Chi ha contribuito a fondare Art Basel di

di 21 Luglio 2020

Per intervenire, controbattere o esprimere una propria opinione scrivere a giancarlo@flashartonline.com massimo 15 righe.

Ernst Beyeler e Trudl Bruckner. Foto di Kurt Wyss.

Art Basel
In un certo senso potrei quasi essere considerato tra i fondatori della Fiera d’arte di Basilea, ora ArtBasel. Chi non oserebbe definirsi uno dei fondatori di una rassegna se ha partecipato a tutte, ma proprio tutte le edizioni, persino ai preliminari, a partire dalla prima, nel 1970, messa insieme da un’idea vincente, come tutte le sue, del grande gallerista di Basilea, Ernst Beyeler e di sua moglie Hildy Kunz (oggi immortalati dalla prestigiosa Fondazione Beyeler, grande esempio di architettura museale realizzata da Renzo Piano, una delle rare archistar in grado di pensare un museo) e di due amici collezionisti, Trudl Bruckner e Balz Hilt.
Io frequentavo Ernst Beyeler e la sua galleria, sin dal 1966/67, nei miei frequenti viaggi per l’Europa: Milano, Zurigo, Basilea, Colonia, Dusseldorf, Parigi, Bruxelles e talvolta Londra. Sempre con la mia leggendaria Citroën 2CV, la vettura francese più longeva al mondo, solo o in compagnia, partivo da Roma o da Trevi, talvolta via Brescia da Cavellini, mi fermavo due o tre giorni a Milano, ospite di Antonio Dias e poi con un compagno di viaggio o solo, via, per l’Europa attraverso la Svizzera. In genere prima tappa da Annemarie e Gianfranco Verna, a Zurigo, simpatici amici e allora già apostoli del minimalismo in Europa, insieme a Konrad Fischer di Dusseldorf. Povero in canna ma non so come, comperai dai Verna due opere minimaliste di Robert Ryman, bellissime e che per sopravvivere poi dovetti vendere quasi subito. Ma comperai anche coraggiosamente una storica scultura di Fred Sandback, un filo che delimita lo spazio, che possiedo ancora ma che non riesco ad installare né a fotografare perché non ho un ambiente sufficiente. Il solo documento che possiedo, oltre all’opera certificata dalla Fondazione Sandback di New York, una foto tratta dal catalogo della mostra della galleria Verna, nel 1970. Foto un po’ sbiadita, con tutte le caratteristiche dell’epoca. Ma documento storico insostituibile.

Citroën 2CV.

A Basilea, sempre un omaggio a Ernst Beyeler
Dopo Zurigo, la tappa successiva era Basilea, dove mi fermavo un giorno o due per visitare musei e gallerie, ma in particolare per rendere omaggio alla galleria di Ernst Beyeler, che, a forza di vedermi (allora le gallerie erano deserte, proprio come oggi), incominciò ad apprezzarmi e ad invitarmi a pranzo. Una volta persino a casa loro, un pranzo bellissimo preparato dalla moglie Hildy, magna pars nella vita e nel lavoro di Ernst.

Ernst Beyeler era un bell’uomo (così mi appariva), alto, magro, elegantissimo, occhi azzurri, gentilissimo ed educazione di altri tempi. Quasi da mitteleuropeo. A parte gli occhi azzurri mi ricordava per modi e gentilezza e generosità verso gli altri Leo Castelli. Su cui spero presto di pubblicare un Amarcord, già iniziato. Da Beyeler non comperai mai nulla perché i suoi artisti erano Monet, Cezanne, Picasso, Matisse, Mondrian tutti ben lontani dalle mie possibilità vicine allo zero, però lui, definito dal New York Times Il più importante mercante europeo del dopoguerra, era gentilissimo con me e mi trattava come fossi un importante interlocutore. Amico personale di Pablo Picasso che nel 1950 gli fece scegliere (privilegio a nessun altro mercante concesso) 27 opere dal suo studio, Beyeler divenne il riferimento di tutti i collezionisti e mercanti di alto profilo nel mondo.
Si vociferava che avesse custodito, durante la seconda guerra mondiale, diverse nutrite collezioni di grande valore, per salvaguardarle nella neutrale svizzera, “traghettandole” fino agli eredi di chi, tra i collezionisti, rimase vittima nei campi di concentramento.

Art Basel nel 1971. Foto di Kurt Wyss. Courtesy Art Basel.

