiera d’arte al mondo dopo due edizioni, per gelosie e litigi interni, chiuse ingloriosamente i battenti. Ma Art Basel è sempre uno spettacolo straordinario. Esagerazioni, esibizionismi, velleità infantili, ma anche grande classe, dispendio di intelligenze e di danaro. Perché ad Art Basel c’è tutto e di più. Organizzata come un orologio svizzero, propone le migliori gallerie del mondo, dunque i migliori artisti in circolazione per i più appassionati e facoltosi collezionisti del pianeta. Che alla prima Preview hanno già acquistato tutto. E quando arriviamo noi (seppur privilegiati) giornalisti, alla seconda Preview, i giochi sono già fatti. Tutto è stato comprato e venduto. Per i collezionisti del week end restano solo alcune frattaglie.
Ma è ancora vitale per un professionista dell’arte recarsi a Basilea, spendendo una fortuna per gli hotel e per il resto (una minuscola acqua minerale costa 5 euro, il caffè 6 euro, ecc.): oppure, come alternativa e come facciamo noi, dormire a Mulhouse in Francia, e ogni giorno tra andata e ritorno a Basilea, percorrere 100 km). Va detto subito che un professionista serio, non può mancare Art Basel. Mentre puoi glissare la Biennale di Venezia o Manifesta o Documenta, che non aggiungono nulla alla tua informazione,  se non la schizofrenia di alcuni curatori, Basilea è indispensabile, seppure solo per farsi un selfie davanti a Jeff Koons o  Rudolf Stingel. Ma intanto capisci il sistema dell’arte che ti passa davanti, dove l’arte sta andando, le trattative riservate ma a volte convulse di  collezionisti che spendono allegramente cinque milioni di euro come noi spendiamo un euro per un caffè (in Italia). Art Basel ti fa capire che l’arte, da dieci anni è diventata altra cosa da ciò che noi abbiamo vissuto prima. Ti fa capire che l’arte, quella che conta, quella contesa dai grandi collezionisti e musei straricchi, quella che dona una visibilità planetaria o porta migliaia di persone al museo, si è trasformata in un sogno irraggiungibile per un comune mortale. Ed è retaggio di pochi (per modo di dire; pare che esistano milioni e milioni di miliardari) come retaggio di pochi (i Medici, Giulio II, i Gonzaga, Este, Montefeltro, ecc.) fu l’arte del Rinascimento. Noi, ovvero il 99% degli appassionati, possiamo solo guardare quest’arte e appunto farci un selfie per portarci a casa un ricordo e il sentimento delle opere più belle.

Addio alla critica d’arte

Ma Art Basel è anche il grande sismografo del gusto e l’occhio per capire dove stia andando l’arte di oggi, sensazione che non ti danno né Documenta né la Biennale di Venezia. Art Basel è anche una passerella della moda ed un teatro delle vanità. Ma anche questo fa parte dell’arte, ne ha sempre fatto parte. Economia, finanza e vanità sono sempre andate a braccetto. A cosa serve la ricchezza se non la si esibisce, proprio come un’opera? Uno yacht o un aereo personale servono per frustrare gli amici e farli morire di invidia. Ma molta più visibilità e più invidia creano un’opera di Jeff Koons o Rudolf Stingel. Art Basel è anche la dimostrazione che la critica d’arte è sparita, non esiste più. Serve solo a stilare i comunicati stampa delle gallerie o degli artisti. A Basilea noti la scomparsa dalla scena artistica del critico che è diventato l’addetto stampa della galleria o dell’artista. La galleria scopre l’artista e il critico ne illustra (come può) il lavoro. Ma ormai il vero conoscitore dell’arte, lo scopritore di talenti, il referente assoluto del sistema dell’arte è diventato il gallerista (quello intelligente ovviamente e i grandi lo sono tutti, anche perché dispongono di uno staff di intelligenze che nessun museo di può permettere). Il gallerista oggi può creare un artista ma anche distruggerlo (Charles Saatchi docet)… In ogni caso vorrei consigliare tutti i cosiddetti critici italiani, ma anche gli artisti e galleristi, a visitare Art Basel e alcune mostre collaterali.

Si renderanno conto che il concetto di arte, artista, galleria che era nella loro testa, si è liquefatto. E’ diventato pensiero liquido. Come il mercurio che ti sfugge dalle mani. Senza questa acquisizione culturale i nostri critici (ma anche gli artisti e i galleristi) resteranno sempre più soli e nel migliore dei casi dei piccoli burocrati che gestiscono degli pseudo musei). Scrivo questo con estrema amarezza pensando all’Italia che fu.

Se ci domandiamo quali sono stati i critici italiani che dal dopoguerra ad oggi hanno rivestito un ruolo internazionale, con un riconoscimento anche al di fuori dell’Italia, il conto è presto fatto: Germano Celant, Francesco Bonami, Massimiliano Gioni. Il primo per una sua innata frequentazione e vocazione internazionale, Bonami e Gioni (prima di tutto per essere stati umili e intelligenti) poi per essere vissuti a New York, cioè nel cuore dell’arte e aver capito per tempo la liquidità dell’arte. In Italia abbiamo delle buone teste pensanti, ma spesso troppo accademiche e che non hanno avuto la forza di proporsi all’estero. Purtroppo la critica italiana, come tutta l’arte italiana (a parte qualche individualità), come d’altronde la politica, è restata al palo. Il treno della fortuna passa una sola volta e Paganini non si ripete.

