Amarcord 54: Street Art e Graffitismo di

di 8 Marzo 2021

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STREET ART E GRAFFITISMO

Ho sempre nutrito molte simpatie e curiosità per la Street Art e per il graffitismo, soprattutto per i murales sociali (mi resta difficile filologicamente una distinzione tra loro). Anche quando negli anni ’60 ho visto le prime scritte sui muri e treni di New York. Mi incuriosivano quei colori vistosi dei convogli della metropolitana che transitava a tutta velocità, dandomi l’impressione di vedere un cartone animato multicolore che si srotolava davanti ai miei occhi. E seppure vietati dalle autorità, io trovavo più vivibili e divertenti le grandi pareti anonime di cemento grigio di SoHo, affrescate con scritte e colori, altrimenti squallide e lugubri. Gli storici dicono che il graffitismo sia nato durante la guerra (ma io penso anche alle grotte di Altamira, che hanno anticipato di qualche anno Banksy), quando i soldati americani, per gioco o per fornire indicazione o delimitare territori (negli anni della mia infanzia ricordo la scritta «off limits» che non sapevo cosa significasse), scrivevano sui muri delle abitazioni. Ma il fenomeno dei graffitisti si sviluppò negli anni ’70. Ad aprire la strada sono stati TAKI 183 e Rammellzee, che iniziano per primi ad usare l’Aerosol Art a New York. Io ed Helena siamo stati buoni amici e frequentatori degli eroici iniziatori della Street Art nella Grande Mela, cioè di Rammellzee, Keith Haring, Futura 2000, A-One, Toxic. Ragazzi con un’energia, una capacità di provocazione e un’inventiva fantastiche. Quasi tutti provenienti da famiglie disagiate e che cercavano un riscatto. Loro grande amica, frequentatrice e profonda conoscitrice fu Francesca Alinovi, che ne scrisse articoli illuminanti per Flash Art.

Rammellzee.

Personalmente ricordo Rammellzee (padre italiano, madre afroamericana), ai tempi considerato il più talentoso tra tutti, ancor più di Keith Haring e di Basquiat, entrare a velocità incredibile sui pattini a rotelle e tutto vestito di nero come Batman, alle inaugurazioni in queste enormi gallerie americane come fossero aeroporti, evitando i presenti come in una gimcana virtuosa. Io ero affascinato dalla sua abilità. Entrava velocissimo e dopo un paio di giri nella galleria affollata, schivando tutti e passando ridendo a cinque centimetri da me impietrito, con una maestria da professionista usciva come un fulmine come era entrato. A volte mi chiedevo se non fosse una mia allucinazione. Talvolta invece a Bowery ci imbattevamo in un ragazzo magro, pallido e occhialuto, inginocchiato per terra, che stava tracciando immagini stilizzate di omini come bambini che ti facevano pensare in qualche modo a Walt Disney. E poi lungo le vie di SoHo, specialmente nella West Broadway e vie adiacenti, molto spesso calpestavi delle silhouette a grandezza umana che ricordavano le sagome disegnate dalla polizia per delimitare il perimetro di un cadavere. Talvolta queste sagome erano dipinte anche sulle pareti delle case. Per mesi e forse anni ci siamo chiesti chi fosse l’anonimo artista che si nascondeva dietro quelle immagini inquietanti come un film di Dario Argento. E che era apparso anche sul muro di Berlino prima dell’abbattimento e che forse voleva denunciare gli omicidi politici, assurdi e criminali del comunismo dalla parte opposta. Quando quelle sagome (Shadowman), grazie al New York Times e altri quotidiani della città, diventarono un caso, l’artista, ormai famoso e ricercato dai critici, dalle gallerie e dalla polizia, si materializzò, e allora apparve la figura dolce di Richard Hambleton, un canadese trapiantato a New York, che poi riprese i suoi soggetti su tela, soprattutto la serie Marlboro man, un uomo con un cappello da cowboy su un cavallo recalcitrante, ottenendo un forte impatto e successo commerciale. Uno dei suoi grandi collezionisti, se non vado errato, fu Giorgio Armani. Nel 2009 in un enorme spazio al 560 di Washington Street fu organizzata una sua mostra antologica alla cui inaugurazione parteciparono tutte le celebrità del mondo dell’arte e dello spettacolo, e tutte le 40 opere esposte furono vendute la sera stessa dell’inaugurazione. Ad un’asta di beneficenza due suoi dipinti totalizzarono 920.000 dollari. Da parte degli addetti ai lavori Richard Hambleton (purtroppo scomparso nel 2017) viene considerato l’anticipatore e l’ispiratore di Banksy e KAWS.

