Dalla Dolce Vita all’Arte Povera di

di 2 Febbraio 2021

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Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia…
Il gallerista Franco Soligo, Giancarlo Politi
e il pittore Alberto Parres, in via del Babuino nel 1969.

Una sera alla trattoria Menghi, in via Flaminia a Roma, ritrovo di tutti gli artisti disperatamente squattrinati ma aspiranti alla gloria, di via del Babuino e via Margutta, e cioè Mafai, Consagra, Omiccioli, Corpora, Scarpitta, Leoncillo, Carla Accardi con il marito Totò Sanfilippo, Giulio Turcato ecc., una volta usciti i clienti tradizionali, Pietro Consagra, anima siciliana del gruppo, si alza e grida: «Dobbiamo eleggere Miss Culo!». Grasse risate generali, ma la proposta infine viene accettata con entusiasmo, e dopo discussioni e votazioni su votazioni, viene eletta Clotilde, la compagna di un altro siciliano doc, Salvatore Scarpitta, con grande indignazione di Oretta Fiume, una ragazza molto bella e che era stata una affermata attrice dei telefoni bianchi e compagna di Giulio Turcato, che rivendicava il titolo per se stessa. E con grande orgoglio del fidanzato della nuova miss, Salvatore Scarpitta, più felice di tutti.

Perché racconto questo episodio, riportato anche nel libro di Ugo Pirro Osteria dei pittori, quindi non una mia fantasia come qualcuno potrebbe pensare? Io ero un frequentatore e giovane collega di Ugo Pirro, brillante giornalista e sceneggiatore, grande amico dei pittori e di Federico Fellini. Ugo viveva in via del Babuino, in uno di questi studi molto economici ed arrangiati alla meno peggio, dove abitava anche una pletora di artisti e intellettuali, soprattutto inglesi e americani, perché la vita dei pittori negli anni ’50 era una vita di fame e di rischio di sopravvivenza quotidiana. Ma allegra e spassosa, come dimostra l’episodio della elezione della Miss voluta da Consagra. Se Picasso, per sopravvivere, nei suoi primi anni parigini andava a “prelevare” le bottiglie di latte lasciate dal lattaio sulla finestra o davanti alla porta dei vicini e talvolta per una settimana viveva di solo latte, arrivando a pesare poco più di 50 chili, a Roma la vita non era molto diversa. Emilio Vedova, quando arrivava (e succedeva spesso) a Roma, sembrava una scultura di Giacometti, e Giulio Turcato uno spaventapasseri. Insomma, gli allegri artisti di via Margutta mangiavano quando potevano e spesso uno divideva con tutti. La trattoria dei fratelli Menghi (Neride e Domenico), o anche Osteria dei Pittori, era in via Flaminia 57, a 200 metri da Piazza del Popolo, polmone della cultura romana con il bar Canova (ritrovo dei pittori figurativi, tutti benestanti, dei cineasti e specialmente dei macró) e il famosissimo bar Rosati (ritrovo dei pittori astratti e delle nuove avanguardie: Mimmo Rotella, Fabio Mauri, Mario Schifano, Pino Pascali ecc).

Da sinistra: Mimmo Rotella, Gastone Novelli, Giosetta Fioroni e Achille Perilli seduti da Rosati in Piazza del Popolo a Roma nel 1962. Foto di Fabio Mauri.

