Edi Rama for President in UE di

di 22 Gennaio 2021

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Edi Rama con Cristiano Ronaldo.

Ho conosciuto Edi Rama, l’attuale Primo Ministro dell’Albania, nel 1998, in occasione della mostra Mediterranea organizzata a Tirana da Gaetano Grillo. Fu un’esperienza breve ma intensa, in un paese e una città che conoscevo solo dalle leggende che erano circolate su Enver Hoxha, l’implacabile tiranno comunista che tenne sotto scacco l’Albania per quasi 50 anni, rendendola il paese più blindato e misterioso e povero d’Europa. Solo a pochi chilometri dall’Italia, l’Albania per tanti anni, dal punto di vista politico, economico e culturale, fu una sorta di buco nero per tutti noi. E io ne ero molto incuriosito, tanto che negli anni ’80 chiesi a due artisti che erano riusciti ad ottenere il permesso di entrare nella cortina di ferro albanese, informazioni sulla situazione artistica locale. I due giovani coraggiosi al ritorno mi mostrarono qualche foto sfocata e poco altro. Poi, una volta frequentata l’Albania, anzi Tirana, ho capito che molti artisti (i migliori?) durante il regime di Hoxha operavano quasi in clandestinità, per cui era difficile entrare in contatto con loro. Insomma l’Albania restava per me una curiosità intellettuale inappagata. Il giardino del vicino sempre più verde.

Edi Rama, Untitled, 2016. Fotografia di Cathy Carver. Courtesy l’artista e Marian Goodman Gallery, New York / Parigi / Londra.

Edi Rama espone da Yvon Lambert.
Ma poi anche da Artiaco e Marian Goodman a New York, Parigi e Londra
Edi Rama nel 1998, quando lo incontrai, era Ministro della Cultura dell’Albania. Ma è interessante sapere come e perché fu nominato ministro. Ad un funerale. Di suo padre.
Due anni prima lui viveva felicemente a Parigi con i problemi e l’entusiasmo di ogni giovane artista che voleva affermarsi. Così mi ha raccontato lui stesso. Pieno di entusiasmo, determinazione e qualità in abbondanza, era arrivato già ad esporre in una collettiva da Yvon Lambert, notoriamente molto selettivo e snob, con la prospettiva a breve di una mostra personale.
Ma nel 1997 (mi pare) tornò a Tirana in occasione dei funerali di suo padre. Noto socialista e avversario del regime comunista. E di Sali Berisha, lo storico leader conservatore. Al solenne funerale partecipò anche Fatos Nano, allora primo Ministro socialista del paese. E durante la cerimonia Nano si avvicinò a Edi Rama per le condoglianze ma colse anche l’occasione per chiedergli se voleva essere ministro della cultura, visto che era pittore e viveva a Parigi, dunque con una visione ed esperienza internazionali della cultura. E poi era di fede socialista. Edi dapprima fu titubante, era combattuto fra la bellissima Parigi e la devastata Tirana, ma poi, amante di nuove avventure, accettò, gettandosi nell’abisso della politica. Ma apprese velocemente come destreggiarsi nel nuovo scenario. D’altronde l’artista in genere ha un allenamento storico alla sopravvivenza. Già come ministro era ambizioso, infatti l’anno successivo, quando lo incontrai nuovamente perché mi aveva chiesto di organizzare a Tirana una grande mostra a costo zero (lui avrebbe offerto solo l’ospitalità a me e a qualche curatore, non a tutti), era già sindaco di Tirana, che significava essere più importante del Primo Ministro, perché in Albania oltre Tirana non esiste altro. Bellissimi paesaggi e cittadine meravigliose ma quasi tutte molto primitive (almeno in quegli anni).
Così nel 2001 organizzai a costo zero (tutto a mie spese ma con numerosi piccoli sponsor che furono determinanti: ricordo in particolare la Fondazione Deste di Atene e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino che intervennero) la Biennale di Tirana. Dove invitai numerosi curatori (critici, galleristi, artisti), tra i protagonisti della scena internazionale, i quali a loro volta invitarono gli artisti più trendy del momento. La Biennale di Tirana fu riconosciuta dagli addetti ai lavori come una mostra di riferimento. Infatti dopo quella Biennale, sul suo modello, nacquero circa 100 Biennali in tutto il mondo. In una risposta qui di seguito, accenno alla presenza di Harald Szeemann come visitatore della Biennale che entusiasta si complimentò con me e con Edi Rama, in una cena a tre. Edi Rama ne fu testimone orgoglioso. Una sua citazione dal catalogo: “Questa rassegna mi fa ritornare con la memoria ai meravigliosi anni che ho trascorso a Parigi alla Cité des Arts”.
Perché parlo di Edi Rama? Qualche giorno fa mi è capitata sotto gli occhi una petizione di artisti, giornalisti e intellettuali vari (non recentissima ma credo attuale) con cui accusano Edi Rama delle peggiori mostruosità, descrivendolo come un tiranno. L’uomo che ha salvato l’Albania dalla bancarotta e dalla scomparsa dalle carte geografiche pare che abbia soppresso la libertà di stampa e minacciato tutti i suoi avversari. Così inizia la petizione: Il governo di Edi Rama ha sistematicamente osteggiato la libertà di parola e di espressione. I giornalisti vengono sistematicamente attaccati – sia verbalmente che fisicamente, minacciati e ricattati, licenziati per aver denunciato casi di corruzione e criminalità organizzata, o semplicemente per aver criticato il governo Rama”. Non so se queste accuse siano vere o semplicemente esagerate. Io so soltanto che l’Albania sotto Edi Rama è risorta, svolge un ruolo attivo in Europa e soprattutto nei Balcani, ha la disoccupazione più bassa tra tutti i paesi balcanici e le prospettive di far diventare Tirana una delle città più belle e invidiate d’Europa. Edi Rama sarà forse amico e frequentatore di alcuni personaggi discutibili, avrà usato (a volte abusato) la sua autorità per ottenere certi risultati, ma per cambiare il volto di Tirana e di parte dell’Albania si è affidato allo Studio Stefano Boeri, e non all’architetto locale incontrato al bar. Una scelta culturale ben precisa ed emulata in altri paesi del mondo. La nuova Tirana voluta da Edi Rama è una delle città più interessanti e vivibili d’Europa, grazie alla collaborazione con Stefano Boeri, mago della resurrezione delle città in declino o morte. Facciamogli riprogettare l’Italia. Tutta l’Italia.