Richard Hambleton al lavoro in una strada di SoHo.

Quando incontrammo Richard Hambleton, presentatoci da James Collins, suo amico, scoprimmo un ragazzo timido e introverso, anche un po’ molliccio, che non sembrava affatto un writer, in genere ragazzi animosi, arroganti e aggressivi, almeno in quegli anni ’70-’80 del secolo scorso. Aveva come studio e abitazione un garage, con un letto che si alzava verso la parete confondendosi con essa, per sottrarsi ai controlli di abitabilità della polizia, la quale sapeva ma doveva chiudere un occhio. Come per centinaia di altri artisti. In quegli anni di abusivismo dovuto alla sopravvivenza da parte degli artisti che occuparono tutti gli spazi disponibili a SoHo, come ex fabbriche, negozi chiusi e appunto garage, a New York si viveva nel terrore di un controllo accurato, perché i poliziotti solerti ti buttavano subito in mezzo alla strada. E la SoHo di allora, deserta e silenziosa per il trasferimento di tutte le attività, mi ricorda la Milano di oggi, non molto più movimentata.
Ma la Street Art con il tempo si diffuse anche in Europa, anzi, in tutto il mondo, assumendo un importante ruolo di denuncia sociale e talvolta anche di propaganda politica. Talvolta sotto forma di guerriglia urbana. Da allora i treni di tutto il mondo, immobili abbandonati ma anche edifici abitati e tutte le strade dell’universo, diventarono una immensa galleria con segnali di proteste, di denunce, di messaggi cifrati o scritti in lingue per noi occidentali impenetrabili. L’arte di denuncia e senza alcun filtro, esclusa dalle gallerie e dai musei, invase il mondo spuntando dal nulla. Dall’Africa all’India, dall’Asia tutta all’Europa, dal Nord al Sud America, la Street Art si espanse nel mondo abitato, esattamente come sta facendo oggi la Covid. Io ho sempre amato e apprezzato questa arte di ribellione e di denuncia che emergeva dal basso, ma non ho mai condiviso l’idea di esporla in galleria o peggio ancora in un museo. Come mettere un leone in gabbia. La Street Art è affascinante perché ti viene incontro dove e quando tu non l’aspetti, incurante del sole, del vento e delle intemperie che la sbiadisce e poi la cancella. Perché tutto muta. Il grande Banksy (un collettivo, secondo i ben informati, coordinato da Damien Hirst, che mi ricorda Luther Blissett, di cui ho parlato nello scorso Amarcord) sta incuriosendo e affascinando il mondo con le sue denunce sempre pungenti e puntuali. Meglio di Striscia la notizia, da noi ormai, ahimè, il solo organo di denuncia dei soprusi pubblici e privati. Ma Banksy in galleria o al museo no, non deve entrare. Il leone non può stare in gabbia.

Madonna Louise Veronica Ciccone e Jean-Michel Basquiat.

