L’arte è donna? Aneddoti vissuti sulle donne artiste (Parte Seconda) di

di 27 Marzo 2020

Una precisazione: tutto ciò che vado riportando nei miei Amarcord da sempre è frutto di esperienza diretta e di vita vissuta. Solo eventuali opinioni sono personali. Ma fatti e vicende sono rigorosamente veri e riscontrabili. Nulla è frutto della fantasia, se non alcuni dettagli insignificanti. La distanza dei fatti da oggi può aver sovrapposto alcuni momenti ad altri senza alterarne la sostanza. Sono frutto invece di testimonianze indirette o approfondimenti personali le parti storiche anteriori agli anni ’50.

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Copertina di Numero no. 2 Settembre 1952 Anno IV – Serie III. 34 x 24 cm. Courtesy Fondazione Bonotto.

Bice Lazzari e Fiamma Vigo: il fuoco interno dell’arte
Il mio primo incontro con una donna artista risale alla metà degli anni ’50. Si chiamava Antonietta Innocenti, di Foligno ed era una ragazza che a me sembrava bellissima (e forse lo era). E fui talmente intimidito dall’incontro e dalla sensualità che sprigionava con la sua abbronzatura integrale (almeno per me allora spaventato dalle donne) che guardai molto lei e poco le sue opere: eppure riuscii a scrivere un articolo per Il Messaggero dell’Umbria. A lei mi aveva indirizzato Carlo Ruffinelli, pittore locale gentile e modesto, scomparso senza lasciare traccia come i più. Io fui molto sorpreso perché sino ad allora, nella mia breve esperienza, a Foligno avevo incontrato solo pittori uomini. Ma poco più tardi, forse nel 1957 o ’58, a Roma, presentatami da Achille Pace o forse da Guido Montana allora direttore di Arte Oggi, incontrai una vera professionista: Bice Lazzari, una donna minuta, apparentemente delicata, ma di una forza incredibile. E bravissima pittrice. Da bambina era stata colpita dalla poliomelite e lei camminava speditamente ma zoppicando. Abitava in un bell’appartamento in via del Babuino, molto vicino alla Rai di Piazza del Popolo, dove suo marito, Diego Rosa, architetto e persona squisita, lavorava come tecnico o forse regista. Diego si occupava di Bice con dedizione totale, affetto e sensibilità. Entrambi erano molto disponibili con me, io ero diventato il figlio che non avevano avuto e praticamente tutte le sere mi invitavano a cena, per farmi dimenticare i panini con mortadella o le ambitissime crocchette di riso che acquistavo per pranzo in un baracchino accanto a Il Messaggero, vicino a Fontana di Trevi. Più tardi, dopo averle conosciute entrambe, associai la Lazzari alla più grande eroina e pioniera dell’arte italiana, oggi dai più ignorata, Fiamma Vigo, perché anche lei colpita dalla poliomelite da bambina ma che, malgrado la sua menomazione, a quei tempi gestiva cinque gallerie: a Firenze, a Prato, a Roma, Venezia e Milano. Oltre alla rivista Numero, la prima rivista italiana che si occupò anche dell’avanguardia in quegli anni. Un vero miracolo, anche di organizzazione, coordinamento e determinazione. Mi raccontava Fiamma che una o due volte la settimana trascorreva le notti sui sedili di legno dei treni, in terza classe, da Roma a Venezia o Milano. E da lei, nella sua galleria fiorentina sono passati tutti gli artisti italiani e non (ne ha esposti oltre 2.000) tra cui Fontana, Burri, Rauschenberg, Capogrossi, Arnaldo Pomodoro. E molte donne, come Adriana Pincherle (sorella di Moravia), Dafne Casorati, Paola Levi Montalcini, Giulia Napoleone, Carla Accardi, ma anche molte altre, di