Amarcord 48: Picasso e Maradona di

di 16 Dicembre 2020

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Pablo Picasso e Jacqueline Roque.

Ho conosciuto Picasso nel 1970 a Vallauris, sulla Costa Azzurra, nella sua villa-studio adibita in particolare alla ceramica, sua passione sfrenata degli ultimi anni (anche perché poco impegnativa: qualcuno portava nell’immenso studio migliaia di ceramiche di tutte le forme e dimensioni, alcune prodotte su sue indicazioni, e lui le sfiorava con un soffio della sua mano santa, poi altri terminavano il lavoro al forno. Ma animali, colombe, piatti e oggetti strani, prendevano vita tra le sue mani). Da lui mi portò Antonio Sapone, amico gallerista e nipote di Michele Sapone, il sarto di Picasso, Matisse, Braque, Giacometti, Mirò (pensate voi) e di molti altri artisti della Costa Azzurra, con cui scambiava opere con vestiti su misura. Antonio mi raccontava che suo zio avesse confezionato per Picasso circa 200 paia di pantaloni, in genere alla zuava, oltre a giacche su misura dal taglio molto personalizzato e senza colletto, che piacevano molto a Picasso. E i modelli che Michele confezionava per il grande artista spagnolo dovevano essere unici e solo per lui. E Picasso andava orgoglioso del suo abbigliamento, oggettivamente curioso e originale, che gli aumentava il fascino dell’artista genio, creato da Michele Sapone, di Bellona, provincia di Caserta, ed emigrato a Nizza per cercare fortuna con la sua amata Slavka, conosciuta a Spalato, poi sarta anche lei. Michele Sapone, che si considerava un sarto artista, iniziò a frequentare la scena culturale del luogo. E fu il pittore fiorentino Manfredo Borsi, che abitava a Saint Paul de Vence, suo cliente e amico, che lo presentò a Picasso che abitava nella sua lussuosa villa La Californie, a Cannes, con la sua ultima moglie, Jacqueline Roque (quando si incontrarono lei aveva 27 anni e lui 72). «Tu lavorerai per me, e io lavorerò per te», disse Picasso a Sapone, dopo aver visto un vestito indossato da Borsi. Antonio Sapone proveniva da Bellona, come lo zio, di cui Antonio sposò la figlia Aika, sua cugina. Grazie alla sua conoscenza con Picasso, che lo trattava come un figlioccio e a cui regalò qualche opera e gliene vendette altre a prezzo di favore, Antonio aprì una galleria a Nizza, che per lungo tempo fu il riferimento dell’arte più accreditata della Costa Azzurra. Dopo Picasso tutti gli artisti accettarono di esporre da lui: l’ultimo grande artista che si lasciò sedurre dalla dolcezza di Antonio, fu il sempre sospettoso Alberto Burri, che trovò il nuovo gallerista simpatico, attento e onesto. In quel momento Burri era molto amareggiato e indignato perché non gli fu restituita una mostra a New York, inaugurata poco prima presso la galleria dell’italiano Marco Di Laurenti: 18 capolavori (sacchi, legni, ferri, plastiche: veramente il meglio di Burri. Una mostra che mi tolse il respiro e il tacchino del Thanksgiving che mi offrì Di Laurenti ce l’ho ancora sullo stomaco) scelti personalmente da Burri per presentarsi dopo tanto tempo a New York. Ma Burri, malgrado lunghe battaglie legali, credo che non rivide più le opere.

