Elogio della normalità. Ettore Spalletti di

di 4 Novembre 2019
Ettore Spalletti guarda La Bella Addormentata, Cappelle sul Tavo (PE) 3-07-1987. Photo © Giorgio Colombo, Milano.

Ettore Spalletti è (stato) uno dei più rigorosi e importanti artisti italiani dagli anni ’70 ad oggi. L’ho conosciuto negli anni ’60, a Pescara, in una mostra collettiva (Ceroli, Alviani, Spalletti, ecc.) nella Galleria L.D. di Lucrezia De Domizio allora ai suoi esordi nell’arte. Ettore era un ragazzo gentile e sottile, apparentemente timidissimo. Nel parlare, quasi balbettava. Poi credo sia diventato un vezzo che lo ha accompagnato per la vita e gli ha procurato molte simpatie. Il suo tono di voce era bassissimo, quasi un sussurro e spesso si faceva fatica a capirlo. Io dovevo avvicinare il mio orecchio alla sua bocca. Allora era uno dei tanti artisti di provincia che tentavano di affacciarsi sulla scena nazionale: divenne amico di Mario Ceroli e Getulio Alviani che credo gli abbiano creato qualche contatto in Italia. Ma il suo supporter principale, direi l’artefice principale del suo affacciarsi sul palcoscenico nazionale, è stato Mario Pieroni, che all’epoca gestiva un importante negozio di tappeti, dove teneva anche alcuni multipli di Ceroli, di Alviani e Pistoletto. Poi aprì una vera e propria galleria ai Bagni Borbonici della città. Un nome un po’ inquietante ma la galleria era bella, spaziosa e luminosa e Mario realizzò splendide mostre, miracolo per la provincia di allora: Mario Merz, Kounellis, Spalletti, ecc. Ma poco dopo, ritenendo un po’ stretta Pescara, e anche perché incontrò Dora Stiefelmeier, che diventerà la donna della sua vita e che tanta importanza ebbe negli sviluppi dei suoi progetti, Mario si trasferì a Roma, aprendo la galleria Mario Pieroni, in pieno centro, in via Panisperna. Ma sempre con un occhio molto attento e amorevole nei confronti di Ettore Spalletti, che portò più volte ad Art Basel, nel suo stand molto minimale e spirituale. E credo che i primi contatti internazionali di Ettore con le gallerie e Istituzioni di altri paesi, avvennero proprio ad Art Basel, nello stand di Mario Pieroni e Dora. Altro grande contributo alla diffusione del lavoro di Ettore lo hanno dato, ognuna nei propri ambiti e senza mai rivaleggiare ben sapendo che lavorare in due è meglio di uno, sua nipote, Benedetta Spalletti proprietaria della galleria Vistamare e la grande Lia Rumma. Di cui un giorno bisognerà raccontare la storia leggendaria, la sua grande intelligenza e determinazione, che da Salerno ha conquistato il mondo. E in silenzio come Ettore Spalletti.

Ettore Spalletti nel suo studio a Cappelle sul Tavo (PE), 2-07-1987. Photo © Giorgio Colombo, Milano.

Il grande miracolo di Ettore, credo quasi unico al mondo, è che lui è diventato un artista internazionale senza mai lasciare l’Abruzzo e conducendo una vita normale. Una vita semplice di provincia ma di grande impegno morale. Tra Spoltore e Cappelle sul Tavo, due paesetti ad un tiro di schioppo. La sua formalmente fu una vita normale che mi ricorda l’Uomo senza qualità di Robert Musil, per il suo estranearsi dalla società ed immergersi totalmente nel suo lavoro dentro la società.

Ma Ettore, soprattutto agli inizi, quando era solo un artista che cercava di affacciarsi nel mondo dell’arte, mantenne alcuni contatti fedeli: Kounellis, Ceroli, Alviani, soprattutto. Convinse Kounellis a prendersi uno studio accanto al suo, a Spoltore,

A proposito di Alviani, su cui so tutto, sia Getulio che Ettore mi raccontarono un episodio comico e drammatico (di cui ho già scritto quando entrambi erano in vita e anche Giacinto Di Pietrantonio è a conoscenza: dunque non sto romanzando la vita di nessuno, come qualcuno pensa). Nei tardi anni ’60 o i primissimo ’70 Ettore andò a visitare Getulio nel suo studio a Udine, adiacente alla abitazione di Alviani, dove viveva con la prima moglie. Donna bellissima e straordinaria, ma gelosissima. Angioletta (così si chiama la prima moglie) vide Getulio entrare in studio con una persona, senza capire bene chi fosse. Ma conoscendo suo marito e le sue abitudini, poco dopo si avvicinò alla porta dello studio per capire chi fosse entrato. Non udendo parlare immaginò che Getulio fosse in compagnia di una donna. Tornò di corsa in casa, prese la pistola (probabilmente dell’ex marito militare deceduto) e corse in studio. Inferocita e accecata dalla gelosia aprì la porta e controluce vide una figura sottile che si stagliava nella finestra. Sparò due colpi di pistola contro la famigerata figura, per fortuna senza colpirla. Si trattava di Ettore Spalletti, che parlando come sempre a bassa voce, fece credere ad un appuntamento d’amore all’infuocata moglie di Alviani.

Ettore Spalletti, Untitled, cm 80×80. Courtesy Collezione Privata, Milano.

L’Azzurro Spalletti come il Blue Klein

 

Ma il grande merito di Ettore, che nessuno ha mai sottolineato, è stata la sua testarda volontà imporre il proprio lavoro, restando sempre in Abruzzo, a Spoltore, un villaggio su un cocuzzolo vicino Pescara. Non ho mai conosciuto nessun artista arrivare ad un successo internazionale di tale misura restando nel proprio paesello. Un insegnamento per tutti. Ettore però viaggiava ed aveva amici ed estimatori di alto o altissimo profilo. Viaggi veloci, blitz di lavoro, con attenzione per tutto ciò che lo riguardava ma anche per tutto ciò che era distante da lui. Ma la curiosità per tutto il panorama dell’arte era innata in lui. Ettore riusciva ad esprimere una opinione pacata e acuta su ogni aspetto della creatività. Anche le più nuove e sperimentali. E per quanto riguardava il suo lavoro era di una dedizione e professionalità monacale e maniacale. Non ho mai incontrato artista così legato al proprio lavoro e al suo universo. Minimale e sempre tenuamente azzurro (con qualche breve p’arentesi rosa). L’azzurro Spalletti come il Blue Klein.

Ma non si può giudicare il lavoro di Ettore Spalletti senza averne mai visitato lo studio. Una sua opera. La pià grande opera di scultura e architettura di Ettore. Una perfetta sintonia tra spiritualità azzurra e silenzio monacale. Entrare nel suo studio significava entrare nella Cattedrale della sua arte, fatta di colori tenui e di silenzio. Mi ricordava in grande la Cappella di Matisse a Vance.

Ettore programmava ogni sua mostra significativa in studio: un bozzetto perfetto dello spazio espositivo, museo o galleria, con la miniatura di sue piccole opere. Opere piccolissime che però subito diventavano enormi, perché lo spazio ti risucchiava e tu eri uno sperduto navigante immerso nell’azzurro.

Spero che gli eredi di Ettore vogliano conservare lo studio come una cattedrale, con tutti i progetti di mostre e lo spirito mistico che lo studio sprigionava.

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Giancarlo Politi