1970: la prima edizione di Art Basel
Con Beyeler vissi in parte la gestazione della Fiera di Basilea che lui riteneva indispensabile per togliere il monopolio di capitale del mercato dell’arte a Colonia, dove il suo amico, grande Rudolf Zwirner (padre dell’ancor più famoso figlio David che opera a New York), nel 1967 aveva creato il Kunstmarkt Koeln, per movimentare il mercato d’arte in Germania sino ad allora statico e comunque dominato dai noiosissismi artisti della scuola di Parigi (Fautrier, Poliakoff, Hartung, Mathieu, Soulages, Manessier, Dubuffet, ecc.). Zwirner, bella figura di imprenditore (gestiva alcuni cinema di successo a Colonia e fuori) e gallerista appassionato e competente, fu il primo mercante europeo a portare l’arte americana (soprattutto Pop Art) in Germania e dunque in Europa. La sua fiera, pur essendo una nave scuola, non divenne mai veramente internazionale, dapprima per una lotta campanilistica con Dusseldorf (dove operava una famosa Accademia e artisti con Beuys, Palermo, Polke, Richter, ecc.) e con cui per alcuni anni si alternarono con le rispettive fiere d’arte, poi affermandosi definitivamente come Art Cologne, ma sempre con matrici tedesche e nord Europee.
Ma Ernst Beyeler sosteneva che il centro dell’arte europea (e mondiale) doveva essere Basilea, perché in un paese neutrale, la Svizzera, e più centrale rispetto a Colonia. La prima fiera di Basilea ebbe luogo, come dicevo, nel 1970 e ospitò 70 gallerie, con un successo di pubblico straordinario per l’epoca: 16 mila visitatori. Le gallerie invitate erano per lo più amici e interlocutori di Beyeler o conosciuti dai suoi due soci, importanti collezionisti degli anni ’70. Ernst Beyeler chiese anche a me il nome di alcune gallerie italiane che avrebbe potuto invitare: e io feci i nomi delle poche gallerie italiane con un discreto background culturale ed economnico, necessario per partecipare. La quota di partecipazione era risibile rispetto a quelle attuali, ma pur sempre pesante per l’economia della maggior parte delle gallerie italiane notoriamente avare. Ma ora, dopo 50 anni dalla prima edizione, non riesco nemmeno a ricordare quali gallerie parteciparono a quella storica edizione. Ricordo solo Denise René da Parigi, all’epoca la vestale dell’arte concreta e razionale mondiale, con uno stand pieno di Albers e Vasarely, poi Hans Mayer da Dusseldorf, epigono di Denise René, appunto Rudolf Zwirner con meravigliosi Rauschenberg e Jasper Johns, la Pace Gallery, con una galleria tutta nera per un allestimento di Louise Nevelson, poi in parte acquisito da Giorgio Marconi. E poi la galleria Beyeler, sfarzosa più di un museo, con Picasso incredibili e mai più visti dopo.
Ricordo che io mi muovevo timidamente tra gli stand e se non visto accarezzavo le opere e le annusavo per assaporare l’odore della trementina, unica droga della mia vita. Mi piaceva accarezzare amorevolmente Picasso o Leger o Kandinsky, ma anche Albers o Jasper Johns. Avevo la sensazione di accarezzare l’anima dell’arte e di sentirne palpitare il cuore. E l’emozione mi assaliva forte sino, in alcuni casi, a raggiungere la commozione. Trascorrevo le giornate tra il primo e secondo piano, da uno stand all’altro, a godermi ogni opera, anche la meno significativa, ma per me tutto appariva fantastico e bellissimo sotto le luci sfavillanti dell’Arte Fiera. Peccato che la grande istituzione della fiera di Basilea non possegga nemmeno un catalogo della prima edizione né della seconda e terza e non è riuscita, malgrado molte richieste, a fornirmi i nomi delle gallerie partecipanti. Non avrei mai pensatao che una struttura colossale e soprattutto svizzera, avesse avuto poco rispetto della sua storia.

Ristorante Les Trois Rois, Basilea.