A pranzo con Pablo Picasso
Ma quella mattina, a Vallauris, dal grande Pablo, era con noi anche Jean Ferrero, fotografo e animatore d’arte alternativa (Ben Vautier e tutti i giovani nizzardi) con relativa galleria piena di opere e di chincaglierie e amico anche lui di Antonio Sapone, a cui fu permesso di scattare qualche foto al grande pittore. In quella occasione, malgrado le leggende che correvano su di lui, di persona scontrosa e altezzosa, Picasso fu molto gentile. Ci invitò a mangiare frugalmente con lui del foie gras straordinario con ottimo vino rosso, omaggio, disse lui, dell’amico Beyeler. Picasso parlava poco: una sua donna lo lasciò perché, così disse, il grande pittore non parlava mai, nemmeno durante il pranzo, allorché fissava i suoi occhi al soffitto pensando alla sua prossima pittura. Una ossessione che non lo abbandonava nemmeno durante il sonno. E io lo immagino a tavola, lui in silenzio, con i grandi occhi sbarrati e la povera moglie silenziosa come una mummia. Una situazione insostenibile. Solo l’eroica Jacqueline Roque lo sopportò sino alla morte. Invece il grande Pablo Picasso con noi fu più loquace. Parlò brevemente con Antonio Sapone ricordando lo zio Michele, a cui lui era molto affezionato, e di poco altro. A me sorrise simpaticamente dandomi una manata sulla spalla, che a me parve una benedizione divina. Ma non sfogliò nemmeno Flash Art, che io timidamente gli avvicinai incoraggiato dalle parole di Antonio Sapone: «Caro Maestro, Giancarlo Politi è un promettente critico d’arte e dirige una curiosa rivista dedicata soprattutto alla giovane arte»; «Bene, auguri Politi!», mi disse il Grande, «Ma esiste una giovane arte? E cos’è?»; «Maestro», gli risposi, «è la stessa di quando lei dipinse Les Demoiselles d’Avignon, ma con minor qualità e fortuna e rabbia». Lui rise sonoramente alla mia risposta e il brunch si concluse poco dopo. Grazie alla mia risposta, che lo aveva divertito e anche inorgoglito, Picasso mi regalò anche una piccola ceramica con un segno sopra: un coccio appena sfiorato dalla mano di Dio. Picasso a quell’età (aveva 88 anni) era diventato virtuoso, mangiava poco e si coricava presto, alzandosi altrettanto presto la mattina, per dipingere centinaia di ceramiche, di tutte le dimensioni, che erano già pronte per essere sfiorate dalla sua mano fatata. Non so chi fosse il regista di tutto questo, forse la moglie Jacqueline Roque, donna forte e volitiva, sempre accanto a Picasso sino alla fine. La sola donna che abbia resistito al grande artista. Anche se poi, nel 1987, si è suicidata con un colpo di pistola. Ma non sappiamo se per i traumi subiti dal Grande Maestro o per depressione per essere restata sola. Ma si sa, quasi tutte le donne di Picasso o si sono suicidate o finite in manicomio o comunque tutte pesantemente segnate da un rapporto impossibile.

Dora Maar, Les années vous guettent (ritratto di Nusch Éluard, altra amante di Picasso), 1935 ca.

«Io non sono stata l’amante di Picasso. Lui era soltanto il mio padrone».
Dora Maar, maltrattata e continuamente umiliata da Picasso, fu ricoverata in clinica psichiatrica e trattata con elettroshock, allora in voga. Poi grazie a Jacques Lacan, psicanalista anche di Picasso, accettò la sua malattia e sopravvisse a Picasso, morendo in una casa di cura nel 1997.
Famosa fu una sua asserzione: «Io non sono stata l’amante di Picasso. Lui era soltanto il mio padrone»Ma contemporaneamente alle sue donne ufficiali Picasso, senza alcun ritegno per il loro rispetto, frequentava moltissime altre donne e prostitute ed ebbe persino un’amante tredicenne per lungo tempo.
Picasso lo possiamo definire un criminale? Certo Picasso è stato il Genio della pittura del secolo scorso, nessun pittore al suo livello, ma per raggiungere quello stadio ha dovuto tradire o sopraffare amici e tiranneggiare tutte le donne che hanno dato la vita per lui. Nessuno come Picasso ha voluto testardamente essere Picasso. Da giovane, appena arrivato a Parigi da Barcellona, visse alcuni anni di totale indigenza, riducendosi a dover sottrarre il latte, alla mattina presto, lasciato dal lattaio davanti alla porta o sulla finestra dei clienti. E Picasso fu arrestato e tenuto in prigione alcuni mesi per il furto della Gioconda nel 1911, ad opera di Vincenzo Peruggia, di cui si suppose che Picasso fosse un fiancheggiatore. Ma al processo fu prosciolto. Invece certamente indagato per il possesso di alcune sculture africane sottratte al Louvre da un custode troppo disinvolto e di cui se non ricordo male fu accusato di ricettazione Apollinaire, che poi se ne assunse la responsabilità, scagionando Picasso.
Insomma, la vita privata di Picasso non fu proprio esemplare, anzi fu tumultuosa, costellata di incidenti con le proprie donne e amanti e con gli amici. Picasso privato si comportò più da criminale che da gentiluomo. Però venerato e idolatrato dal mondo dell’arte (soprattutto dal mercato, sempre in coda davanti ai suoi studi) che sorrise e nascose le sue malefatte. Oggi Picasso, grazie anche ai suoi stupri e alle sue relazioni continue con minorenni, sarebbe stato condannato all’ergastolo. Malgrado le coperture di tutti i suoi amici, alcuni non migliori di lui. Ma l’immenso genio resta. Anche il coccio di ceramica appena sfiorato da una sua pennellata mentre pensava ad altro e che mi regalò, aveva qualcosa di ineffabile, quasi divino. Eppure era una semplice piastrellina con un tocco di colore. Ma io non ho mai più visto ceramiche più poetiche e spirituali che emanassero un fascino ipnotico come le ceramiche di Picasso. Un solo artista, dopo di lui, mi impressionò per la facilità e felicità (ma non qualità) con cui dipingeva le ceramiche (e qualsiasi cosa vedesse): Keith Haring, alla galleria di Salvatore Ala a Milano, negli anni ottanta: in poche ore dipinse tutte le forme (centinaia di vasi, vasetti, piastrelle, animali ecc.) di cui Salvatore aveva riempito l’immensa galleria milanese. Con una velocità quasi isterica Keith, davanti a me e continuando a parlarmi, realizzava centinaia di opere, appena sfiorandole. Un vero fenomeno. Non ho mai visto nessuno come lui. Ma Keith Haring non è Picasso.