cui ora mi sfuggono i nomi (purtroppo non posseggo una documentazione attendibile su di lei e che invece, se esistesse, mi piacerebbe avere). Ma allora erano molto rare le donne artiste, però lei espose tutte quelle con cui entrò in contatto. E per far sopravvivere le sue gallerie, sempre in posizioni strategiche nelle città, si ridusse in miseria, dopo aver venduto tutti gli immobili di prestigio di Parigi e di Firenze, ricevuti in eredità da sua madre benestante e che dedicò tutta la vita a questa sua figlia molto dotata per l’arte ma sfortunata nella vita. Il suo contributo all’arte contemporanea in Italia e in una Firenze molto consevatrice e chiacchierona, è incalcolabile. Me ne parlava con amorevole simpatia anche Alberto Burri, che era molto parco di complimenti, specialmente nei confronti delle donne artiste. E Fiamma Vigo spendeva la sua vita viaggiando in treno per assistere alle inaugurazioni delle sue cinque gallerie. E morì a Venezia nel 1981, sola, poverissima e abbandonata, all’Ospedale Fatebenefratelli. Nessuna pietà da parte degli artisti che agli inizi cercarono aiuti e visibilità dalle sue gallerie, né dallo Stato o Comune. Eppure molta storia dell’arte italiana e soprattutto fiorentina è passata attraverso lei. Peccato che ogni volta che si è parlato di femminismo, il suo nome non è mai affiorato (o mi è sfuggito?). Eppure è un rarissimo vero grande esempio di donna coraggiosa ed emarginata (ma per fortuna non repressa) per le sue idee sempre propositive e perché era donna, per il suo coraggio e per la grande dedizione all’arte: Firenze non l’amò e cercò sempre di isolarla e ostacolarla. Ma credo che Fiamma Vigo e Irene Brin (altro personaggio ignorato dalle cronache del femminismo) furono le due figure femminili preminenti nell’arte degli anni ’50. Credo che nel dopoguerra il femminismo in arte, storicamente iniziò con loro, anche se Carla Lonzi, il simbolo e la teorica del femminismo dell’arte in Italia non mi sembra che ne abbia mai tenuto conto. Altre bravissime galleriste donne di riferimento e con più fortuna anche se non femministe, furono a Milano, Beatrice Monti con la sua mitica galleria l’Ariete, Carla Pellegrini con la Galleria Milano e, a Firenze, Matilde Giorgini con Il Quadrante. Tutte donne di grande classe e gusto raffinato. E forse con buone disponibilità familiari. Anche se forse non furono molto attente al lavoro delle donne artiste. Ma le cito per indicare il fortissimo contributo delle donne alla storia dell’arte italiana. Dunque a pensarci bene, numerose donne erano già protagoniste della vita artistica e culturale italiana negli anni ’50 e ’60. A volte benestanti, altre volte solo disperatamente appassionate e che hanno dedicato tutta la propria vita all’arte. Beatrice Monti, donna còlta e di grande classe, figlia di un italiano e di madre armena, dominava la scena dell’arte milanese con le sue mostre anche oggi mitiche: Fontana, Manzoni, Castellani, Schifano, Pistoletto. Ma già prima con mostre di Jasper Johns e Robert Rauschenberg, già tre anni prima della loro partecipazione trionfale alla Biennale di Venezia del 1964. E mostre di Pollock, Twombly, Rothko, Franz Kline, De Kooning, Barnett Newman, Morris Louis, Noland. Ma prima degli americani presenta gli inglesi: Francis Bacon, David Hockney, Hamish Fulton. Cosa volere di più in quell’Italia del dopoguerra, depressa e culturalmente smarrita in cui dominavano Guttuso e l’informale lombardo, bolognese e di Spoleto?

