Amarcord 53 di

di 26 Febbraio 2021

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Settimana impegnativa, fra tamponi e prenotazione vaccini. Con un mondo che ti ricatta imponendo prenotazioni esclusivamente tramite internet. In questa atmosfera dilatata, come ombre improvvise, sono emersi ricordi lontani e considerazioni attuali, fantasmi oscurati mai sopiti. Tra una decina di giorni spero che arriveranno i ricordi della primissima Minimal Art, nella primissima galleria a lei devota: la Virginia Dwan della New York del 1965/66, santuario dell’arte minimal e concettuale. Ma parleremo anche di certa pittura di oggi.
Buon fine settimana a tutti.
G.P.

EFFEMERIDI
Mario e Carlo Gregorio Verdone

Mario Verdone e Carmelo Bene.

Carlo Verdone è da sempre un mio mito. Da quando, incuriosendomi, nel 1977 me ne parlava con orgoglio suo padre, Mario, con cui ho condiviso (incidentalmente) una bellissima settimana di vacanza in un hotel sul mare a Taormina, io e mia moglie, ospiti di Achille Cavellini (che ci sponsorizzò il nostro indimenticabile viaggio di nozze). E tutte le sere a cena insieme nello stesso tavolo. Io, Helena, Achille Cavellini e sua moglie Lisetta, Mario Verdone e sua moglie, l’algida e simpatica signora Rossana, sempre gentili e impeccabili e disponibili. Mario Verdone era un fantastico intrattenitore, un grande conoscitore del Futurismo, soprattutto del secondo, e allora giù, appena Achille Cavellini con il suo protagonismo ce lo permetteva, a parlare di Futurismi lui e di Cubismi (che conoscevo bene) io. Il professor Mario Verdone cercava di portarmi a parlare di cinema, di cui lui era uno straordinario conoscitore e docente, ma io ritornavo sempre sull’arte contemporanea, mio pezzo forte da sempre (e spesso mettevo all’angolo tutti). O a parlare di poesia. Di cinema ero solo uno spettatore, anche se a volte entusiasta, ma mi sentivo spettatore impotente e non conoscitore. Di teatro invece ero un po’ più informato perché il teatro d’avanguardia era ai confini con l’arte. A Roma frequentavo Giancarlo Nanni (che come pittore influenzato dall’Action Painting aveva esposto all’Arco d’Alibert) e la sua partner e compagna, la bravissima Manuela Kustermann, entrambi amici di Kounellis e di Claudio Abate, fotografo di scena e testimone di quegli anni seminali per me. Ho assistito alle prime provocazioni di Carmelo Bene, quando lui, rivolgendosi verso il pubblico, dal palcoscenico cercava di urinare addosso alla prima fila di spettatori, e una femminista nella mia stessa fila gridava: «Vergognati! Che ce l’hai anche piccolo!». La creatività e l’inventiva popolare di Roma è forse seconda solo a quella di Napoli. Ma più arguta e più grassa. E per me, che ho difficoltà con il dialetto napoletano stretto, più comprensibile. Ho rivissuto quell’atmosfera, multiforme, caciaresca, smargiassa e arguta di splendidi coatti delle periferie ma anche del centro, ma con grande spessore di creatività, leggendo l’impareggiabile libro La Carezza della Memoria del mio amato Carlo Verdone, la cui umanità mi trasecola e mi commuove. Ma chi altri come lui, che per generosità accorre, chiamato dalla sorella incontrata per strada, al capezzale di una malata terminale, intrattenendosi per tre ore, mano nella mano e portando conforto con battute e imitazioni e sorrisi? E strappando sorrisi alla morte. Amici miei, la grandezza di un uomo non si misura dal vistoso successo nazionalpopolare (che pure ha avuto) ma da questi gesti umani che nemmeno il prete di una volta sarebbe riuscito a compiere. Far sorridere e dare speranza a un moribondo, gesto grandioso, impossibile per chiunque. Grazie a nome di tutti, grande Carlo, alle tue solitarie e amare filosofie che accompagnano serenamente verso la fine del percorso. Ora capisco e come padre mi impersono in Mario Verdone, grande voce polifonica dei Futurismi, così orgoglioso di un figlio appena diciassettenne ma già geniale e dolce e buono. Grazie Mario Verdone, grazie Carlo Gregorio Verdone, il ritratto comico, dolce e amaro e grottesco di tutti noi.