Mimmo Rotella era appena uscito di prigione, dopo aver scontato qualche mese perché coltivava una pianticina di marijuana sul davanzale della finestra del suo studio in via del Babuino. Più per mostrare ai suoi amici che lui, frequentatore di Parigi, era un giovane emancipato, che per usarla veramente. E credo anche che una pianticina striminzita non potesse essere usata. L’Osteria dei Pittori era il ritrovo abituale di Carla Accardi, Afro, i Cascella, Consagra, Dorazio, Vedova (quando arrivava da Venezia, e succedeva molto spesso), Mafai, Anna Magnani, Antonioni, Fellini e tanti, tanti altri registi, attori e pittori. E i giornalisti di Momento Sera, un quotidiano ambizioso di quegli anni (a cui collaborò anche Filiberto Menna come critico d’arte) poi scomparso (il quotidiano intendo, Filiberto ahimè anche, ma molto più tardi). Figurarsi dunque cosa poteva essere una cena da Menghi. Una fantastica baldoria collettiva, a cui io, giovanissimo, assistevo sbalordito e divertito. Ma io, con un modestissimo stipendio che percepivo lavorando alla Fiera Letteraria, grazie a Vincenzo Cardarelli, amico e mentore che mi aveva assunto, riuscivo a pagarmi un piatto di pasta e una Coca Cola, anche perché i prezzi per noi del gruppo artisti erano veramente modici. Io ricordo che pagavo una cena, solo un sostanzioso primo, circa 150 lire (non saprei dire a quanto corrisponderebbero oggi: in euro sarebbero 8 cent). Ma il mio misero stipendio, mi pare di 30 mila lire mensili, talvolta mi permetteva di offrire la cena a qualche artista. Mai però a Turcato che, pur essendo amico, beveva almeno due fiaschi di vino (e spesso Consagra ha dovuto portarlo a casa in spalla) ed era troppo dispendioso per me. E poi non essendo io artista, non potevo lasciare debiti dai Menghi. In realtà i pittori (e io con loro) entravano in scena dopo che i clienti abituali e “perbene” (soprattutto quelli del cinema e qualche giornalista) se ne erano andati. E questo accadeva verso le 11. Pittori affamati e squattrinati, a cui i generosissimi fratelli Menghi, amici di tutti, facevano credito per un minimo di sopravvivenza. Gli artisti pagavano quando potevano, spesso con cambi strani. Ugo Pirro una volta portò uno scaldabagno ai due fratelli Menghi increduli, che comunque gli cancellarono il suo debito. Ma più spesso gli artisti pagavano a babbo morto. Da Menghi un paio di volte passò anche Picasso (ma io non c’ero, ahimè) che in quegli anni era stato invitato dal PCI per un incontro con alcuni intellettuali comunisti, tra cui Guttuso. Anzi, credo che l’invito sia stato voluto proprio da Renato Guttuso, il quale poi si professava amico di Picasso pur avendolo incontrato solo un paio di volte. E Picasso, come riferiva Turcato, raccontò che Guttuso era un mediocre pittore e uomo noioso. Ma a quei tempi, si era forse verso la fine degli anni ’50, i pettegolezzi e le calunnie erano all’ordine del giorno, soprattutto tra l’apparato del Partito Comunista e gli artisti di Forma 1 (Turcato soprattutto, che odiava sia Togliatti che Guttuso e Dorazio con Perilli).

Giulio Turcato con Vana Caruso, Ladispoli, 1984. Foto di Claudio Abate.