La sola eccezione, secondo me, è rappresentata da Keith Haring, perché, oltre che sulla strada, ha sin dagli inizi, sponsorizzato da Andy Warhol, lavorato nelle gallerie. Io lo ricordo e l’ho frequentato assiduamente, quando lui visse per oltre un mese qui a Milano, per realizzare una memorabile mostra da Salvatore Ala, con centinaia di opere in galleria e nei magazzini del gallerista. Lo vidi e lo seguii nel lavoro. Aveva una capacità realizzativa mostruosa, una velocità mai vista. In pochi secondi dipingeva pareti, vasi e vasetti, tavolette e grandi tele appositamente preparati dal gallerista. Insomma, lui affrontava come un combattente tutto ciò che lo circondava. Ricordo che Salvatore (Ala) lo paragonava orgogliosamente, per la capacità e la velocità creativa, a Picasso.
Anche Jean-Michel Basquiat, diventato poi il mito e il simbolo del graffitismo universale, ebbe una breve esperienza come graffitista da strada, firmandosi con un suo amico SAMO, acronimo di Same Old Shit (trad. “solita vecchia merda”). E complimenti a Emilio Mazzoli, forse il primo e solo gallerista ad esporre SAMO, suggeritogli credo da Annina Nosei, la quale fu la vera madrina e mentore di Jean-Michel, proponendolo subito a grandi collezionisti (noi fummo ospiti in una cena in onore di Basquiat a casa di Annina, in cui Jean-Michel spuntò dallo studio sottostante la galleria con la sua ragazza del momento, una brunetta sconosciuta e sotto tono, una delle tante cantanti e ballerine apparentemente disperate dell’East Village, che ci presentò come Madonna, di origine italiana). Annina Nosei, allora vera talent scout a New York, ospitava e finanziava (con molta parsimonia) Jean Michel Basquiat che abitava appunto nel suo studio/magazzino sotto la galleria (purtroppo il grande occhio di Annina Nosei, incredibile scopritrice di talenti degli anni ’80, non è da tutti ricordato). Ma il vero Basquiat nacque e si espresse al meglio proprio nelle gallerie, con opere da parete di straordinario vigore ed energia. E originalità. Ma sinceramente staccare un’opera di Banksy o di qualsiasi graffitista dal muro ed esporla in galleria mi sembra una violenza. Oggi invece ad alcuni graffitisti va riconosciuto il grande merito di operare sulla strada attraverso opere di denuncia con una forte risonanza politica e sociale. Il lavoro di Banksy è più utile alla società civile di quello di molti politici. E dello stesso ideatore Damien Hirst, che comunque rimane il vero genio del sistema dell’arte di oggi, che lui riesce ad aprire come una scatoletta di tonno (direbbe il comico Grillo). Lui riesce ad essere se stesso e a creare un anti se stesso. E artista, gallerista, battitore d’asta delle sue opere. Magico!
Però la Street Art resta il solo caso di vera utilità sociale dell’arte. L’altra arte, quella di cui ci occupiamo in molti, e io da una vita, è un bellissimo e socialmente appagante gioco intellettuale che ci fa credere che noi siamo utili al mondo, invece ci stiamo solo baloccando. Io sono più volte rimasto estasiato davanti ad alcune opere in galleria, museo o studio. Che considero un irreversibile bene universale. Ma a cui riconosco un fascino emotivo e intellettuale. Non altro.
PS: leggo incidentalmente sulla pagina Facebook della galleria, che Emilio Mazzoli sarebbe stato il primo gallerista ad esporre Basquiat. Falso. Emilio Mazzoli non ha mai esposto Jean-Michel Basquiat ma semplicemente SAMO, quando Basquiat non esisteva. E questo solo grazie ad Annina Nosei e a Diego Cortez, impareggiabile conoscitore di SoHo e dei suoi segreti.

La cartolina d’invito di SAMO della Galleria Emilio Mazzoli di Modena, 1981.

EFFEMERIDI

Moda o arte?
La moda, nella sua esplosività creativa, sempre alla ricerca di novità, di trasgressioni e di verità nascoste, veicolata da intelligenze straordinarie e con l’occhio che trafigge la contemporaneità, ha talvolta sfiorato l’arte contemporanea, in qualche caso mimandola, in altri irridendola, in altri ancora usandola a sproposito. Ma i tempi sono maturi per una trasfusione di idee e di approcci creativi. In questo caso uno più uno non fa due ma fa tre o quattro. Trasgressione, originalità, anima nelle cose, attenzione verso gli altri. Tutti gli altri. Sono i tempi ad indicare alla moda e all’arte nuove prospettive oppure la moda e l’arte possono diventare lo Zeitgeist del presente?
Le novità sembrano incombere e vedo l’arte che cerca di accompagnarsi in modo vellutato alla moda per offrirle poesia e sentimento. Noto che Bottega Veneta usa come testimonial un’artista, grande e discreta come la tedesca Rosemarie Trockel. Mentre MSGM chiede una collaborazione d’arte e di poesia a Gea Politi, realizzando una sfilata dolce e amara, figlia di Milano e della nostra prigionia fisica e spirituale. Ma la sfilata a cui assistiamo è solo moda o una sfilata d’arte?
Chiedendo scusa per l’impertinente segnalazione ai miei lettori, allego il link per coloro che volessero condividere la mia emozione, per una Milano e un’Italia che vogliono sperare. In nome della moda, della poesia e dell’arte.

 

Rosemarie Trockel, testimonial di Bottega Veneta.