Bice Lazzari, Senza titolo, 1965. Tempera e pastello su tavola. @ L’artista. Courtesy Richard Saltoun Gallery, Londra.

Le nemiche delle donne artiste? Le donne di potere nell’arte
Ma torniamo a Roma, nella bella casa studio di Bice Lazzari, dove quasi ogni sera mi rifocillavo per il giorno dopo con il fegato alla veneziana cucinato dell’ottimo cuoco Diego. Bice aveva come studio una bella stanza, accanto alla cucina e lei dipingeva le sue opere, di non grandi dimensioni, su un tavolo. La ricordo assorta su un’alta sedia con cui dominava il tavolo e la sua tela piena di colori e di righe rosse o gialle orizzontali o verticali. Bice vantava (ma nascondeva gelosamente, erano tempi di terrorismo culturale nei confronti dell’immagine: solo Guttuso poteva) un ottimo trascorso di pittrice figurativa. La mia frequentazione con Bice Lazzari e suo marito durò a lungo, anche quando lasciai temporaneamente Roma per insegnare a Fano, Gubbio, Deruta, ma appena tornavo nella capitale, quasi tutti i week end, la mia prima tappa era presso gli amici Bice e Diego, per gustare, anzi no, abboffarmi (si può dire?) con la loro straordinaria cucina. Bice nel tempo mi regalò anche due o tre sue opere, molto belle, delicate e dedicate ma che nella mia vita di nomade di allora, si persero o si distrussero. Nel frattempo io avevo scritto qualcosa su di lei ne La Fiera Letteraria, cosa che le fece molto piacere. Bice e Diego erano due persone dinamiche, con molte conoscenze (Bice era anche la cognata di Carlo Scarpa, il noto architetto di Venezia e dispotico deus ex machina de La Biennale di Venezia) ma all’epoca la sua vita di artista era nell’ombra. Nessuna mostra significativa ma solo qualche vendita occasionale, oppure importanti opere pubbliche su commissione grazie al marito architetto e forse proprio a Carlo Scarpa, che la stimava molto. Nemmeno le gallerie dirette da donne si interessavano a lei. Anzi, credo che proprio le gallerie dirette da donne erano le più sospettose nei suoi confronti. E di tutte le donne in genere. E questo è un discorso che andrebbe approfondito perché io ritengo che nella storia dell’arte italiana del dopoguerra, le maggiori nemiche delle donne artiste, furono le donne di potere. Donne della mia età (a partire da Palma Bucarelli) alle generazioni successive. E lo dico a ragion veduta. E potrei fare nomi e cognomi di donne galleriste o importanti curatrici o direttrici dei maggiori musei italiani (questo più recentemente) accanite nemiche, per gelosia e bramosia di potere, delle donne. Chi è informato capirà. Avete mai visto uscire una brava curatrice e diventare autonoma, da un museo italiano diretto da una donna? E avete mai visto offrire visibilità e rilievo a qualche donna artista da parte delle più autorevoli donne critiche e curatrici italiane? (Con la sola eccezione di Laura Cherubini, sempre attenta a tutto e a tutte). Spero sia una mia sensazione e vorrei essere smentito. Sarei pronto a scusarmi apertamente, ma la mia sensazione è che le donne di successo in arte abbiano molto ostacolato le nuove generazioni. La sola galleria italiana, a mia memoria, che ha offerto, ma più recentemente, spazio, visibilità e amore a molte artiste donne è stata Raffaella Cortese a Milano, a partire dal 1995. Ma da quell’anno la sua attenzione alle donne artiste di qualità è stato unico.

Marisa Busanel, Donna che nuota sott’acqua, 1960. Tecnica mista su tavola. 150 x 88 x 5 cm. © Gli eredi. Courtesy FFMAAM, Collezione Francesco Moschini e Gabriel Vaduva A.A.M. Architettura Arte Moderna.