Quando Giulio Turcato si scolò un fiasco di vino nel tempo di una breve telefonata della moglie
Non so come, ma malgrado l’indigenza e la povertà assoluta, la vita scorreva felice. Era solo a causa dei miei venti anni oppure tutti erano felici o quasi? Ricordo che esistevano un’energia, un ottimismo e una solidarietà mai visti. Quando un pittore vendeva un quadro (a 20 mila lire?) era festa per tutti. La vendita si bruciava in una serata da Menghi con vino a fiumi per tutti e primo e secondo con caffè e ammazzacaffè. Ci furono alcuni mesi in cui gli artisti ordinavano aragosta con maionese e fragole con la panna. Scarpitta poi era incontenibile: arrivava da Menghi con sua moglie Clotilde e sua sorella Carmen, e ordinava sempre per tre: aragosta con maionese, spaghetti, filetto, fragole con panna e vino in bottiglia. E i fratelli Menghi, generosissimi, accettavano di fargli credito. Un credito credo mai onorato, perché poco dopo Scarpitta partì con la moglie per New York. Nel frattempo Turcato ebbe una burrascosa lite con Oretta (Fiume), con accuse di tradimenti reciproci: pare che Turcato, malgrado il suo aspetto trasandato, sia stato un notevole tombeur de femmes, che accoglieva le donne nel suo letto dalle lenzuola nere per non lavarle, così mi raccontava Consagra, che condivideva l’appartamentino con lui. Ma anche Consagra in quanto a relazioni femminili non scherzava. La sua prorompente vitalità siciliana lo ha portato ad avere numerose storie, e pare (così si diceva nella Roma dei tardi anni ’50) anche con la bellissima e inaccessibile Palma Bucarelli, la regina dell’arte italiana, l’autorevole e autoritaria direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, molto amica dei politici e specialmente di Giulio Andreotti, con cui si sussurrava avesse avuto un flirt. Ma non credo che Andreotti abbia osato tanto, timido e osservante dei valori familiari com’era. Ma tornando a Turcato, capimmo la ragione del suo litigio definitivo con Oretta: Giulio stava per sposarsi con una regista di discreto successo, Vana Caruso (una bella casa, pranzo e cena assicurati), anche se agli inizi era una compagna un po’ scomoda agli occhi del PCI, perché figlia del prefetto Caruso che stilò, insieme al direttore del carcere, tal Carretta, la lista delle Fosse Ardeatine. E che finì fucilato dai partigiani, mentre Carretta lapidato sul Lungotevere. E, se non mi sbaglio, la giovane figlia Vana fu presente all’esecuzione del padre. Da questo episodio ovviamente Vana uscì segnata, e per Turcato fu una moglie premurosa ma anche autoritaria. Vana, non molto interessata agli uomini e poco interessante per gli uomini, marchiata dal PCI, a causa di suo padre, permetteva tutto a Turcato, anche le scappatelle più vistose, ma cercò di limitarlo il più possibile nel bere. Una sera lei e Turcato mi invitarono a cena in un noto ristorante, l’Augusteo, vicino all’Ara Pacis, mi pare insieme a Claudio Verna e sua moglie Anna (la memoria sui dettagli di quegli anni talvolta mi si insabbia). Vana mi annunciò orgogliosamente che Giulio aveva smesso di bere. E Turcato, come un cane bastonato, di sottecchi, nel suo accento veneziano mai perduto e con i suoi occhi furbissimi, annuendo con la testa, disse: «Sì, sì!». Anche se non era così convinto come Vana. Durante la cena, sotto i portici dove si espandeva in estate il ristorante, il Maestro Turcato pregò Vana di chiamare l’avvocato e collezionista De Angelis, legale di tutti gli artisti che lo retribuivano con opere, per spostare un appuntamento. Appena Vana entrò nel ristorante, Giulio da sotto il tavolo tirò fuori un fiasco di vino e a garganella se lo scolò tutto d’un fiato. Non ho mai visto in vita mia una tale velocità e abilità nello scolarsi un fiasco di vino. Quasi senza respirare. Una sorta di allenamento atavico. Nel tempo di una breve telefonata della moglie. E quando Vana tornò al nostro tavolo, Giulio era più allegro ed euforico, e con gli occhi un po’ lucidi. Entrambi contenti e soddisfatti.

Ingresso del Piper a Roma, anni ’60.

Quella vita, fatta di speranze e di baldorie a chilometro zero, durò fino agli anni ’70 e coincise con la Dolce Vita e il Piper, ritrovo mondano internazionale in una traversa di Via Veneto, con interni di Mario Ceroli, molto trendy in quel momento, e le minigonne mozzafiato di Caterina Caselli. Via Veneto era la passerella internazionale in cui erano transitati anche Gregory Peck e Audrey Hepburn in Italia per Vacanze Romane.

 

Insomma, senza un soldo in tasca e senza apparenti prospettive, si conduceva una vita allegra e spensierata. Cioè felice. Mi chiedo ora come potesse accadere. Che cosa ci permetteva di essere felici e spensierati e tanto speranzosi per il futuro? Certo, l’età era importante ma nell’aria c’era un’atmosfera che non ho più avvertito dopo quegli anni. I pittori figurativi che frequentavano il bar Canova erano benestanti, perché Roma in quegli anni (e tutto il centro sud) era infestata da quadretti di Monachesi, Omiccioli, Tamburi, Purificato. Monachesi era diventato ricco e viaggiava con una bellissima Jaguar scoperta, salutando gli amici invidiosi con in mano il sigaro fumante, e spesso invitava al ristorante anche dieci persone. Ma lui era una macchina da guerra. Produceva anche dieci/venti piccoli quadri al giorno che vendeva rapidamente per 20 mila lire, pur avendo un contratto di esclusiva con la galleria Russo in Piazza di Spagna, allora il santuario dei pittori figurativi, da de Chirico a Omiccioli. E anche se era controllato a vista da una moglie artista, Parisella, molto dura e inflessibile, Monachesi aveva sempre in tasca enormi rotoli di vecchie lire. E quando si stava con lui, non ti faceva mancare nulla.