Io dico Io: purché sia donna
Io da sempre penso che le donne di ogni paese, in particolare nei paesi dove esiste un sistema dell’arte, anche se approssimativo, abbiano offerto un contributo determinante ma sempre sottovalutato all’arte del paese e in taluni casi all’arte internazionale. E alla vita soprattutto, perché scopro ora che tra gli over 80 le donne sono oltre il 60% e tra gli over 100 raggiungono l’80%. Un miracolo genetico. Senza alcuna possibilità per noi uomini di competere.
Mi viene da pensare a Lee Krasner, moglie di Jackson Pollock, che gli sopravvisse e che negli anni ’80 abbiamo incontrato e intervistato e che ci mostrò alcuni suoi piccoli lavori del 1937 realizzati con il dripping. Nulla a che vedere con gli immensi lavori di Jackson Pollock, realizzati con una follia creativa impareggiabile, grandi tele da combattimento dove lui si muoveva anche in bicicletta, lasciando sgocciolare vernici industriali. Uno scontro frontale con la tela, con la pittura e con la vita. Sua moglie, la dolce Lee, dieci anni prima aveva realizzato alcuni delicati dripping su cartoncino. Purtroppo pochi lo sanno e nessuno lo scrive. O solo qualche studioso americano ha fatto venire alla luce questa curiosa coincidenza, in occasione della sua grande retrospettiva a Bilbao e poi a New York.
Ma di storie come questa ne conosco a decine, di grandi artiste spesso vessate dal marito artista o ignorate nell’arte in quanto donne. Ricordo anche, per una esperienza personale che ha portato me ed Helena a convivere con loro per un mese, giorno e notte, in Australia, parlo di Mario e Marisa Merz, mi pare nel 1978. In quel mese il protagonista assoluto (e divertentissimo) fu Mario. Marisa accanto a lui, docile e silenziosa e vistosamente emarginata dal non facile marito, non emerse mai come artista. Io non sapevo, grazie alla sua riservatezza, che Marisa lo fosse. Ma artista molto più grande del prenditutto e ingombrante (in tutti i sensi) Mario.

Marisa Busanel.

Marisa Busanel, grande artista femminista
Per questo mi fa riflettere la grande mostra di donne artiste Io dico Io, attualmente alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, a cui comunque auguro successo. È veramente utile per noi tutti, e in particolare per le artiste, una mostra di genere? Sarebbe utile (anche se a me incuriosirebbe) una mostra di soli artisti africani? Oppure afroamericani? Senza alcun confronto e chiusi in un recinto? Io ho sempre pensato all’arte come un grande confronto di idee e di creatività libero e aperto a tutti. Mi chiedo anche come mai in questa grande adunata di artiste alla Galleria Nazionale, diretta da una donna, manchi la prima e più brava donna che ha prodotto una vera arte femminista, la sola che io conosca in Italia, dipingendo il dolore, le lacerazioni e la rassegnazione di una donna, parlo di Marisa Busanel, veramente eccelsa artista vissuta a Roma dagli anni ’50 e sepolta dall’ignoranza e dall’indifferenza maschilista di uomini e donne. E un po’ maltrattata dal suo uomo di allora, Leoncillo. Ma anche di Bice Lazzari, che femminista non era, ma ottima artista e prima di moltissime altre certamente. E soffrì l’emarginazione riservata alle artiste. Oppure Carmengloria Morales, fervente femminista ma che non lascia trasparire (oppure io sono cieco?) nel suo splendido lavoro minimalista. Ma se doveva essere un censimento (termine più aulico per indicare una ammucchiata) perché ignorare Titina Maselli, Tomaso Binga, Maria Lai, Anna Oberto, Elisabetta Catalano, Maria Mulas, Nanda Vigo, Fausta Squatriti, Lucia Marcucci, Dadamaino, Grazia Varisco, Chiara Dinys, Eva Marisaldi, Sissi, Margherita Manzelli, Vanessa Beecroft, Chiara Fumai? Ma si è dimenticata anche la bravissima Mirella Bentivoglio, la madre autoctona della poesia visiva femminile in Italia, a cui dedicò la sua vita. Prima venivano le colleghe e poi lei. Un miracolo di altruismo. Ma lei visse veramente per le donne in arte. E questi sono i primissimi nomi che mi vengono in mente. Ma ce ne sono decine di altre ottime artiste. Se ammucchiata doveva essere, meglio più completa e informata. E mi chiedo come mai Cristiana Collu, direttrice della Galleria Nazionale di Roma, non abbia vigilato su questa scelta, per farci capire in anticipo se si tratta di un censimento (apprezzabile ma molto incompleto) oppure una mostra in una logica curatoriale critico-teorica. A me sembra un po’ difficile mettere insieme la pur ottima Antonietta Raphaël di fine Ottocento con le bravissime Ketty La Rocca o Chiara Camoni. Ma con la teoria non si sa mai.

