Italo Calvino e Elsa De Giorgi

18 Giugno 2020

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Elsa De Giorgi.

Italo Calvino? L’ho conosciuto a Roma, forse nel 1957/1958, a casa di Elsa De Giorgi, attrice e scrittrice bellissima e intelligente. E bravissima. Nel 1955 aveva vinto, con il romanzo I coetanei, il Premio Viareggio, con una partecipata prefazione di Gaetano Salvemini. Che ai tempi non era un traguardo facilmente raggiungibile. E il romanzo divenne il primo best seller della storia letteraria italiana. Con numerose traduzioni anche all’estero. Anche se il Viareggio era appena nato.
Stava scemando la stagione del grande amore tra Italo Calvino e Elsa De Giorgi, che Maria Corti, che ha visionato e raccolto le oltre 400 lettere d’amore tra i due, le più belle del ‘900 scrive lei, definisce immortale, anche per l’influenza pare determinante della scrittrice sul lavoro di Calvino.
Elsa De Giorgi era sposata con Sandrino Contini Bonacossi, uno degli eredi di Alessandro Contini Bonacossi e di Erminia Vittoria Galli Feroldi che avevano messo insieme la più grande collezione d’arte privata al mondo. Una fortuna colossale. Di cui parlerò in uno dei prossimi Amarcord. Si racconta che Sandrino avesse partecipato attivamente alla resistenza a Firenze, sotto il comando di Ferruccio Parri, il leggendario comandante partigiano “Maurizio” di Giustizia e Libertà, poi diventato il primo Presidente del Consiglio italiano e di cui Indro Montanelli scrisse: «Se ci fu un presidente del Consiglio italiano che meritò la qualifica di galantuomo, di politico onesto e probo, quello fu Ferruccio Parri». Lo stesso Parri che definì lo scempio su Mussolini e la Petacci a Piazzale Loreto “macelleria messicana“. Dunque ci troviamo di fronte ad un uomo d’altri tempi, incorruttibile e idealista, come forse è mai accaduto dopo. E sembra anche che Sandrino Bonaccossi ed Elsa De Giorgi (al tempo senza conoscersi) furono protagonisti della resistenza fiorentna, al punto che Sandrino per il suo coraggio e intraprendenza, fu nominato il vice di Parri. Ma attivo pare fu anche il ruolo di Elsa De Giorgi, una giovane nobile di origine umbra (Bevagna e Spoleto), 16 anni, e che fungeva da postina della resistenza fiorentina e definita da qualche denigratore toscano “le più belle poppe della resistenza”. Così almeno trovo scritto nelle cronache dell’epoca e si sa, ambasciator non porta pena.

Io spesso a casa di Elsa De Giorgi
Ma perché io giovanissimo, nemmeno ventenne, frequentavo Elsa De Giorgi, la cui abitazione romana era diventata il salotto culturale più ambito ed esclusivo della capitale con Moravia, Pasolini, Guttuso, e soprattutto Mario Alicata, responsabile culturale del PCI, deus ex machina della cultura letteraria in Italia, per cui ogni sua parola diventava un ordine di scuderia e presenti ogni giovedì sera nella sua bellissima casa sulla Nomentana? Io provenivo da una cittadina umbra, Trevi, fra Bevagna e Spoleto, le città di origine della famiglia De Giorgi, ma allora abitavo a Roma e stavo cercando di raccogliere alcuni poeti con qualche legame ideale tra loro, per il libro che avevo in testa, Linea Umbra. Con il mio amico poeta, Gaetano Salveti, allora colonnello dei servizi segreti del generale De Lorenzo che pare stesse preparando il famoso golpe di cui tutti parlarono ma su cui non si ebbe mai alcuna prova certa, diventai amico di Elsa De Giorgi, che spessissimo mi invitava a pranzo e a cui talvolta era presente Italo Calvino. Durante i vari pranzi mi intrattenevo spesso con Calvino, parlando un po’ di tutto ma soprattutto del tempo e di poesia, che in quegli anni era il mio cavallo di battaglia e di Troia per entrare ovunque (ho scoperto che in gioventù tutti, da Papa Woytila al portinaio dove abitavo a Roma, erano stati poeti). Per questo mio status di poeta ma soprattutto considerato esperto di poesia ero stato invitato a pranzo con tutti gli onori, da un Generale di Corpo d’armata, uomo che incuteva terrore a migliaia di sottoposti e che a me, nemmeno ventenne, chiedeva timidamente e umilmente di leggere le sue poesie per esprimere un giudizio. Io ero fresco reduce di Lascia o Raddoppia di Mike Bongiorno come esperto di poesia: per dieci anni e forse più, sono stato gettonatissismo e adulato dai cenacoli di poesia noti e sconosciuti, allora molto frequenti, che mi aprivano tutte le porte, per sottopormi i loro aborti letterari. In una di queste occasioni fui chiamato in una cittadina della Toscana, in cui celebravano per le strade la Festa dell’Uva. Mi misero insieme ad un gruppo di ragazze scalpitanti, sopra un carro bardato, trainato da buoi, con in testa una corona di alloro (il Poeta) a declamare  a voce alta i miei e altrui versi, in uno schiamazzo di gente alticcia e di giovani più interessati al bicchiere di vino che alle mie urla poetiche. Ma io ero andato in nome della poesia ma anche attirato dalle 10.000 lire che mi offrirono come ricompensa. Ero ospite del direttore della Pro Loco a casa sua, che poi alla sera, dopo cena, si ritirò con la moglie lasciandomi solo nel salotto con la loro figlia. Una ragazza magnifica e dallo sguardo furbo e apparentemente disinvolto. Ma io timido, peggio di un coniglio selvatico, continuavo a parlare di poesia e forse a declamare qualche verso. Dopo un po’ vidi la ragazza sbadigliare e così capii che era l’ora di andare a letto, ognuno nella propria stanza ovviamente. La bellissima ragazza tra un buon letto e uno sproloquio di poesia, intelligentemente aveva preferito la prima opzione. Per noi ragazzi di provincia, soprattutto per me, timidissimo, era dura ai tempi. La mia prima fidanzatina, vicina di ombrellone al mare a Senigallia ma originaria di Foligno, uscì con me due tre volte per una passeggiata peccaminosa nel corso di Foligno, con dietro, a un metro, i suoi due fratelli e la mamma. Durante il nostro fidanzamento, che durò poche settimane, non ho osato mai sfiorarla nemmeno con un dito. Il ricordo mi fa venire in mente il fidanzamento degli ebrei ultraortodossi, che ho visto recentemente in Shtisel, a mio avviso un vero capolavoro di ricostruzione delle tradizioni ebraiche, da cui sono molto affascinato per il rispetto delle distanze tra uomo e donna. Molto simile alle mie nel corso di Foligno negli anni cinquanta.