Diego Armando Maradona.

Il Genio è criminale?
Penso proprio di sì. Mi piace accomunare a Pablo Picasso un genio del pallone: Diego Armando Maradona. Forse, dico forse perché io non sono un esperto ma un semplice appassionato, il più grande calciatore del secolo scorso (Pelé permettendo). Ma checché se ne dica e malgrado si sia rimosso un santo (San Paolo) per dedicargli uno stadio, Maradona fu un poco di buono. Cocainomane, grande evasore fiscale, stupratore, con undici e più figli, di cui riconosciuti solo quattro o cinque, smargiasso e spaccone, secondo me fu un vero criminale. E un uomo brutto e impossibile anche da guardare. Eppure non mi meraviglierei se il suo conterraneo Bergoglio lo nominasse santo. Sono certo che presto a Napoli appariranno miracoli a lui attribuiti. Molti santi sono stati assassini e criminali nel lontano passato. Uno di più non rovinerebbe certamente la reputazione della Chiesa.
Ma un Genio, in qualsiasi campo, può essere umano o normale?
Albert Einstein, alla sua collega e poi moglie Mileva Marić, che pare abbia contribuito in modo determinante alla formulazione della teoria della relatività poco dopo il matrimonio, dettò le seguenti condizioni
1) Nessuna intimità
2) Doveva ricevere tre pasti al giorno nella sua stanza
3) Non poteva rivolgersi a lui, se non richiesto
4) La sua camera da letto e il suo studio dovevano essere sempre perfettamente in ordine.
Il Genio della fisica aveva una relazione con sua cugina Elsa Löwenthal (che più tardi sposò) a cui diceva: non posso licenziare mia moglie altrimenti lo farei.
Tutti gli artisti protagonisti del secolo scorso da me frequentati (Jeff Koons, Maurizio Cattelan, Damien Hirst, che se non sono geni poco ci manca) manifestano delle ossessioni e perturbazioni che non rientravano nella normalità. E su cui non voglio entrare nei dettagli.
Dunque care amiche e amici, se incontrate un artista gentile, affabile, educato, siatene certi, potrà essere anche un bravo artista ma non un genio.