Vittorio Sgarbi: io sono affascinato dai miei opposti perché gli eguali mi annoiano.
Io ho sempre apprezzato Vittorio Sgarbi. Un inimitabile istrione, superintelligente e supercamaleontico. Per lui in arte uno, nessuno e centomila fa lo stesso. Un azzeramento totale con la felicità di tutti. Ma divertente perché mai io mi sono trovato davanti un tale panorama velleitario, zero qualità ma umanità, speranze e ambizioni a mille come alla sua mostra alla Biennale di Venezia. Che io ho trovato la più godibile, proprio grazie alla sua impudenza. Il resto per me era scontato e spesso banale. L’arte in qualche circostanza può essere anche questo. E Vittorio dando speranza e un po’ di visibilità a tutti ha azzerato non solo l’arte italiana ma anche la Biennale di Venezia, invitando nel suo Padiglione mille artisti. Che significato può avere oggi, per un artista inserire nel proprio curriculum la partecipazione alla Biennale di Venezia che una volta ti faceva saltare sulla sedia? Oggi significherebbe solo denunciare la propria mediocrità e marginalità.
Vittorio Sgarbi (come anche Philippe Daverio quando era in vita) non ha alcun feeling per l’arte contemporanea come tutti gli storici d’arte (e questa non è una cattiveria ma una constatazione inoppugnabile e credo fatale, perché Storia dell’arte e Arte contemporanea sono come il diavolo e l’acqua santa), ma è riuscito a far credere a tutti, curiosi, artisti e politici, che lui è un grande esperto. Nel Parlamento lui è il riferimento culturale trasversale. Viene interpellato dai Fratelli d’Italia e dalla sinistra estrema. Ma lui non è un millantatore perché crede a quel che fa sapendo però che per i suoi artisti non c’è un grande avvenire. Ma tutti a correre da lui, talvolta ricoprendolo d’oro, ma forse in qualche modo utile alla loro carriera presso amici e conoscenti, dove Sgarbi è sempre Sgarbi.
Ho apprezzato una sua dichiarazione, riportata su Il Foglio (a proposito, l’inserto Arte de Il Foglio, curato da Francesco Stocchi, è il solo contributo attendibile oggi in Italia nella stampa quotidiana) in cui dichiara che non avrebbe votato la fiducia a Draghi perché nella sua dichiarazione al Senato ha pronunciato dieci volte la parola “resiliente”. E fa benissimo. Ai nostri politici occorre anche un po’ di allenamento lessicale. Io personalmente detesto tutti i resilienti, insieme ai “coesi” (per significare uniti, termine introdotto in politica da Romano Prodi nel 1999). Resiliente è una brutta parola mutuata dalla psicologia (che già di per se stessa io vedo come un grido di allarme) per significare resistenza agli eventi e contrarietà.
Ma tant’è. Per fortuna che c’è Sgarbi, che molto spesso urlando ridicolizza la politica e con le sue scelte talvolta inaspettate e con poca fortuna cerca di portare a galla l’arte dei dimenticati.

