Quella volta da Virginia Dwan di

di 21 Marzo 2021

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QUELLA VOLTA DA VIRGINIA DWAN

Virginia Dwan nel 1969, nella sua galleria di New York e con Robert Smithson.

Virginia Dwan fu, insieme al tedesco Konrad Fischer, la galleria di riferimento dell’arte minimal e concettuale degli anni ’60. A New York era considerata il tempio della cultura nuova, del silenzio e dell’essenziale.
Virginia era una donna bellissima e miliardaria, erede della 3M, multinazionale presente in tutto il mondo (i meno giovani la ricorderanno), amante convinta dell’arte più propositiva e snob del tempo. A cui offriva visibilità e denaro, collezionando lei stessa tutti i suoi artisti ma anche Robert Rauschenberg, Yves Klein, Ad Reinhardt, Joan Mitchell, Franz Kline. Il direttore della galleria era il giovane e promettente John Weber, marito di Annina Nosei, che poi, alla chiusura della galleria di Virginia Dwan (involatasi per amore a Los Angeles con uno studente di medicina, povero ma bello, tanto per Virginia il denaro era l’ultimo dei problemi), aprì la John Weber Gallery, che per anni fu portavoce degli stessi ideali estetici rappresentando più o meno gli stessi artisti. Aggiornandosi di anno in anno. Anche se con molto meno disponibilità economiche di Virginia, che era immensamente ricca, grazie alla sua famiglia. Ma rappresentando il riferimento di una forte tendenza, riusciva a sopravvivere egregiamente in quella New York che anelava al nuovo.
Era, mi pare, il 1966 o 1967. O forse 1968? Con Germano Celant intraprendevamo i primi viaggi di avanscoperta della Grande Mela. Germano era ospite di Christo, che aveva acquistato un appartamentino, sopra il suo, per i suoi ospiti, e più tardi acquistò anche un appartamento, sempre per gli amici, al Chelsea Hotel poco lontano e che io e Helena inaugurammo tragicamente, tra ragni e zecche nel bagno e addirittura nel letto. Ma era l’Hotel degli hippy e dei musicisti diventati poi delle star e non si guardava troppo a certi dettagli. La hall del Chelsea Hotel era popolata da chitarristi dai lunghi capelli e dagli occhi languidi, da attempate signore con pitbull al guinzaglio o ceste con gatti, e anziani gentlemen un po’ malandati con il monocolo: il tutto condito da un odore di hashish e di cani non curati che ti bloccava lo stomaco.

A sinistra: Walter De Maria, The Broken Kilometer, 1979. A destra: Bernar Venet, Arc Majeur, 2019.

Io ospite di Walter De Maria e Bernar Venet
Io all’epoca ero ospite di Walter De Maria, con studio immenso a SoHo. A quei tempi gli studi enormi costavano 20 mila dollari. Salvatore Ala, che fu il primo gallerista italiano ad avventurarsi con l’orgoglio siculo nella Grande Mela, dove operò con successo numerosi anni ed ebbe la galleria più grande e forse più bella di New York, nei primi anni ’70 pagandola 50 mila dollari. Mi pare di 600 metri. Allora SoHo e le vicinanze erano in offerta speciale, perché stava spopolandosi dalle attività commerciali e dalle piccole industrie che si trasferivano in periferia, lasciando libero un quartiere che fu subito preso d’assalto da artisti, musicisti, poeti e aspiranti attori. Diventando in pochi mesi il quartiere più affascinante e diversificato di New York. Malgrado fossero spazi senza abitabilità e spesso senza servizi. Arman aveva da poco acquistato due immensi loft (restaurati magnificamente) su due piani, uno per sé l’altro per gli amici francesi sempre in coda davanti allo studio. Lo stesso fece Bernar Venet, suo ex assistente e allora anche artista di successo con location da urlo. E che spesso signorilmente ci ospitava. Anche lo studio di Venet era una meta continua di ricchi e appassionati collezionisti francesi e di donne (sempre francesi) bellissime. Bernar, alla stregua di Mimmo Rotella, di cui si considerava allievo, era un impareggiabile e simpatico dongiovanni.