Effemeridi

Dove si nasconde il femminismo in Italia?
In questi giorni ho cercato disperatamente per mia figlia Gea una raccolta di poesia femminile (femminista?) contemporanea italiana. Voleva essere il mio modesto regalo di Natale. Ebbene ho cercato su Amazon, eBay e IBS ma non esiste. Esistono ovviamente decine di antologie di poesia italiana, prevalentemente al maschile, con la presenza sporadica di qualche donna, a partire da Sibilla Aleramo. Ma nessuna antologia della poesia femminile italiana. Eppure abbiamo avuto grandi od ottime poetesse. Ne cito noiosamente alcune a memoria: oltre a Sibilla Aleramo ricordo Antonia Pozzi, Amalia Guglielminetti, Alda Merini, Vivian Lamarque, Maria Luisa Spaziani, Patrizia Valduga, Sara Ventroni, Gilda Policastro ecc. ecc. E sono i primi nomi che mi vengono alla memoria. Ma oltre a queste abbiamo avuto e abbiamo ottime poetesse (la poesia è donna? Diceva qualcuno), anche giovani e giovanissime. Perché nessuna donna ha mai pensato di raccogliere in una seria antologia le poetesse italiane più interessanti? Su Amazon trovo una antologia di poetesse catalane, una di poetesse azerbaigiane e un’altra di poetesse sufi. Feltrinelli ha pubblicato “Antologia di poesia femminile americana contemporanea“. Ma nessuna traccia di una antologia della poesia femminile italiana contemporanea. Gea si dovrà accontentare di questa antologia di Feltrinelli, che penso sia molto curiosa. Ma care amiche che mi leggete, non trovate che viviamo in uno strano paese? Il femminismo (giustamente) in Italia talvolta ha alzato la voce, ma di concreto, almeno nella cultura, cosa ha fatto? Eppure in arte e in letteratura le donne hanno avuto un ruolo determinante in Italia. E non si possono incolpare sempre gli uomini maschilisti. Possibile che queste cose le debba pensare un ottuagenario, figlio storico del profondo maschilismo e del delitto d’onore, poi rieducato dalla moglie Helena e dalla figlia Gea? Personalmente sarei pronto a finanziare la stampa (solo la stampa) di una seria antologia della nuova poesia femminile in Italia. E forse Gea e Cristiano potrebbero pubblicarla in una delle loro collane. Ma c’è una critica o poetessa che si farà avanti con una proposta seria? Sarebbe bello avere una antologia della poesia femminile in Italia degli ultimi 50 anni. O degli ultimi 30. O una antologia Da Patrizia Valduga ai giorni nostri. Sarebbe una bella scoperta per molti di noi.

Mi chiedo: se nessun cinese in Italia è deceduto e solo qualcuno, agli inizi, è rimasto contagiato, se a Dubai lo sceicco si è fatto iniettare il vaccino cinese in diretta e ora corrono in migliaia a Dubai per vaccinarsi, per quale ragione la comunità scientifica internazionale non riconosce la validità di questo vaccino? Siamo di fronte ad argomentazioni scientifiche oppure a ritorsioni politiche? La comunità scientifica, almeno quella italiana, ha dimostrato diversità di opinioni e la burocrazia ha combinato disastri incredibili. Nessun paese del mondo occidentale si è dimostrato tanto disorganizzato e in mano ad improvvisatori maldestri e spesso criminali. Per questo io vorrei il vaccino cinese o anche quello russo, che sembra funzionino perfettamente. E può essere trasportato e tenuto dentro un normale frigorifero in casa. Qualcuno potrebbe indicarmi dove trovarlo? Come ricompensa un abbonamento a vita a Flash Art. Grazie.

Intanto mi accontento di Taffix 
Ma in attesa di un vaccino qualsiasi sono riuscito ad acquistare Taffix, pare un prodigioso spray israeliano che con alcuni spruzzi giornalieri nel naso, ti preserva dalle infezioni. E si sa, gli israeliani non scherzano. Avrei voluto un loro vaccino in luogo di questo impossibile (-80 gradi) della famosa multinazionale americana già condannata per aver testato vaccini mortali su alcune comunità africane e sudamericane.

Artisti vicini e lontani, per favore non mettete le mani sulla tradizione
Chiedo agli artisti un po’ di umiltà. Cioè di non mettere le mani sulle tradizioni. L’albero di Natale è bellissimo quello che abbiamo sempre avuto e il presepe lasciamolo agli straordinari artigiani napoletani. Non invadiamo i campi della tradizione. Come voler affidare ad un artista contemporaneo, per bravo che sia, una eventuale continuazione della Cappella degli Scrovegni o della Cappella Sistina. Abbiamo assistito (io agnostico) allo scempio delle chiese compiute dagli architetti contemporanei che hanno tolto a questi luoghi di culto ogni senso di spiritualità. Nel mio agnosticismo amo, quando posso, rifugiarmi per qualche minuto all’interno di una chiesa gotica o romanica ma sfuggo, anzi fuggo, le chiese contemporanee, che con certo design hanno toccato vertici di bruttezza inaccettabili. Dopo aver visto (solo in foto) l’albero di Natale a Piazza San Marco a Venezia, opera di un famoso artista, mi vengono i brividi. Non si può intervenire su una tradizione centenaria (forse millenaria?). Cari artisti, disponete di una libertà assoluta, siete esondati (giustamente e in qualche caso in modo pertinente) sui muri, sulle strade e piazze del nostro quotidiano, avete libertà che nessun’altra professione ha, ma per favore lasciate in pace la tradizione. Ve lo chiede un fervente fautore dell’innovazione. Grazie.<

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Giancarlo Politi