Un ricordo privato e “combattente”. In memoria di Germano Celant (1940-2020) di

di 30 Aprile 2020
Assemblea organizzata durante la mostra “Arte povera più azioni povere”, Amalfi, Ottobre 1968. Courtesy Fondazione Menna, Salerno / Roma. Da sx in basso: Achille Bonito Oliva, Germano Celant, Filiberto Menna e Gillo Dorfles; da sx in alto: Valerio Ferrara, Marcello Rumma e Angelo Trimarco.

L’Arte Povera è Orfana.
Se il nemico si concentra perde terreno, se si disperde perde forza.

A Torino ho partecipato alle primissime riunioni che preludevano la nascita del’Arte povera. Si, era agli inizi del 1967 e il grande collezionista torinese Marcello Levi, aveva affittato un grande spazio, DAP, Deposito Arte Presente, dove aveva raccolto opere di Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Mario Merz, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio, Ugo Nespolo, Gianni Piacentino, Piero Gilardi. Non assomigliava ad uno spazio espositivo ma ad un caravanserraglio, con materiali (poi definiti opere) sparsi sul pavimento o attaccati alle pareti. Si respirava un’aria di libertà e di rinnovamento che ti faceva sentire al centro di una piccola rivoluzione.
Un giorno con tutti gli artisti riuniti, oltre al sottoscritto, Gian Enzo Sperone, Tucci Russo, arrivò da Genova Germano Celant, tutto di nero vestito. Al centro del conclave, prese la parola e rivolto agli artisti: “tra noi dobbiamo stabilire un rapporto da regime militare. Nessuno di voi potrà realizzare una mostra senza il consenso di tutti gli altri, nessuno potrà decidere di esporre in un museo o galleria se non avallato da tutti. Nessuno potrà vendere un’opera se non saremo tutti d’accordo”. Il bastone del comando resta a me (questo non lo disse ma lo fece capire).
Il riferimento militare del momento era il generale vietnamita Giap, il Napoleone Rosso, grande stratega della guerriglia (Appunti per una guerriglia, si chiamava il manifesto dell’Arte povera pubblicato in Flash Art Novembre–Dicembre 1967) che sconfisse prima l’esercito coloniale francese e poi le truppe americane. Tutti gli artisti presenti aderirono alle proposte di Germano Celant ubbidendo. E chi non obbedì fu espulso dal gruppo.
Se il nemico si concentra perde terreno, se si disperde perde forza. Questa una massima del generale Giap, diventata un’opera storica di Mario Merz, esposta a Documenta nel 1972 ma anche una sorta di massima del Gruppo.
Il rigore militare voluto da Germano Celant durò a lungo, sino a che alcuni artisti (Penone, Pistoletto, Boetti) non divennero più forti del capo che li aveva messi insieme. Il gruppo talvolta cambiò pelle ma non si disgregò mai.
La parola di Germano aveva sempre un grande potere, mentre io sono ancora sorpreso da come il grande critico genovese sia riuscito a tenere in pugno un gruppo di scalmanati sempre imbizzarriti.

Ciao Germano. Sarà ancora la tua parola dei tempi d’oro, Vangelo per gli artisti?

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Giancarlo Politi