Cartellone Marlboro a Times Square, New York, anni ’60 e ’70.

Allo Spring street bar, nel cuore di SoHo, o al Cupping Room, a colazione incontravi tutti gli artisti, ma proprio tutti, che con un bicchiere di latte e una cannuccia per meno di un dollaro facevano il pieno per la giornata. E a servirti erano fanciulle leggiadre o ragazzi raffinati che poi, qualche mese o anno dopo, avresti rivisto sugli schermi. Si respirava un’aria di libertà assoluta e io, durante ogni viaggio, non volevo più tornare a Roma o a Milano che trovavo città poco emancipate e anche un po’ soffocanti. Spesso mi soffermavo all’angolo di Times Square e guardavo la grande pubblicità della Marlboro con il cowboy a cavallo del destriero e dalla cui bocca (del cowboy) usciva il fumo della sigaretta. Una visione irreale per me. E rivedevo in lui Tex Willer eroe della mia infanzia, ma più bello e più vero. E soprattutto guardavo la folla multicolore che mi passava davanti, le performance improvvisate di ragazzi di tutti i colori e a me sembrava di leggere un libro di storia dell’arte del momento ma anche di Salgari. E capivo meglio Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Jackson Pollock. Capii anche perché i galleristi e i critici d’arte americani sapevano leggere l’arte di quel momento meglio di qualunque collega europeo. Perché l’arte era nell’aria, la respiravi, perché usciva dalla bocca del cowboy Marlboro. E i galleristi, artisti e critici di New York avevano una attitudine a guardare e selezionare e a competere con l’arte del tempo. Dove sopravvivevano solo i migliori. Altro che leggere i pur bravissimi Argan, Bonito Oliva e Celant. Qui l’arte ti passava davanti, ti penetrava nei polmoni e nel cuore, ti stordiva il cervello. Ecco perché io ho sempre amato l’arte americana. Perché non ha bisogno di intermediari; non ha diaframmi né sottintesi. L’arte americana ti aggredisce, non ti lascia il tempo di aggredirla. Poi, dopo essermi sposato con Helena, restavamo, sempre ospiti di qualcuno, anche tre settimane in un mese, ed Helena faceva coppia fissa con RoseLee Goldberg parlando di arte ma soprattutto di performance, di cui RoseLee divenne un riferimento. Spesso eravamo ospiti di James Collins, bravissimo artista e fine intellettuale inglese finito suicida nel Tamigi per la troppa sensibilità: lui mi diceva quasi piangendo che la sua mano non riusciva a seguire la velocità del suo cervello e per lui era un dramma. Povero grande James, che veniva dalla scuola severa di Charles Cowles, fondatore di Artforum, e che mi ha insegnato a scrivere e a realizzare le interviste, ed è scomparso nel nulla. Ti debbo molto, caro James, e insieme abbiamo trascorso stagioni indimenticabili, a Calice Ligure ma anche e soprattutto a New York. Insomma New York era la nostra città, che amavamo nei suoi pregi e soprattutto difetti, che all’epoca per noi italiani rappresentava libertà e anarchia creativa. Mai immaginata, nemmeno nella Parigi surrealista. Ma malgrado tutto, SoHo, con le sue idee incendiarie, era un quartiere tranquillo e ordinato che si autoregolava anche se ospitava le persone più trasgressive dell’universo. Ma tutti questi trasgressori, in quel quartiere dove vivevano e lavoravano, diventavano rispettosi cittadini. Un giorno, camminando per West Broadway, gettai a terra, come ero abituato in quegli anni a Roma, la carta della chewing gum che stavo masticando. Una soave signora attempata e gentilissima mi ferma e mi dice: «Vede, signore, lei qui è di passaggio, ma io ci abito. La prego di raccogliere la carta che ha gettato a terra e di non sporcare il mio quartiere». Il tutto con una gentilezza e pazienza infinite. Da insegnante di sostegno. Io mortificato e con la coda fra le gambe raccolgo l’involucro della chewing gum e la getto nel cestino più vicino. Una lezione di comportamento che non mi ha più abbandonato da quegli anni, facendomi diventare un rispettoso ortodosso dei luoghi e degli ambienti altrui. Quale è l’italiano che gentilmente sa affrontare a viso aperto un passante sconosciuto e osare dirgli di raccogliere il mozzicone di sigaretta perché sporca e inquina? La grandezza degli americani (almeno quelli di New York e negli anni ’60, che poi era un meraviglioso mixer di mondo e di vero americano c’era ben poco) era proprio questa. La tranquillità di dire in faccia alle persone ciò che pensa. Mai visto un tale e sincero approccio frontale con i propri simili in Europa.