Chi ha visto Luther Blisset?
Spulciandotra le centinaia di libri che sovrastano il mio letto rischiando di seppellirmi, è sbucato fuori un libriccino di (e su) Luther Blisset: Totò, Peppino e la guerra psichica. I più giovani forse non ricordano, ma Luther Blisset è stato uno pseudonimo collettivo, diventato molto famoso e anche temuto negli anni ’90. Un collettivo (pare ideato da Umberto Eco) che operava azioni di sabotaggio e disinformazione su tutti i fronti, arrivando a creare vicende (a cui si interessò anche Chi l’ha visto? con la ricerca dell’artista inglese Harry Kipper, invitato alla Biennale di Venezia, poi scomparso nelle campagne friulane ma in realtà inesistente) come la falsa notizia del suicidio di Susanna Tamaro subito dopo la pubblicazione del suo libro di grande successo Va’ dove ti porta il cuore. Oppure la grande beffa dei sacrifici satanici a Viterbo, per cui Studio Aperto condusse un’inchiesta gettando nel panico la città. Dopo tanti anni mi chiedo: cosa è rimasto di Luther Blisset? Tu, Boris Brollo, che sei stato vicino a questo grande collettivo libertario, ne sai qualcosa? Sopravvive in qualche circostanza? Ha compiuto recentemente qualche azione di disturbo del sistema, oppure i componenti terribili, oggi giacca e cravatta, insegnano tutti al DAMS? Oppure come sempre le grandi rivoluzioni hanno acceso una miccia che poi si è spenta per esaurimento? Ma in nome di Luther Blisset, da me molto ammirato, sono usciti numerosi libri e un romanzo di ottimo successo: Q, pubblicato da Einaudi, e poi uno o più membri del collettivo, firmandosi “Wu Ming”, hanno pubblicato almeno dieci romanzi di successo, alcuni tradotti anche all’estero. Insomma una grandiosa e intelligentissima bufala (Umberto Eco, sei stato tu, lo so bene) con ripercussioni in tutta Europa e perfino in Usa e Brasile.
Luca Rossi sta cercando di immettere la guerriglia di Luther Blisset in arte. Ma il mondo dell’arte è poco reattivo a queste strategie (o troppo allenato alle provocazioni?). Per ora la sua costanza è stata premiata dalla condivisione di due anime buone e critici attenti, Fabio Cavallucci e Giacinto Di Pietrantonio. Ma forse qualcosa mi sfugge. Né conosco i risultati raggiunti a tutt’oggi.

Questo meraviglioso pavone l’ho visto nascere sulle colline beriche e suggerii di chiamarlo Faust, non pensando a Goethe bensì alla giornata “fausta” che mi aveva concesso questo piccolo miracolo. Quando lo vidi la prima volta, tra le braccia di Francesca, era piccolo, brutto e impacciato con le poche piume grigie e nulla faceva presagire l’esplosione di bellezza grazie a colori e forme incredibili come in questa splendida foto di Cristiano che mi è appena pervenuta. Gustav Klimt, a vederlo, correrebbe a nascondersi.
Un anno più tardi Faust ha reso meno tristi le nostre giornate di clausura, nel Parco della Commenda, a Vicenza, alleggerendoci il senso di solitudine del lockdown. E quando mi avvicinavo, lui si allontanava, e poi guardandomi con aria di sfida si riavvicinava. Senza mai farsi accarezzare. Una bellissima fanciulla che mi faceva soffrire senza mai concedersi. Come la Laura del Petrarca, il poeta dell’amore, che ammiccava per poi nascondersi nel nulla. Laura, il grande amore impossibile, Faust l’eterna rincorsa dell’uomo verso l’immortalità.

Brevi incontri con la poesia

Saffo, traduzione di Salvatore Quasimodo

A Gòngila
O mia Gòngila, ti prego:
metti la tunica bianchissima
e vieni a me davanti: intorno a te
vola desiderio d’amore. Così adorna, fai tremare chi guarda;
e io ne godo, è perché la tua bellezza
rimprovera Afrodite.

Ho una bella fanciulla
Ho una bella fanciulla
simile nell’aspetto ai fiori d’oro.
La mia Cleide diletta.
Io non la darei né per tutta la Lidia
né per l’amata……

Luigi Compagnone (Napoli 1915-1998)

A sette giorni m’hanno condannato
perché nel campo ho rubato l’uva.
Ora nella prigione del paese
tranquillamente discuto col ragno
e con l’albero presso l’inferriata.
La luce delle nuvole di luglio
dell’uva calda mi porta l’odore.

Franco Fortini (Firenze 1917-1994)

Ho preso
La mia fatica
Come un peso
E lo porto.

Voi che da mille anni
Portate il male del mondo
E ne ridete
E ne morite

Perdonate se vado così solo
Se vado lento
Se non ho canto.

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Giancarlo Politi