Rudolf Stingel davanti all’opera “Untitled” (2013), olio e smalto su tela, 300×242 cm. Courtesy l’artista.

Rudolf Stingel, l’americano del Sud Tirolo sulla vetta del mondo

Rudolf Stingel l’artista di Merano, ora newyorchese, è allenato a scalare le alte vette delle montagne altoatesine, come l’Adamello sulle cui cime si sarà arrampicato da ragazzo e da lì, avrà ammirato il mondo sottostante. Dunque c’è da pensare che Rudolf non soffra le vertigini. Perché certo, a stare lassù, sulla vetta del mondo dell’arte, dopo la mostra alla Fondazione Beyeler che ne ha confermato il valore e il ruolo, a chiunque potrebbe venire il capogiro. Soprattutto a riguardare il suo percorso. Ma Rudolf è allenato, come i grandi alpinisti, alla sofferenza, al sudore e alle altitudini, per conquistare le vette con il sacco in spalla, tra le nevi, il freddo e la fame. Pochi sanno che lui è vissuto otto anni a Milano, aspettando la visita di un gallerista, Franco Toselli, che allora era un riferimento per tutti e che non mise mai piede nel suo studio. Però nel 1984 lui realizzò una bellissima mostra, senza troppi esiti, alla Galleria Deambrogi, all’epoca uno spazio espositivo sperimentale e promettente (mostre del primissimo Stingel, del primissimo Enzo Cucchi, bellissima mostra di Pierpaolo Calzolari, ecc.) che avrebbe meritato maggior fortuna. Luigi De Ambrogi fu mercante e gallerista con occhio acuto, ma a causa del suo disordine mentale e forse amministrativo, dopo poco tempo fu costretto a chiudere la sua pur gloriosa galleria milanese di via Solferino. Dunque il grande Rudolf Stingel ebbe il suo battesimo dell’arte in una galleria di cui pochissimi si ricordano e che chiuse i battenti dopo la sua mostra e il gallerista fuggì a Roma. Ma intanto Franco Toselli non arrivava nello studio di Rudolf. Il quale, dopo otto anni di attesa a Milano, stanco delle promesse e della poca professionalità degli italiani, decise di trasferirsi a New York. E qui, mi confessò che già dopo poche settimane, numerosi galleristi erano passati nel suo studio. Non so come avvenne, ma Rudolf aveva stretto amicizia con Francesco Bonami. Forse già a Milano, quando entrambi cercavano la gloria  come artisti immigrati, uno da Merano, l’altro da Firenze, oppure a New York, dove entrambi andarono a cercare fortuna. Fatto sta che tra i due nacque una stretta e collaborativa amicizia, che ancora dura, per cui dal punto di vista critico, Francesco Bonami è sempre il maggior referente di Rudolf. Ricordo che già ad Aperto ’93, nella Biennale di Venezia dello stesso anno, Bonami, uno dei 12 curatori scelti da Helena Kontova, invitò Rudolf Stingel, insieme, non dimentichiamolo a Matthew Barney, Maurizio Cattelan, Paul McCarthy, Gabriel Orozco, Charles Ray. Ad indicare che pochi curatori hanno avuto occhi veloci come lui). Dopo pochi mesi del suo nuovo soggiorno americano, e dopo una mostra passata sotto silenzio nel 1991, da Daniel Newburg, una dignitosa galleria di Manhattan, iniziò il volo d’aquila di Rudolf. Infatti poco dopo Rudolf entrò in una delle più prestigiose e snob gallerie americane, Paula Cooper (in compagnia, pensate un po’ di Carl Andre, Dan Flavin, Donald Judd, Sol LeWitt): cioè nel Gotha degli artisti minimalisti e concettuali. Non so bene se il contatto con Paula Cooper lo abbia creato Francesco Bonami, che a quei tempi era già molto popolare a New York, grazie soprattutto al suo ruolo di American Editor di Flash Art, per cui era entrato in contatto con tutte le migliori gallerie di Manhattan. E Francesco, era molto socievole e amico di tutti e la sua ironia fiorentina, quando era compresa era anche molto apprezzata dal mondo dell’arte americano. La simbiosi Stingel/Bonami continuò felicemente (e dura ancora) al punto che Stingel tenne una splendida mostra personale al Museo di Chicago, di cui allora Francesco era curatore. Nel frattempo Rudolf era passato, credo con l’assenso di Paula Cooper a far parte della grande corazzata di Larry Gagosian. E da lì una ascesa senza limiti, dalla Punta della Dogana a Palazzo Grassi sino alla trionfale mostra alla Fondazione Beyeler a Basilea. Ma sempre grandi mostre pensate, mai solo opere (seppure bellissime) alle pareti. Le mostre di Rudolf, sono le vere opere d’arte mentre la singola opera diventa un dettaglio, anzi una tessera del grande mosaico (anche se a me piacerebbe possedere una singola opera ma so di non potermela permettere). Dunque il giudizio su Rudolf Stingel non va dato alla singola opera ma al complesso del suo lavoro, da Palazzo Grassi a Beyeler passando per le mostre da Massimo De Carlo a Gagosian e a tutte le altre. Il lavoro di Rudolf rappresenta la costruzione di una grande cattedrale dell’arte di cui ogni opera è un tassello. E lui si è dimostrato un buon architetto ma anche un provetto muratore medievale e mettendo insieme ogni mattone al posto giusto, ha creato la moderna Cattedrale di Chartres.

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Giancarlo Politi