Marisa Busanel, artista diversa nella scena romana
Negli stessi anni a Roma, frequentavo un’altra ottima artista, Marisa Busanel (Venezia 1933), allora compagna del mio conterraneo e amico, lo scultore Leoncillo Leonardi, che talvolta, insieme a Marisa, mi dava un passaggio sino a Spoleto, da dove lui proveniva e vicino alla mia Trevi dove tornavo ogni week end con la biancheria da lavare per mia madre (peraltro molto felice di aiutarmi). Marisa era una ragazza molto sexy e molto corteggiata. Ma poco socievole. Anzi, un po’ selvatica. Si racconta che ad un party rifiutò le avances di Marlon Brando, che trattò anche molto male in pubblico. Il suo rapporto con Leoncillo fu molto tormentato per i reciproci caratteri inquieti. E forse anche per la differenza di età: Leoncillo aveva 18 anni più di lei. Il rapporto comunque continuò sino alla morte di Leoncillo, che avvenne nel 1968, per un infarto mentre faceva sesso con una donna in macchina. Non ho mai saputo se fosse Marisa Busanel. E Marisa non me ne parlò mai. Dopo la morte di Leoncillo, Marisa si tenne in disparte e io ne persi le tracce. So che poi visse una bella e lunga storia d’amore con il pittore Giancarlo Limoni, ma io ero già a Milano e non la vidi più.
Le opere di Marisa erano molto inquietanti e declinavano (come molta arte allora) l’Arte povera, ma con una bellissima sensibilità del tutto femminile (generalmente l’Arte povera è stata un laboratorio di maschilismo, nessuna donna potè avvicinarsi al gruppo. La sola grande artista, più brava del marito, Marisa Merz, costretta anche a prendere il nome del marito anziché mantenere il suo, fu sempre tenuta a debita distanza dalle grandi mostre del gruppo).
Le opere della Busanel, vestiti o stoffe intrisi di colore (forse sangue) e incollate su tavole, strappi ricuciti, pittura astratta violenta. Ma malgrado questa sua originalità e tipicità, il suo lavoro restò ai margini del contesto artistico romano, a parte qualche sparuta e qualificata presenza in alcune mostre collettive. Il maschilismo imperante, soprattutto di Plinio De Martiis e la distrazione di Fabio Sargentini e la misogenia di Liverani de La Salita, impedì a qualsiasi donna di avvicinarsi alle loro gallerie.
La TartarugaLa Salita e L’Attico, furono off limits per le artiste italiane. E a Roma, molte promettentissime artiste donne cambiarono mestiere o si ritirarono in silenzio in se stesse in quegli anni. La sola donna accettata fu Giosetta Fioroni, perché brava artista ma soprattutto amica di Cy Twombly e compagna di Goffredo Parise. Giosetta Fioroni era molto attenta alle sue amicizie, sempre molto selezionate (e spesso sofisticate) quasi sempre con letterati (tra cui Arbasino, Lombardi, ecc.). In quei primi anni ’60 non incrociai molte donne, seppure la mia curiosità mi portava ad interessarmi di loro. Un’artista promettente e mi sembrò anche brava, presentatami da Mario Ceroli, fu Cloti Ricciardi. Ragazza determinata, dapprima pittrice e poi anche lei attorno all’Arte povera, prima di diventare femminista militante. Comunque fu attivissima e partecipò a numerose mostre, alcune presentate da Achille Bonito Oliva e Bruno Corà. Ma malgrado una intensa attività, la sua fu una presenza effimera, ormai quasi cancellata dal tempo.

Carmen Gloria Morales, Rosso, 1971. Tecnica mista su cartoncino. 70 x 100 cm. Courtesy Il Segno, Roma.

Carmen Gloria Morales, una grande pittrice silenziosa
Altra artista di assoluta qualità, ma molto riservata, fervente femminista ma minimalista in pittura fu Carmen Gloria Morales. Arte e femminismo non erano coniugabili per lei. Ma anche lei ha vissuto (e vive) una sua vita solitaria, con buone relazioni personali, ma lontana dai palcoscenici glamour. Certamente l’artista astratta minimalista più brava in Italia, che avrebbe meritato una visibilità adeguata. Ma certamente verranno tempi migliori per lei, perché il suo lavoro è di livello molto elevato. Vidi due annni fa una sua bella mostra qui a Milano alla galleria Luca Tommasi ma non mi sembrò di averne constatato ulteriori sviluppi. Lei meriterebbe una bella galleria italiana con ambizioni e capacità internazionali.
Verso la fine degli anni ’60, sempre a Roma, iniziò ad apparire alle inaugurazioni Laura Grisi che però incontrava notevoli difficoltà perché troppo bella e benestante. Il misogino (seppure intelligente e bravissimo) Plinio De Martiis mi diceva: nell’arte non c’è spazio per le donne belle e per gli uomini ricchi. L’arte deve essere sofferenza, deve nascere dalla fame, dalla disperazione. Credo che Plinio fosse un marito non facile, se sua moglie, Ninì Pirandello, figlia del famoso scrittore e drammaturgo, agli inizi degli anni ’70, mi pare proprio nel 1971, diede una grande festa di capodanno, invitando tutto il mondo artistico e intellettuale di Roma a casa sua sopra il bar Rosati (da Cy Twombly al barone Giorgio Franchetti, a tutti gli artisti e collezionisti della galleria La Tartaruga; io mancai perché andai a trascorrere il capodanno a Trevi con i miei) ma a mezzonotte precisa si gettò dalla finestra del quarto piano. Proprio a Piazza del Popolo, davanti al Rosati, il cuore artistico e culturale di Roma. E fu a causa causa della mentalità imperante a Roma e in Italia, che, pur essendo brava, Laura Grisi non ebbe molto successo. Per questa ragione tentò la fortuna a New York, protetta da Leo Castelli (che le organizzò due mostre personali) e Jeffrey Deitch. Ricordo che nei tardi anni ’70 Leo Castelli (su cui sto preparando un Amarcord), a New York mi chiese di aiutare, attraverso Flash Art, Laura ad affermarsi, perché, lui disse, “io ho realizzato due sue mostre, senza alcun risultato. Eppure è molto brava”. Parole del più famoso e potente gallerista al mondo. Ma Leo, l’ultimo gallerista gentiluomo, non ha mai usato il suo potere, né per vendere né per affermare i suoi artisti. Lui semmai suggeriva gentilmente e intellettualmente a colleghi, collezionisti, musei. Oggi, per un importante gallerista il discorso sarebbe molto diverso. Gagosian oppure Hauser & Wirth, riuscirebbero ad imporre qualsiasi artista. Ma essendo molto intelligenti scelgono i migliori del panorama. Loro non vogliono scoprire gli artisti ma li vogliono già affermati.