Ho partecipato a tutte le edizioni dicevo. Per me la Fiera di Basilea e successivamente anche la sperimentale Liste o negli anni più recenti le altre fiere minori di contorno, rappresentavano la mia esaltante vacanza culturale nel mese di giugno. Nessuno poteva togliermela. E nelle prime edizioni riuscivo a soggiornare in Hotel accanto alla Fiera, ricordo il mitico Europa, con le serate che spesso finivano nel ristorante reale Les Trois Rois, una sorta di Versailles gastronomica, invitato da Beyeler e poi da altri galleristi che si affacciavano sulla scena. Bellissime e movimentale le cene con Holly Solomon e i suoi bizzarri artisti che stonavano, specialmente Colette, truccatisima e vestita di nero, un po’ scollacciata che si intratteneva con tutti, mettendo a repentaglio la seriosità regale del luogo. Ma bellissime anche le cene accanto alla fiera, con Lucio Amelio e Beuys, con menù rigorosamente svizzero tedesco che a me andavano di traverso ma che non mancavo mai.
E quando incontravo Beyeler mi ricordava sorridendo i difficili esordi, in un momento di estremo moralismo nei confronti del mercato. Ma la barca andò….. E alla grande. E Art Basel divenne la più importante Fiera d’arte al mondo, il riferimento globale del mercato, contribuendo a creare miti tra i galleristi e gli artisti. Da Art Basel si poteva entrare come un anonimo e uscire come una star.
Ricordo un anno (diciamo 1982?) di aver incontrato Gian Enzo Sperone e Sandro Chia, che volteggiavano tra gli stand come soubrette. Sandro Chia era presente in almeno la metà delle gallerie presenti ad Art Basel. Il successo della Transavanguardia, la sua esplosione improvvisa nel mondo, credo resterà un fenomeno inspiegabile ma certamente unico. Non esiste alcun raffronto con qualsiasi altro movimento al mondo. Gli storici e i sociologi dell’arte dovranno impegnarsi per riuscire a spiegarci questo fenomeno di mercato che ebbe vita breve ma gloriosissima.
Ma intanto, anno dopo anno, Art Basel si ingigantiva, le grandi gallerie con il loro staff sempre più numeroso, che riservavano le stanze dell’hotel di anno in anno a qualsiasi prezzo, mi allontanarono dal centro, spingendomi sempre più in periferia, sino a confinarmi più recentemente in Francia o Germania e ultimamente a Mulhouse. Niente male, ma avevo perduto l’atmosfera gioiosa con galleristi, critici, artisti, che avevo vissuto con le edizioni precedenti. Ma era anche inevitabile, la mia generazione andava sostituendosi con i figli dei miei amici e che non mi appartenevano più e non esaltavano i miei ricordi giovanili. Allo stand invece dell’amico di una vita, Daniel Templon trovavi il figlio che non conoscevo, Giò stava sostituendo Giorgio Marconi, David Zwirner suo padre Rudolf, dai capelli ormai bianchi. In luogo di Hans Mayer, mio amico da sempre, si intravedeva sempre più spesso un giovane e aitante ariano, capelli biondi e occhi azzurri, suo figlio. Dell’età di mia figlia Gea e con cui non avevo mai consumato una cena o una discussione su Albers o Vasarely.

Art Basel in streaming. Un “funerale” dell’arte?
Sino ad oggi in cui ho assistitito al suo triste funerale. Art Basel in streaming, con le foto degli stand che ti passano davanti e le opere che intravedi mentre ti scorrono sotto gli occhi. Il tutto da casa tua mentre gusti uno spritz con olive e noccioline. Ma questa è Art Basel? Per favore non scherziamo. Se vogliamo illuderci facciamolo pure, ma l’arte che io conobbi è altra cosa, non una diapositiva seppure perfetta che ti scorre davanti e poi ti scompare e poi ricompare di nuovo mostrandoti anche dettagli curiosi. Una immagine fugace seppure perfettamente riuscita, ma senza odore né sapore. Questa Art Basel mi è sembrata il menù fotografico di un ottimo ristorante che però non ti serve i pasti ma solo foto. Ma tutte così mi sono apparse le migliaia di mostre in tutte le gallerie e musei piccoli e grandi del mondo. Non si può ridurre l’arte ad una diapositiva su maxischermo che ti scorre davanti. Ma questa non è l’arte mia. Art Basel, senza il suo pubblico elegante e brillante, appassionato e curioso, esibizionista e spavaldo, raffinatissimo e volgarissimo, ma anche informato ed esigente e ora costretto a subirsi un carosello di immagini che gli scorrono davanti agli occhi, non è Art Basel. Questa è la Laterna Magica di Praga, il primo teatro multimediale al mondo. Molto più vicina alla dimensione dell’intrattenimento piuttosto che al clima della storica fiera.

Meglio, molto meglio sarebbe stato chiudere per un anno tutta l’arte del mondo nel cassetto dei ricordi e nei caveau delle banche per farci credere che ancora sia la stessa. Poi il prossimo anno si vedrà. Se ci appartiene ancora oppure se diventerà attraverso lo streaming una nostalgica eredità solo per i nostri figli.

Altri articoli di

Giancarlo Politi