Italo Calvino e Elio Vittorini.

Io, Italo Calvino e i Chihuahua
Dunque infatuato senza riguardi di poesia ed invitato con entusiasmo, ero spesso a pranzo a casa di Elsa De Giorgi con talvolta Italo Calvino: che era un personaggio freddo, schivo e riservato, ti guardava sottecchi, mai in faccia. Sprizzava ovviamente intelligenza e con me parlava quasi solo di poesia: era incuriosito dalla poesia contemporanea peruviana e dell’America Centrale (soprattutto degli indiani Chihuahua, che io, per qualche strana circostanza avevo coltivato perché amico di uno studioso che aveva dedicato tutta la sua vita a studiare Padblo Neruda e la poesia popolare dell’America Centrale). E Italo Calvino, da poco tornato dal Sudamerica e da Cuba, dove era nato, si mostrò interessato a questo aspetto della poesia popolare centroamericana molto politicizzata. Ma nelle discussioni, certamente per colpa mia, ancora immaturo, Italo Calvino non brillava. Si avvertiva che era un uomo intenso e colto, ma in quei frangenti, chiuso in se stesso, quasi a non voler sprecare il suo sapere con un giovinastro di passaggio.
Io non avevo letto nulla di Calvino, non so perché, mai considerato un grande scrittore (tra gli italiani a lui preferivo Gadda o Delfini) ma lui era già una star nei circoli letterari, soprattutto per la sua direzione editoriale della Einaudi, insieme a Elio Vittorini e che io non stimavo perché insieme avevano rifiutato la pubblicazione de Il Tamburo di Latta, di Guenther Grass, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, ma soprattutto Il Dottor Zivago, di Boris Pasternak, per i contenuti troppo borghesi. Dimostrando grande fedeltà alle direttive di Mario Alicata e sovrano disprezzo per la cultura. Io non so se detestavo Calvino, ma certamente non l’amavo. E ancora oggi il mio cuore non batte per lui.