A sinistra: Carl Andre, 10 x 10 Altstadt Copper Square, 1967.
A destra: Ana Mendieta, Untitled (Rape scene), 1973.

Io stavo camminando sulla Gioconda dei nostri tempi
Dunque varco la soglia della galleria di Virginia Dwan in un silenzio mistico, con quattro o cinque persone appoggiate alla parete in adorazione, con Virginia in mezzo che mi sorride. Io vado verso di lei come fossi in una cattedrale: silenzio e galleria silenziosa. Pareti bianche e incontaminate. Chiedo a Virginia quando sarà la prossima mostra. «Ma ci stai camminando sopra!», lei mi risponde sorridendo. Guardo il pavimento e noto che è costellato di sottili e impercettibili piastrelle metalliche, cosa che avevo già visto entrando ma che in un quartiere come SoHo, dove avevano operato fabbri,
meccanici, trasportatori, non mi sorprese. «Acc…!»risposi. «Ma è Carl Andre?». «Sì, è proprio l’ultimo lavoro di Carl, ma non ti preoccupare, questo pavimento di piastrelle metalliche è stato realizzato per camminarci, per essere vissuto, un’arte comunista come vuole lui, non solo ad uso degli intellettuali. Come tu sai Carl è profondamente comunista, lui vuole condividere il suo lavoro con gli altri, soprattutto con la gente comune». Mi vennero i brividi per l’emozione. Io stavo camminando sulla Gioconda dei nostri tempi, la stavo calpestando, e per uno che arrivava da Trevi non era solo un’emozione ma un sacrilegio. Mi spostai subito verso la parete dove erano appoggiati gli altri quattro o cinque adoratori della nuova Gioconda e come loro fissai lo sguardo sul pavimento. Oggi stento a credere quale emozione mi abbia creato quella mostra e il lavoro tutto di Carl Andre, ma anche quello di Richard Serra con le sue colonne di acciaio, o Dan Flavin con il suo neon giallo appoggiato all’angolo buio della galleria, o Donald Judd con i suoi cassettoni al muro come fossero scaffali dove appoggiare i libri. Una tale emozione non l’avrei avuta nemmeno all’interno della cattedrale di Chartres, da sempre un mio sogno inappagato. Certo, mi trovavo nel cuore profondo (la galleria Dwan) delle nuove proposte, cioè dell’arte minimal e concettuale, dunque cosa pretendevo?
Io conoscevo abbastanza il lavoro di Carl Andre, poco prima avevo acquistato una sua bellissima scultura in legno da Konrad Fischer a Düsseldorf e che vendetti il giorno dopo ad Antonio Spada, illuminato collezionista di Brescia (per 1.000 dollari? Con un guadagno di cento, forse), ma le piastrelle metalliche che sostituivano in modo impercettibile il pavimento non le avevo mai viste.

Carl Andre nel suo momento di poeta visivo minimalista
One Hundred Sonnets, 1963. Cm 21,6 x 28 ciascun foglio. The Chinati Foundation.