Una veduta parziale di un quartiere di Tirana progettato dallo Studio Stefano Boeri.

Non può esistere una politica onesta
Edi Rama corrotto e tiranno? Cerchiamo di aprire gli occhi ed essere pragmatici. Non esiste, in nessuna parte del mondo, una politica etica e totalmente onesta. Forse non è mai esistita perché non può esistere. Ma debbono esistere i risultati. Pensiamo ai nostri scandali, agli sprechi delittuosi della nostra classe politica, alle collusioni criminali delle nostre amministrazioni con, purtroppo, scarsi risultati progettuali. Io ritengo che sia più importante realizzare al meglio i grandi e piccoli progetti e magari chiudere un occhio sull’onestà dei politici. Anche io vorrei i politici e amministratori tutti onestissimi e dediti al bene dello Stato e della popolazione, ma dobbiamo ammettere, viste le esperienze sino ad ora, che ciò è impossibile. Forse non umanamente possibile.
L’ho già ripetuto altre volte. Negli anni ’80 ho assistito a New York ad un convegno di filosofi sul tema The New corruption. Ebbene, al termine del convegno tutti convennero che con la corruzione bisogna convivere, perché grazie ad essa, il mondo è progredito. Più della corruzione sono importanti i risultati.
Alcuni anni fa, a Parigi, un politico e collezionista, amico di Chirac, mi diceva: «Per qualsiasi uomo è difficile gestire un miliardo senza che qualcosa non resti attaccato alle tue mani».
Ho frequentato più volte Edi Rama. L’ho sentito mentre pronunciava alcuni discorsi istituzionali. Ebbene, vi dico che non esiste in Europa (né tantomeno altrove) un leader con la sua cultura e capacità di governo. Io, se avessi poteri, lo nominerei presidente dell’Unione Europea. Le sue capacità di intuire i bisogni della gente e dei popoli, e indicare le soluzioni, sono veramente uniche. Certo, per raggiungere certi risultati occorre avere ed esercitare una autorità che oggi, nelle nostre democrazie, non è concepibile. Edi Rama a Tirana, per far posto al progetto rivoluzionario di Boeri, ha abbattuto, mi pare, un teatro e la Galleria Nazionale, due modeste costruzioni architettoniche fasciste che non erano certo il Colosseo ma per cui gli intellettuali acqua e sapone hanno gridato allo scandalo. Anche questo ha contribuito a definirlo tiranno.

Edi Rama, al centro, a casa Politi con Giancarlo, Gea Politi e Artan Shabani.