Elio Vittorini “il negriero”
Ma sono soprattutto indignato nei confronti di Elio Vittorini, anche lui oracolo del PCI e noto come grande traduttore di scrittori anglo americani (Dos Passos, Steinbeck, Hemingway, Saroyan, D.H. Lawrence, ecc.) pur non conoscendo una parola di inglese. Come è potuto accadere? Eugenio Montale gli aveva presentato una traduttrice professionista e appassionata, Lucia Rodocanachi Morpurgo, che insieme al marito abitava ad Arenzano, vicino Genova. La signora Rodocanachi Morpurgo, donna coltissima, molto più di Vittorini, traduceva e proponeva i romanzi stranieri a Vittorini (come anche a Montale), il quale riguardava il testo e li firmava come traduttore, e da quel maschilista che era, non citò mai il nome della vera traduttrice. Anzi, le impose per contratto di mantenere il segreto. Fu Enrico Falqui sapendo che l’amico Vittorini non conosceva l’inglese a confessarmi l’inganno di una traduzione perfetta ma effettuata da Lucia Morpurgo, alias Rodocanechi, nata a Trieste e amica di Bazlen e forse anche di Leo Castelli, donna coltissima, raffinata e frustrata. La povera Lucia, la vera traduttrice di tutti i grandi classici anglosassoni in Italia, oltre a dover mantenere l’anonimato era sfruttata e sottopagata. Lei chiamava Elio Vittorini “il negriero”.
“La traduzione di Lawrence citata sul “Frontespizio”, l’ho fatta io, e rispetti il segreto di Pulcinella, Vittorini non ci si è affaticato sopra. Creda, quella prosa che appena tiripettata mi faceva arrossire, mi riempie di legittimo orgoglio con le arditezze del suo stile, ora che non lavoro incalzata dagli S.O.S. del negriero…”
Lucia Rodocanachi, a Carlo Bo, 27 novembre 1937.

Lucia Morpurgo Rodocanachi.

La grande traduttrice nascosta
L’episodio mi venne confermato anche da Eugenio Montale (che aveva presentato la Morpurgo a Vittorini) che definì da qualche parte la grande traduttrice, la négresse inconnue, ossia la traduttrice nascosta e di cui anche lui si serviva. In ogni caso nemmeno oggi il mondo letterario italiano ufficiale ha mosso un dito per riabilitare una donna, protagonista della cultura del nostro dopoguerra, schiacciata e messa in disparte dal maschilismo e protagonismo dell’ideologia marxista deviata. La povera Lucia Rodocanechi Morpurgo morì sola e povera ad Arenzano nel 1978. La signora Lucia, che aveva tradotto tutta la letteratura anglosassone e tedesca in Italia per Vittorini, Montale, Gadda, Sbarbaro, morì sola e sconosciuta:
Devi farmi la lista di una eventuale collezione romanzesco-narrativa che includa anche inglesi e americani, ma pure scandinavi, danesi, boemi, polacco-russi ignoti o quasi… Arriva fino a 40/50 titoli, ma presto presto presto e taci, taci, taci con altri tuoi aficionados.
Tuo Eugenio Montale.

Che tristezza caro Eusebio Montale, mito della mia giovinezza, anche tu schiavo delle tue ambizioni. E io che leggevo le tue traduzioni da Shakespeare come una bibbia! Se riuscissi ad andare ad Arenzano vorrei portare un fiore sulla tomba di Lucia Rodocanechi Morpurgo. Oppure ci fosse nei paraggi un’anima buona che lo facesse per me con la scritta: Da parte di un estimatore sconosciuto: G.P. Chi tra i miei lettori vive vicino ad Arenzano?

Alcuni grandi editori, corresponsabili di questa discriminazione
Ora mi chiedo, perché Einaudi, Mondadori e altri editori  sapendo bene che i loro traduttori non conoscevano le lingue, non hanno preteso di pubblicare anche il nome del vero traduttore? Perché questa complicità subdola, nei confronti di una donna indifesa? E quando affiorerà la verità? Perché nella prossima ristampa i grandi editori non utilizzeranno il nome del vero traduttore? Sarebbe veramente un gesto che tutti apprezzeremmo.
Chiudo con un divertente ricordo di Elsa De Giorgi, rimasto impresso nella mia memoria come la scrittrice donna più dotata che abbia incontrato. E il suo romanzo, Ho visto partire il tuo treno, con la sua tragica storia d’amore e la triste conclusione con la partenza del treno da Roma a Torino, dove Italo Calvino, dopo l’ultimo saluto, aveva preso posto salutandola per sempre, con il suo cinismo sinistro.
Elsa mi considerava un giovane fan e amico, al punto da dirmi, durante un pranzo: Giancarlo, io sono abituata a pasteggiare a champagne, che offro anche ai miei ospiti illustri. Ma per te che sei giovane, ho dell’ottimo vino bianco, scusami. E il suo vino bianco era veramente ottimo, se confrontato a quello annnacquato da mio nonno per la sua mescita pubblica e acquistato presso i poveri contadini di Trevi, che sapevano fare tutto (salsicce, prosciutti, faraine, ecc.) eccetto il vino. Forse però ora hanno imparato anche loro come tutti a produrre vino. Il tempo dei grandi norcini, macellai di Norcia, che giravano l’Italia a lavorare il maiale è (ahimè) finito.
Ed è finito il tempo delle prelibate salsicce a casa mia che tanto piacevano a Lucio Fontana, per cui credo mi fosse amico e frequentatore a Trevi.

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