Da Konrad Fischer avevo già incontrato Carl Andre
Io avevo già incontrato Carl Andre, da Konrad Fischer: lui mi mostrò alcune poesie visive minimal (stesse parole ripetute), a forma di quadrato o di rettangolo che a me ricordavano, in molto peggio, i calligrammi di Apollinaire, meno minimalisti ma molto più poetici.
E poi l’avevo rivisto più volte a New York, anche nello studio di Frank Stella. Cercava di essere simpatico ma non vi riusciva. Riusciva invece molto bene a fare il minimalista: serio, compatto e compassato. Un po’ come Sol LeWitt, che inevitabilmente assomigliavano ai loro lavori. Càpita molto spesso che un artista assomigli al proprio lavoro. Come taluni al proprio cane o alla propria moglie. La grande frequentazione con una immagine ti porta, spesso, a somigliarle. Gino De Dominicis sembrava uscito da un quadro di De Dominicis, mentre Enzo Cucchi ha una silhouette simile alle sue figure. Io disgraziatamente non somiglio a Flash Art. Un giorno vorrò divertirmi ad analizzare le immagini di alcuni artisti raffrontandole al loro lavoro. Può contribuire a leggere le opere.

Julian Schnabel e il camion sollevato al terzo piano
A me piace usare tutti gli strumenti disponibili per la interpretazione delle opere. La prima volta che andammo nello studio di Julian Schnabel, immenso, come un grande teatro con al centro una specie di arena, lui aveva un camion, un vero truck americano, cioè enorme, all’altezza del suo studio (era il secondo o terzo piano) dove caricava opere di tre/quattro metri. Ebbene, quella vista, di forza vulcanica, quel grande camion americano con la sua bocca posteriore spalancata è una chiave di lettura (non la sola ovviamente) per l’opera di Schnabel. Come sapere che lui aveva fatto il lavapiatti in un ristorante: come non ricordarselo quando si guardano le sue grandi opere con piatti frantumati? Come chiave di lettura ritengo fu l’atteggiamento di Sandro Chia, quando ricevette me ed Helena nel suo studio, anch’esso grandissimo (aveva acquistato un building di cinque o sei piani, dove in un piano ospitava anche la galleria di Gagosian e in un altro quella di Philippe Daverio) ma restando seduto sulla sua sedia quando noi arrivammo e ci tenne in piedi per tutta la durata dell’intervista. Erano i tempi in cui si riteneva onnipotente. E la sua attitudine somigliava ai suoi personaggi, enormi, pantagruelici e onnipotenti. Onnivori.

Ana Mendieta, Untitled (Self-Portrait with Blood), 1973.

Alla A.I.R. Gallery incontro Ana Mendieta
Carl Andre negli anni ’60 era la stella luminosa della minimal art. Come poco più tardi lo fu Joseph Kosuth per l’arte concettuale. E come lo fu, per la pittura, Robert Ryman, di cui io in assoluta anteprima acquistai due quadretti da Annemarie Verna a Zurigo e uno di essi mi fu estorto da Massimo Minini, che allora lavorava da me, per uno stipendio mensile. E che io ringraziai per la sensibilità dimostrata.
Da frequentatore della galleria A.I.R. a New York, in assoluto la prima galleria femminista al mondo e che irradiò la sua ideologia e la sua formula ovunque, avevo conosciuto Ana Mendieta, una giovane artista cubana assistente della galleria. Ana Mendieta da bambina fu strappata al suo paese (Fidel Castro imprigionò e uccise il padre e per 18 anni tenne in prigione la madre) dal programma Operazione Peter Pan, organizzato dalla CIA e dalla Chiesa Cattolica e che sradicò 14.000 bambini dalla natia Cuba in mano a Castro, per rinchiuderli in scuole e collegi o affidarli a famiglie americane. Molto spesso maltrattati e anche abusati. Ana Mendieta, dimostrando una straordinaria forza, riuscì a superare tutte le difficoltà e frequentare una scuola d’arte nello Iowa, trasferendosi verso i diciotto anni a New York dove continuò a frequentare altre scuole d’arte.
Ma già, giovanissima, nello Iowa, aveva manifestato forti interessi per un’arte femminista. Interesse che esplose poi a New York, a contatto di una animata e ribelle comunità artistica. Per sostenersi lavorò alla neonata A.I.R Gallery, dove trovò il terreno fertile per la sua creatività, essendo la galleria il punto di riferimento del femminismo internazionale. E qui la sua creatività artistica germogliò, attraverso confronti e un lavoro tragicamente femminile che evidenziava una certa condizione della donna. Drammatica e grondante di sangue. E fu qui che conobbe Carl Andre, suo futuro marito. Ancora oggi non capisco come sia potuta avvenire quella strana unione. Freddo, cinico, maschilista, violento lui, dolce, fragile, dolente lei. È il mistero di come due opposti si attraggano. Anche se una grande attrazione in realtà non ci fu, perché il matrimonio durò pochi mesi, tra litigi, vessazioni, privazioni e maltrattamenti da parte del marito. Al punto che nel 1985 lei cadde dal 38° piano, spinta al suicidio disse lui, gettata nel vuoto dal marito dicevano alcune perizie e i vicini di casa. E Carl Andre per alcuni mesi fu messo in prigione. Da cui lo fece uscire, pagando una cauzione di 50 mila dollari, il suo amico Frank Stella. E poi una ciurma di grandi avvocati riuscirono a farlo assolvere per insufficienza di prove. Ma i vicini testimoniarono che poco prima del suicidio-omicidio, si avvertì una lite furibonda. Fatto sta che la povera grande Ana Mendieta non c’è più, mentre suo marito, il celebre scultore minimalista Carl Andre è ancora vivo, ricco e famoso.
La ricordo ancora Ana, seduta al desktop della A.I.R. Gallery che ti accoglieva con un sorriso contrito, di animale in gabbia. E la sua vita fu una vera gabbia.