Piccole storie albanesi
Alcuni anni fa, come si vede dalla foto, Edi venne a cena a casa nostra. Per l’occasione invitai anche un artista albanese amico, Artan Shabani, che si agitava molto, sia come artista ma soprattutto come gallerista, avendo uno spazio dove realizzava mostre a Valona. Artan era una persona molto dinamica che non si fermava davanti alle difficoltà, grande ottimista e grande lavoratore, curioso conoscitore della storia della sua patria, che lui considerava l’ombelico del mondo e per lui, secondo la sua conoscenza o immaginazione, i grandi personaggi della storia erano tutti di origine albanese, da Carlo Magno a George Washington e Cristoforo Colombo. Insomma un personaggio simpatico, un po’ spavaldo, che si credeva la persona migliore in tutto, dal cucinare la pizza e il suo agnello immangiabile sino a considerarsi un ottimo artista. Ma era vivace e dinamico e non si fermava davanti a nessun ostacolo. In occasione della nostra cena in Viale Stelvio, presentai Artan a Edi Rama e gli suggerii di prenderlo in considerazione come eventuale direttore della Galleria Nazionale di Tirana. I due si conobbero e forse si frequentarono un po’, tanto che dopo qualche mese seppi che Artan Shabani era il nuovo direttore della Galleria Nazionale di Tirana. Evviva! In Albania un ruolo importante. Ma ebbi questa informazione da altri, non da lui che scomparve dal mio orizzonte. Mentre prima era a casa mia almeno una volta al mese a cucinare e a raccontarci di quanto erano bravi, intelligenti e creativi gli albanesi e che aspettava la dissoluzione dell’Italia perché noi italiani non avevamo più il midollo spinale, mentre loro, gli albanesi, erano giovani, forti e procreavano alla grande. E in questo forse aveva ragione. Poi di lui non seppi più nulla e addio alla pizza alla Valona e all’agnello all’albanese. Dissolto. Dopo quattro anni seppi che non era stato riconfermato direttore perché probabilmente Edi Rama non aveva apprezzato la sua programmazione. Infatti a pensarci bene Artan possedeva una grande forza fisica e determinazione e resistenza alla sofferenza ma era poco riflessivo. Cioè aveva poco cervello. Ed essendo lui stesso un modesto pittore, probabilmente la Galleria Nazionale era stata programmata al suo livello. Che ovviamente non poteva piacere a Edi Rama, che aveva come riferimento la grandeur parigina. Comunque da quella simpatica serata a casa mia non ho più avuto notizie di Artan Shabani, il pizzaiolo magico.Il giovane Edi Muka organizza la seconda e terza Biennale di Tirana senza nemmeno comunicarmelo
Qualche anno prima, anzi molti anni prima, forse dieci, Adrian Paci, buon artista albanese da lungo corso in Italia, mi chiede di presentargli Francesca Kaufmann, gallerista di ottimo rango qui a Milano. Organizzo un pranzo sempre a casa mia, i due si conoscono, si parlano e si apprezzano. Da quell’anno (15-16 anni fa?) Adrian Paci e la galleria Kaufmann collaborano strettamente con ottima soddisfazione reciproca. E io felice. Ma da quel pranzo non ho più avuto notizie dirette da Adrian Paci. Né tantomeno incrociato. Anche lui scomparso totalmente dal mio orizzonte. Senza un saluto né una parola. Ma va bene così. Ognuno per la sua strada.
Anno 2002: inizio mentalmente a preparare la seconda Biennale di Tirana. Telefono a uno o due curatori della precedente edizione per chiedere qualche notizia e vengo a sapere che stavano lavorando con Edi Muka, mio assistente nella precedente edizione della Biennale, per la Tirana Biennale 2. Ripeto, ed Edi Rama mi è testimone, che la Biennale di Tirana fu una mia invenzione: dal nome all’idea di coinvolgere numerosi curatori e di finanziarla con tanti piccoli sponsor, cercati tra le fondazioni e gli istituti culturali di tutto il mondo. E chiamato in causa 35 curatori, tra cui Francesco Bonami, Daniele Balice, Vanessa Beecroft, Nicolas Bourriaud, Maurizio Cattelan, Massimiliano Gioni, Helena Kontova, Franco Noero, Hans Ulrich Obrist, Adam Szymczyk ecc. Quale altra mostra al mondo ha avuto un cast di curatori così bravi e diversificati? Critici, artisti, galleristi: per avere una rassegna internazionale di alto profilo e a 360 gradi. Non vi parlo poi del catalogo (500 pagine), un vero e proprio libro di storia dell’arte contemporanea del mondo del 2000.
Ma l’ambizioso Edi Muka (ora pare lavori come assistente curatore in qualche oscura Kunsthalle della Scandinavia), pensando di essere troppo nell’ombra, pur avendo collaborato egregiamente con me, organizza due modestissime Biennali di Tirana (seppure traslando tutte le mie idee organizzative e recuperando anche alcuni curatori e sponsor) senza il minimo cenno a me. Mi sarebbe bastata una semplice comunicazione: «Giancarlo, vorrei provare da solo». Invece soltanto silenzio e tutto nell’ombra. E qui complice fu anche il politico Edi Rama che forse voleva una biennale tutta albanese. Se mi fosse stato comunicato avrei capito e sarei stato felice. Anche perché la Biennale di Tirana per me era un peso insostenibile che mi distraeva dal mio lavoro, che era quello di guidare la barca di Flash Art.
Racconto questi episodi per cercare di capire e far capire lo spirito albanese, che comunque io amo e apprezzo e talvolta ammiro. Terribilmente orgoglioso, molto nazionalista e ambizioso e senza alcun senso di riconoscenza. Uno schiacciasassi. Ma mi chiedo: tutti così in Albania? Questo non lo saprò mai.

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