Amarcord 47: Io e la poesia di

di 23 Novembre 2020

Cari amici, rieccomi dopo mesi. E spero di esserci ancora nei prossimi. Se riesco a riappropriarmi di questo computer che rivedo qui a Milano, in un blitz di due ore, ho in serbo e già iniziati degli ottimi Amarcord. Charles Saatchi, il collezionismo storico e quello di oggi, Leo Castelli, il gallerista di ieri e quello di oggi, e poi ancora una puntata sul femminismo italiano, su Carla Lonzi che conobbi bene e frequentai molto. E parecchio altro.

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Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura.

Tra la fine degli anni ’50 e i primi ’70 sono stato considerato (e forse lo ero) uno dei maggiori conoscitori della poesia italiana del ‘900. Dall’età di 10 anni ai 18 vivevo solo di poesia di cui sapevo tutto ma anche somaro a scuola spesso fui per numerosi anni. Ma io, senza remore, giù a commuovermi con Sergio Corazzini oppure con la signorina Felicita di Gozzano, letti con commozione sotto il banco. Da qui tante mie lacune su tutto. Ma i professori sapevano e un po’ tolleravano, anche perché dedicavo a loro commoventi poesie pascoliane. Ma agli esami era altra cosa. Non c’erano professori a cui avevo dedicato le mie odi pascoliane e dunque non potevano aiutarmi. Per questo ho ripetuto due anni. Due lunghi anni. E talvolta in sogno rivivo quegli anni angoscianti.

E di poeti ne ho conosciuti e frequentati tanti. Cioè tutti i più famosi tra gli anni ’50 e ’70 che grazie alla mia partecipazione a Lascia o raddoppia? proprio sulla poesia, in molti casi mi cercavano anche. Alcuni sperando che li citassi davanti a Mike Bongiorno che conduceva la trasmissione per un immenso pubblico di casalinghe e intellettuali. Poi in numerose circostanze a pranzo o cena o al bar con Ungaretti, Montale, Quasimodo che ammiravo per la più bella traduzione dei lirici greci, lui che non conosceva il greco. E glielo dicevo perché, ammirato da uno come me che rimpiangeva di non conoscere il greco e lui, pur siciliano permaloso, da un ventenne se lo lasciava dire, ridendo sotto i baffetti da cameriere. Ma quando si è un grande poeta tutto è possibile, anche fare meglio di tutte le traduzioni comparate messe insieme che lui aveva consultato, usato e depredato. E migliorato. I Lirici greci, di Salvatore Quasimodo, che io tengo sempre accanto a me, fedele o no agli originali, rappresenta la più bella e poetica interpretazione dei poeti greci. Credo migliore degli originali. Sì, penso che Quasimodo sia il più grande poeta greco. Grande predatore siciliano di Roccalumera come Picasso predatore e squalo andaluso. Ma i risultati non si toccano.
Salvatore Quasimodo perito agrario aveva una sensibilità poetica straordinaria e credo che il suo Nobel, pur tra stizzose polemiche dei colleghi (Montale, Ungaretti), era meritato. Quasimodo non era italiano ma siciliano struggente che ti fa ancora sentire sulla pelle il sole vulcanico dell’isola. E Ungaretti adirato perché lo meritava lui. «Sai perché non me l’hanno dato?» mi diceva: «Per la prefazione di Benito Mussolini al mio Porto sepolto, nel 1923 e scritta nel 1922. Ma Benito amava la poesia, non come questi analfabeti di oggi. E poi allora non era nessuno. Un politico squattrinato e velleitario a cui piaceva la poesia». Ma giudichiamo Ungaretti per le sue poesie non per le sue idee politiche. Sapete cosa ho chiesto ai miei familiari? Di farmi cremare insieme al Porto sepolto e agli Ossi di seppia. E ad una foto della mia famiglia. Speriamo non dimentichino. Ma il plico è già pronto.

Giuseppe Ungaretti, Roma. 1963. Il Nobel mancato. Fotografia e © Archivio Paolo di Paolo.