A sinistra: Dan Flavin, Pink out of a corner (to Jasper Johns), 1963.
A destra: Donald Judd, Untitled, 1970.

Un’arte che si guardava allo specchio
Ma perché ho ricordato Carl Andre? Per introdurre il nostro tempo, così delicato e doloroso, mentre negli anni ’60 tutta l’intellighenzia internazionale era in adorazione del vuoto e dei pavimenti con mattonelle. E io ero tra questi. Ma ora mi chiedo come è possibile che tutto il mondo sia stato ostaggio per decenni di un’arte che guardava se stessa, che si rimirava nello specchio delle vanità intellettuali. Eppure eravamo felici di vivere e osservare quel vuoto, riempito di nulla e soprattutto da migliaia di articoli e centinaia di libri coltissimi. Le più belle intelligenze dell’universo si esibivano in raffinati contorsionismi linguistici e filosofici. Esiste una teoria molto accreditata per cui l’ebraismo internazionale, contrario alla figurazione, avesse imposto, con i suoi poteri tentacolari, l’arte astratta, minimal e concettuale. Questa teoria ha avuto molto seguito ma è tutta da dimostrare. Anche se fosse vera, ben venga, perché la minimalista e concettuale fu una stagione necessaria, un grande tassello che completava il grande mosaico dell’arte contemporanea. Forse fu esagerato il grande impegno delle più belle intelligenze nella corsa a superarsi in elogi e interpretazioni criptiche.
Dal momento dell’insorgere dell’arte minimal e concettuale, nata in contrapposizione della voluttuosa, ma bellissima, Pop Art, sono trascorsi oltre 50 anni. Abbiamo attraversato un bellissimo e movimentato cinquantennio, da Pictures (David Salle, Robert Longo), alla Pattern Painting, a Julian Schnabel, e in Europa Gerhard Richter, Sigmar Polke, la Transavanguardia, il Neo-espressionismo, a Damien Hirst, Jeff Koons, Cattelan, sino alla palude dei nostri giorni.

Dalla Land Art alla nuova arte africana: il cambio di passo è necessario
Ecco allora che ai nostri giorni nasce l’interesse per l’arte afroamericana o africana, fatta di racconti, di occhi increduli spalancati sul mondo. Il racconto nell’arte oggi premia artista e utente: il racconto, anche se a volte ingenuo, come appunto in certi artisti africani, ti sollecita, ti sgomenta o ti fa ridere. Ma soprattutto ti incuriosisce. Perché il racconto, da ovunque provenga, non è un taglio sulla tela ripetuto all’infinito. Ma è il racconto di un sogno, di un desiderio o di una tragedia.