Ma L’Arte Povera è nata a Roma, a New York o in California?
Il Rosati era invece frequentato da artisti squattrinati, ad eccezione del ricco Fabio Mauri, che però ha sempre mantenuto, proveniente da una famiglia illustre e colta, un basso profilo, senza mai strafare, e spesso aiutando gli artisti più bisognosi acquistando un’opera. Ma gli anni ’50 erano stati appena superati e con gli anni ’60 a Roma spirò un vento nuovo. Grazie anche a Schifano, il cui studio era un porto di mare, dove approdò pure un membro dei Beatles, e la galleria di Plinio De Martiis, La Tartaruga, proprio sopra il Rosati, il clima culturale romano a metà degli anni ’60 stava cambiando. Anche perché nel 1964, alla galleria La Salita, nella storica sede di via San Sebastianello a Piazza di Spagna, diretta dal flemmatico, ma occhio di lince, Gian Tomaso Liverani, Richard Serra aveva esposto, tra le altre cose, animali vivi, evento da cui prende spunto (da lui riconosciuto) il lavoro di Kounellis alla galleria L’Attico con pappagalli vivi e successivamente con cavalli. Fabio Sargentini, della galleria L’Attico, figlio d’arte, benestante e forse ricco di famiglia, si scatena facendo esplodere la sua creatività ed energia giovanile (il vero artista della galleria era proprio lui, il camaleontico Fabio, che aveva trasformato la sua galleria in una palestra, anticipando di almeno 20 anni un certo lavoro di Matthew Barney). L’Attico diventa, molto più de La Tartaruga e de La Salita, un generatore di creatività a 360 gradi e un ritrovo alla moda. Pino Pascali, malgrado la sua morte precoce (nel 1968 a 33 anni, fracassandosi con la moto sotto il tunnel di Porta Pinciana), insieme a Jannis Kounellis aveva rappresentato una miccia che fece esplodere il sistema dell’arte a Roma. In quel momento Roma divenne una delle capitali europee dell’arte. Non più aperitivi sonnolenti al Rosati o al Canova, ma una serie di fuochi di artificio con party privati, che sconvolsero la Roma dell’arte. Aveva iniziato qualche anno prima Mario Schifano, ma l’incidenza artistica di Pascali e Kounellis sul sistema dell’arte fu più prorompente. Se Schifano aveva introdotto un concetto di vita a mille, Kounellis e Pascali stavano cambiando il sistema dell’arte.

Plinio De Martiis de La Tartaruga cercava di fronteggiare il vulcanico Sargentini, ma fu messo un po’ all’angolo. Plinio ebbe un colpo di coda con l’evento Teatro delle mostre, di cui fu regista e protagonista, invitando venti artisti tra i più promettenti della scena della neo-avanguardia di quegli anni (Boetti, Giulio Paolini, Giosetta Fioroni, Fabio Mauri, Renato Mambor, Nanni Balestrini ecc.) a realizzare una mostra della durata di 24 ore, mentre poco prima Eliseo Mattiacci fu autore di una performance di grande visibilità, con un enorme tubo giallo che usciva da una finestra della galleria per invadere Piazza del Popolo proprio davanti a Rosati, tra i tavolini dei clienti. In quel momento ci fu anche il fortunato incontro con l’Arte Povera grazie a Michelangelo Pistoletto da Mara Coccia (e il suo storico incontro con la grande Maria, assistente di Mara, che poco dopo divenne la signora Pistoletto). Fabio Sargentini in qualche intervista ha dichiarato che l’Arte Povera è nata a Roma, con Kounellis e Pascali, e forse non ha tutti i torti. Anche se a New York dicono che sia nata in USA, grazie a Bruce Nauman ed Eva Hesse, che arrivarono (vedi anche Richard Serra) ben prima degli italiani ad usare materiali poveri. Nel 1962 ci fu una mostra memorabile su una spiaggia in California, denominata Funk Art, bellissima (a giudicare dalle foto dell’epoca), realizzata con materiali recuperati e reperiti in spiaggia da un gruppo di artisti capeggiati da William Wiley. Mostra che durante la notte fu distrutta dall’alta marea. Come si vede, i princìpi ideologici dell’Arte Povera vengono da lontano. Ma si sa, chi prima registra l’evento o la mostra, vince. Così va la vita. Chi ultimo arriva (a registrarsi), male alloggia.