Camillo Sbarbaro e Sandro Penna
Eugenio Montale, anzi, Eusebio per gli amici, con la sua voce sgradevole da falsetto, da genovese si mimetizzava, non sprecava parole nella sua dirompente poesia né nella vita. Era dirompente però nel pensiero, che sapeva nascondere anche quello per apparire l’uomo della porta accanto. Mentre a Spotorno, in stazione, mi aspettava infreddolito (era inverno) Camillo Sbarbaro, poeta dolce che pubblicava i suoi libriccini con Scheiwiller, con Giovanni prima e Vanni poi, che diventerà poi mio amico, ma non accettato (con suo grande rammarico) nella collana Lo Specchio di Mondadori, allora il sogno di tutti i poeti italiani, spesso esclusi, anche i grandi. Camillo Sbarbaro era grande conoscitore di licheni e di alghe e credo vivesse di queste consulenze. Perché lui era povero e si vedeva e si sentiva, e lo invitavo io, più malmesso di lui, a pranzo. E lui mi portava sotto un portico, in una sorta di friggitoria dove riceveva un trattamento speciale. E a me i pranzi con lui piacevano tanto e costavano meno del biglietto del tram. Mi parlava con ammirazione e invidia del suo amico Eusebio che a Milano lavorava per il Corriere della Sera e lui poverino, dimenticato (osteggiato?) da tutti, non riusciva a scrivere nemmeno su Il Lavoro Nuovo, il giornale fondato da Pertini, suo amico e nato a Stella, sulla collina, a pochi chilometri di distanza. E poi mi parlava di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, «lui sì che avrebbe dovuto vincere il Nobel», mi diceva poco convinto, «ma è morto troppo presto e poi è sempre stato considerato un poeta ligure, come me e Montale».

Camillo Sbarbaro, grande poeta misconosciuto.

E intanto insieme al vino bianco in fiasco avevamo divorato un enorme piatto di pesciolini minuscoli, sempre piatto del giorno, del locale che il proprietario pescava la mattina con la sua barchetta. E durante il pranzo, timidamente e perché da me richiesto, mi recitava sottovoce le sue ultime poesie, che io tanto apprezzavo. E a lui, che non aveva molti fan, neanche a Spotorno né fuori, faceva molto piacere il mio apprezzamento, primo perché ero stato a Lascia o raddoppia? e poi perché ero un giovane veramente appassionato di poesia e gli citavo poeti italiani e stranieri che lui nemmeno conosceva. L’altro giorno ho ritrovato un suo libriccino con dedica, edito da Scheiwiller: «a Giancarlo, amico dei poeti». Dopo oltre 50 anni mi è venuto un groppo alla gola ripensando all’anonimo ometto che mi aspettava in piedi sulla pensilina della stazione di Spotorno. Chissà perché Sbarbaro mi ricorda un mio conterraneo, il grande e delicatissimo e dimenticatissimo Sandro Penna, il primo “diverso” che ho conosciuto prima di Pasolini, e che agli inizi stentavo a capire perché parlasse sempre del fanciullo che lui portava in bicicletta. Tante volte io ho portato o mi sono fatto portare in bicicletta, sulla canna. Spesso per chilometri faticosi, quando si andava a giocare a pallone a Spoleto o a Foligno. E per me portare o essere portato sulla canna della bicicletta era una cosa abituale.

Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini.

Ma nessun poeta mi ha citato. Sandro diventò poi mio buon amico sia perché era di Perugia sia perché io cercavo di procurargli (gratis) quadri dei miei amici di allora: Accardi, Sanfilippo, Turcato, Schifano, Dorazio, Emilio Vedova. Sandro Penna sopravviveva vendendo quadri degli amici pittori a cui prometteva poi una percentuale in caso di vendita. Percentuale che ovviamente non arrivava mai anche se gradita da squattrinati come Turcato. L’amico Sandro Penna, che viveva in un tugurio dove io, abituato a tutto, stentavo ad entrare, fu il primo private dealer che mi chiedeva di presentargli pittori figurativi che lui vendeva meglio (Cesetti, Purificato, Felice Ludovisi, Fantuzzi, Mafai ecc.). Ma oltre a Monachesi, che gli regalò tre quadretti grazie al mio intervento, io non avevo molti rapporti con tutti gli altri, essendo invece amico e frequentatore dell’area astratta, cioè Turcato, Dorazio, Burri, Vedova. Sandro Penna è stato un grande poeta che ha sofferto la propria condizione di diverso in tempi di forte omofobia ed è vissuto miseramente. E io per lui non potevo fare molto perché stavo peggio di lui. Ogni tanto, di ritorno da Trevi, gli portavo un pollo cucinato da mia madre che lo faceva impazzire.

Vincenzo Cardarelli al Bar Doney di Via Veneto a Roma, agosto 1958. Fotografia e © Archivio Paolo di Paolo.