Laura Grisi, Seascape, 1966. Acrilico su tela, plexiglas, pannelli scorrevoli. 100 x 122 x 12. Courtesy P420, Bologna.

Laura Grisi, vittima del maschilismo romano
Dunque con Laura Grisi Leo Castelli non ebbe fortuna. Lui con le donne usava la sua eleganza e il suo fascino: il nome e il sex appeal facevano il resto. Ma ricordo che io risposi pressappoco: caro Leo, ma se non riesci tu a far affermare una brava artista come Laura, come posso riuscire io con una rivista d’arte? Riporto questo aneddoto perché in quegli anni ’80, anche galleristi come Leo Castelli erano convinti che Flash Art avesse un potere di convincimento molto forte. Un aneddoto personale ma curioso: proprio in quegli anni, incontrando Giuseppe Uncini a Roma, lui mi prese scherzosamente per il collo dicendo: “dovrei strozzarti, perché tu sei il responsabile di tutto questo caos nell’arte di oggi”. Solo perché Flash Art pubblicava e rendeva visibili le proposte nuove: Minimal Art, Conceptual Art, Arte povera, Body Art, Transavanguardia, ecc. molti artisti pensavano che Flash Art fosse il cavallo di Troia che introduceva il diavolo in Italia destabilizzando il sistema dell’arte vigente. In parte era vero, ma nessuno si rendeva conto che si trattava solo di una accelerazione perché il grande tsunami del nuovo era in arrivo e sarebbe stato inarrestabile. Come è sempre avvenuto: il nuovo vince sempre, anche se non sempre è auspicabile che vinca e non sempre è nuovo. Pensate alla rivoluzione planetaria del ’68: nulla è stato più come prima, nemmeno le poche cose belle che rendevano piacevole la vita. Eppure non è cambiato nulla. La rivoluzione del ’68 è la testimonianza del fallimento delle rivoluzioni. Il capitalismo e la finanza internazionale si impossessarono ancor più autorevolmente dei centri di potere che detenevano. O si fa la rivoluzione russa o francese, cioè tabula rasa, oppure tutto resta come prima. Come asseriva il Gattopardo Tomasi di Lampedusa.
A proposito di Laura Grisi, ricordo che a Roma era supportata da Nello Ponente (innamoratissimo di Laura) che ai tempi era uno dei più autorevoli critici italiani. Ricordo una sua mostra a Il Segno, una sofisticata galleria dedicata alla grafica e al disegno, di Angelica Savinio (recentemente scomparsa), figlia dell’illustre padre. Ma Laura, moglie del regista Folco Quilici, donna moderna ed emancipata nonché benestante, non ebbe molta fortuna, perché era troppo bella: e lo dico perché ne sono certo. E forse lei se ne rese conto, ma non seppe gestirsi. Ma erano tempi veramente duri per le donne, a cui venivano chiuse molte porte per le ragioni più banali. O più semplicemente perché erano donne.

Da destra: Laura Grisi con Leo Castelli, Barbara Jakobson e Jeffrey Deitch a New York, 1988. Courtesy P420, Bologna.

Come conobbi Angela Davis
Nel prossimo Amarcord vi racconterò come conobbi (fugacemente) Angela Davis, la mitica femminista americana ed esponente delle Black Panthers, tramite Beverly Axelrod, la sua famosa avvocatessa (di origine indiana) e che insieme ad Angelo Quattrocchi, con cui conviveva, furono miei ospiti in via Prenestina a Roma. Ma alla prossima.

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