Le peggiori nemiche delle donne sono alcune donne di potere?
Sarò curioso di leggere le ragioni di questa mostra e spero di poterlo fare, anche se non potrò vedere personalmente la rassegna. Per il momento, senza motivazioni, io vedo solo una lista di donne messe insieme alla rinfusa. Spero di sbagliarmi. E spero anche che una buon’anima mi invii il catalogo. O almeno il testo. Intanto cari lettori guardate la lista e giudicate voi. Io sono sempre dell’avviso che nel lavoro, in arte e nella società, le peggiori nemiche delle donne siano alcune donne di potere. Per fortuna che ve ne sono altre, molte, straordinarie.

Io dico Io: lista delle partecipanti
Carla Accardi, Pippa Bacca, Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Irma Blank, Renata Boero, Monica Bonvicini, Benni Bosetto, Chiara Camoni, Ludovica Carbotta, Lisetta Carmi, Monica Carocci, Gea Casolaro, Adelaide Cioni, Daniela Comani, Daniela De Lorenzo, Maria Adele Del Vecchio, Federica Di Carlo, Rä di Martino, Bruna Esposito, Cleo Fariselli, Giosetta Fioroni, Jacky Fleming, Linda Fregni Nagler, Silvia Giambrone, Laura Grisi, Ketty La Rocca, Beatrice Meoni, Marisa Merz, Sabrina Mezzaqui, Camilla Micheli, Marzia Migliora, Elisa Montessori, Maria Morganti, Liliana Moro, Alek O., Marinella Pirelli, Paola Pivi, Antonietta Raphaël, Anna Raimondo, Carol Rama, Marta Roberti, Suzanne Santoro, Marinella Senatore, Ivana Spinelli, Alessandra Spranzi, Grazia Toderi, Tatiana Trouvé, Francesca Woodman.

Burocrati di Stato: Tomaso Montanari
Da qualche tempo, in Italia, forse per il logoramento di nervi causato dalla Covid-19, vedo nei talk show di tutte le reti facce di tuttologi provenienti da ogni disciplina. E che parlano di coronavirus, di vaccini, di politica, di economia, di finanza. Ma se vai a leggere il loro curriculum sono programmati su altre lunghezze d’onda. Un volto che appare sempre più e in modo sempre più arrogante e sprezzante, è quello di Tomaso Montanari, pare un ottimo esperto del barocco ma che in realtà sa tutto su vaccini, Draghi, il PD, i pentastellati ecc. Ma è soprattutto specializzato nella demonizzazione di Matteo Renzi e Matteo Salvini, di cui pare conoscere i più oscuri segreti. Un po’ come Grillo che con il casco da astronauta spara sentenze filosofiche. Ma andiamo a vedere chi è Tomaso Montanari, indubbiamente un uomo molto intelligente e diventato in poco tempo un riferimento politico, sociale e culturale, spodestando quasi Sgarbi. Io so che oggi fare bene una sola cosa è molto difficile, talvolta impossibile, figurarsi tentare di farne cento come il beneamato Arcuri. Personalmente non lo augurerei a nessuno.

Salvatori del mondo? Maghi, fattucchieri, astrologi, tuttologi.
Ma forse è un mio semplice limite, perché vedo sempre più cariche offerte a chi ne ha già tante. Io non ho capito come si possa fare l’avvocato e il parlamentare, il professore universitario e il ministro, il verduraio e il sindaco. Pertanto credo sia inevitabile che nei momenti oscuri e torbidi della Storia, emergano come salvatori del mondo maghi, fattucchieri, astrologi, lettori dei fondi di caffè e tuttologi. Si invoca Nostradamus invece di Draghi. L’oscurantismo oscura la scienza, le coscienze e la razionalità. Ma il coltissimo Tomaso Montanari, docente di Storia dell’Arte Moderna, continua a scrivere libri sul barocco e sul barocchismo. Mai visto alcun contributo sull’Arte Moderna, a cui sono abbastanza attento. Ma lui viene ritenuto un esperto di arte contemporanea, moderna, barocca, arte antica. È arrivato l’erede di Philippe Daverio, ma certamente meno simpatico e autoironico. E forse colto.
PS: non credo che il compianto Germano Celant e il semprevivo Achille Bonito Oliva si sarebbero cimentati in commenti oziosi sui vaccini o sulle crisi interne del PD e 5 Stelle.

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Giancarlo Politi