Ma il mio poeta preferito era Vincenzo Cardarelli, etrusco come me (lui diceva) e che io inserii in una mia antologia, Linea Umbra, che quando uscì ebbe un bel successo. Per la mia ardita ma poco scientifica ipotesi che la lingua e poesia italiana fossero nate in Umbria, prima del Rinascimento Fiorentino, con Francesco di Assisi e Jacopone da Todi o dalla Magna Curia siciliana, come Cielo d’Alcamo. Grandi poeti gli umbri oscurati dalla loro follia di santi.
Però questa tesi e i poeti da me scelti incuriosirono alcuni specialisti di poesia come Enrico Falqui e Luigi Silori che mi presentò in una sua popolare trasmissione televisiva: Uomini e Libri.
Insomma, per farla breve la poesia era la mia vita. E non ho frequentato solo i poeti che ho nominato ma altri grandi come Mario Luzi, Marino Marini, Alfonso Gatto, Umberto Saba, e centinaia ora scomparsi ma all’epoca protagonisti come Elio Filippo Accrocca, Franco Simongini, Marino Piazzolla, Pietro Cimatti, Gaetano Salveti, Franco Di Pilla (mio conterraneo che a venti anni pubblicò nella mitica collana de Lo Specchio e a venticinque divenne docente universitario a Perugia specializzato in letteratura francese e dimenticando di essere stato la grande promessa della poesia italiana).
Vincenzo Cardarelli però era il mio preferito, in primis perché è stato un grande poeta (per me sotto certi versi è ancora insuperata la sua poesia Adolescente). Trascorrevamo intere mattinate al bar Doney in via Veneto dove lui, già malato di Alzheimer, sprigionava la sua cattiveria toscana contro Montale e Ungaretti, definendoli analfabeti, lui autodidatta (seppure grande). E poi mi diceva spesso, ripetendosi e guardando i giovani aitanti di via Veneto: «io ero più bello di Gassman».
Lo avevano nominato ad honorem direttore de La Fiera Letteraria, dove lui mi assunse per 25 mila lire al mese. L’equivalente di 250 euro odierni.

Ezra Pound presso San Trovaso a Venezia.

La cultura porta all’infelicità?
Ho conosciuto grandi poeti dicevo. E di medi e di piccoli e tanti tanti velleitari, di tutti i ceti e categorie. Generali, cardinali, portieri di stabili, maestri elementari, baristi e calciatori. Alla poesia, come alla pittura, nessuna categoria viene esclusa. Ogni tanto mi chiedo se esistano più poeti o pittori.
Poi, l’amore della mia vita, la poesia, che mi aveva portato ad amare e conoscere a 16 anni, a Spoleto, Ezra Pound che mi invitò a Rapallo e a scoprire precocemente The Waste Land di T.S. Eliot o l’austero Auden (una sua illuminante definizione: L’arte non è un’ostetrica per la società. Oppure: felice il contadino che non sa. La cultura porta all’infelicità), poeti tutti che mi emozionano ancora, questo grande amore chiamato poesia, improvvisamente si spense. In modo incredibile e inspiegabile. La vita l’aveva risucchiata per lasciar posto a Burri, Fontana, Manzoni, Lo Savio, Schifano. Se Sandro Penna vivacchiava vendendo quadretti regalati io volevo vivere abbastanza bene facendo l’artista. Ma come? Avevo già oltre 20 anni, pittore ero stato a 16 anni e nemmeno male, «più bravo di Manzoni» mi dicevo e lo credevo. Ma nello spostarmi a Roma e vivendo in scantinati o soppalchi, tecnicamente mi era stato difficile organizzarmi. Allora decisi e capii che la fame può farti diventare Leonardo da Vinci o Bill Gates qualsiasi cosa tu faccia.

Il primo scopino d’Italia
A Roma seguivo le lezioni di Amintore Fanfani, grande professore di economia e allora Primo Ministro che un giorno ci disse: se io avessi fatto lo scopino (allora si chiamavano così coloro che pulivano la strada) sarei stato il primo scopino d’Italia. Da lui capii che tutto era possibile. E io mi dissi: «Voglio essere uno dei maggiori artisti italiani ma creando un giornale, voglio incanalare la mia creatività scoppiettante tra le pagine di una rivista e tra le righe di un articolo. O in una intervista. E scopando una strada». Per i giovani di oggi sarà difficile capire l’operazione ma Flash Art da me fondato era una mina vagante, per l’arte e per il sistema dell’arte di allora e per gli artisti a cui cercavo di accendere una miccia in testa cercando di metterli a nudo e facendo affiorare l’uomo (o la donna) che era in lui o lei. Flash Art era molto temuta dalla Bucarelli, Argan e da tutto l’establishment. «A che ora ti svegli, cosa mangi, a che ora inizi a lavorare, quali libri leggi, quali sono i tuoi gesti scaramantici?». Queste erano le mie interviste che cercavano di mettere a nudo l’uomo e l’artista. Tanti hanno reagito e sono partiti a razzo, altri sono esplosi, altri ancora mi hanno rotto il muso. Sono cose che capitano. Ma volevo diventare il primo stradino (dell’arte) italiano. Perché aveva ragione Fanfani. Pulire bene una strada è una forma d’arte e una eccellenza privata ma che dà un senso alla tua vita. Come costruire le spirali nel deserto, cosa che fece alla grande Robert Smithson, o realizzare un mare domestico, come fece Pino Pascali.

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Giancarlo Politi