Ma forse gli anni ’70 saranno oggetto di un altro Amarcord.

Picasso, Antonello Trombadori, Turcato e Guttuso a Villa Massimo, Roma, 1953.

Dove è finita l’Allegra Brigata?
PS: ma dov’è finita l’allegra brigata romana (Mafai, Corpora, Turcato, Consagra, Perilli, Scialoja ecc.) di artisti fantastici e che stavano diventando famosi e in procinto di conquistare il mondo? Quegli artisti le cui battute o sentenze strizzavano i nostri cervelli? Uomini che stavano dando la vita per l’arte e le proprie idee, che sono vissuti per anni in condizioni di assoluta indigenza mangiando un giorno sì e due no, ma fermamente convinti del proprio lavoro? Dissolti o quasi. Nessuno ne parla più. Speriamo che la Storia li recuperi, ma ho tanti dubbi. Tante fantastiche generazioni sono state spazzate via dal corso degli eventi e dal tempo che non ha pietà. Pensiamo al nostro glorioso Novecento. Ormai solo nella memoria di qualcuno, e qualcosa in sparuti musei dispersi lungo la penisola.

Sir Winston Churchill, Scene at Marrakech, 1935. Olio su tela. Foto © Christie’s

Amarcortissimo

Osservando questa bella pittura di Winston Churchill che il 1° marzo andrà all’asta a Londra da Christie’s, in cui si presume realizzerà almeno un milione di euro, mi viene in mente una bellissima esperienza vissuta a Grimaud, nel sud della Francia, negli anni ’80.

Invitati in vacanza dagli amici israeliani Joshua Gessel e Joel Kremin, io e la mia famiglia ci avventurammo verso questo sconosciuto (per noi) ma splendido villaggio.

Affittammo un bellissimo appartamento, individuato dai nostri amici, presso Madame Churchill, la proprietaria, e così scoprimmo che la simpatica signorina Churchill, era la figlia del famoso statista. Il quale aveva acquistato quell’affascinante appartamento, non lussuoso ma con enorme charme (terrazzo e balconi inondati di fiori), negli anni ’30 per rifugiarvisi per alcuni periodi dell’anno per dipingere. Infatti su tutte le pareti del nostro appartamento e di quello di Madame Churchill erano appese decine di dipinti del grande Winston. Tutti paesaggi del sud della Francia. Alcuni molto belli, altri un po’ meno. Ma che indubbiamente denotavano una vera natura di pittore, molto più di tanti pittori professionisti.

E ora, dopo tanti anni, vedendo questo dipinto di Winston Churchill che andrà presto in asta, mi torna in mente Grimaud e il ricordo di una delle più felici vacanze della nostra vita a casa della figlia del grande statista. E la sera sempre a cena dai nostri amici israeliani, dove Joel, ottimo chef, ci offriva ogni volta una specialità diversa della cucina internazionale o kosher. Oh, che bella giovinezza!…

Grazie a Giorgio Giovanni Guastella: da remoto

Giorgio Giovanni Guastella.

Debbo confessare a chi mi segue che se questi recenti Amarcord vedono la luce, lo debbo anche a Giorgio Giovanni Guastella di Ragusa. Lontanissimo eppure vicinissimo a me e al mio lavoro. È lui che corregge alcune mie sviste, aggiorna qualche data e collabora con me nella scelta del materiale fotografico. E mi fa notare alcune mie ripetizioni (la vita è solo una, dunque in alcuni Amarcord è inevitabile che mi ripeta). Ma soprattutto Giorgio mi stimola e mi incoraggia a procedere. Per questo lo ringrazio pubblicamente e se un giorno dovesse uscire un volume che raccoglierà gli Amarcord o una parte di essi (tutto invecchia), lo dovrò in particolare a lui e alla sua pazienza (e naturalmente alla Redazione di Flash Art e specialmente alla generosità e insistenza di Gea e Cristiano).

Ancora grazie Giorgio, mio mentore da remoto.

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