A sinistra: Jodi Bieber, ritratto fotografico di Bibi Aisha 2010.
A destra: Nora Chipaumire in una sua performance.
A sinistra: Ndidi Emefiele, Untitled (dancing to wo!!), tecnica mista su tela, cm 180×180, 2018.
A destra: Kerry James Marshall, Bang, acrilici e olio su tela, cm 262 x 290, 1994.
A sinistra: Njideka Akunyili Crosby, Something Split and New, tecnica mista su carta, cm 211 x 284, 2013.
A destra: Williams Chechet, The Passage, stampa giclée su carta, cm 100 x 100, 2020.

L’America è il territorio della contemporaneità, l’Europa quello della stagnazione e dell’immobilismo.
Come vuoi che ti sorprendano ormai grandi artisti come Burri, Fontana, Manzoni? Sono icone della Storia dell’Arte e come tali vanno considerati. E venerati. Come Santa Rita da Cascia o Santa Caterina da Siena. Ma la contemporaneità è altra cosa. Una realtà che l’Italia non ha mai vissuto e che non conosce perché è sempre stata con lo sguardo rivolto al passato. E ostaggio permanente del passato. Noi sappiamo solo dire che l’Italia è il paese dell’arte, della bellezza, della civiltà e della cultura. Ma nessuno aggiunge che siamo (insieme alla Grecia) gli ultimi nel mondo occidentale in tecnologia, ultimi per i laureati, per la conoscenza delle lingue, per l’approccio alla contemporaneità. Una società malata che nemmeno questo Covid sta riuscendo a guarire. La burocrazia è superiore a qualsiasi pandemia. E non sappiamo nemmeno approfittare dell’immenso tesoro lasciatoci in eredità da Roma antica e dal Rinascimento. Che gestito in modo intelligente ci permetterebbe di vivere di rendita. In occidente la contemporaneità è solo americana, perché gli USA non hanno storia e loro sì che hanno saputo creare un’arte contemporanea. Difficile, molto difficile, forse impossibile invece quando hai il Partenone o la Cappella degli Scrovegni sulle spalle. Uno straordinario spiraglio sulla Storia, ma uno sbarramento alla contemporaneità.
E ora sulla scena, presa da sfinimento, si affacciano gli artisti di altri continenti, soprattutto africani. Che tra sofferenze e frustrazioni iniziali, ora stanno ottenendo la visibilità che meritano. Il mondo ha bisogno di respirare aria nuova. E l’amico Primo Marella, con la galleria sotto il mio appartamento, specializzato in arte orientale e africana, mi conferma che gli artisti indonesiani e filippini (portatori di una figurazione locale, talvolta etnica) stanno invadendo le scene internazionali. Come nel calcio e le attività commerciali o sanitarie e assistenziali, anche l’arte e la cultura chiedono aiuto a quello che una volta un po’ dispregiativamente chiamavamo terzo mondo. Invece terzo mondo siamo ormai noi.

EFFEMERIDI
Starobinski: ieri come oggi
«Allorché l’ordine sociale si dissolve, la presenza del clown si attenua così sulla scena come sulla tela; ma è proprio allora che il clown scende per le strade: ed è ciascuno di noi. Non ci sono più limiti, dunque non c’è più infrazione. Rimane la derisione.»
Jean Starobinski, Ritratto dell’artista da saltimbanco
(Boringhieri, 1984; prima edizione: Skira, 1970)

Janelle Reiring e Helene Winer, 2014.

Metro Pictures: un altro mito si ritira nella Storia.
Metro Pictures: abbiamo assistito alla sua apertura, nel 1980 a New York, in un tripudio di arte e di donne protagoniste dell’arte, inaugurando una stagione che le vide regine assolute dello star system e il cui esempio contagiò il mondo (poi, per sbaragliare il campo dei maschi, arrivarono Mary Boone e 303 di Lisa Spellman). Janelle Reiring, che proveniva dalla grande scuola di Leo Castelli (tutte donne le sue assistenti e poi gloriose galleriste o direttrici di galleria) e Helene Winer, storica dell’arte proveniente da Artists Space, mitico spazio alternativo (che battezzò Laurie Anderson, John Baldessari, Joan Jonas, Barbara Kruger, Jeff Koons, Cindy Sherman, Louise Lawler, Peter Halley, Robert Longo e molti altri: cioè tutti i futuri protagonisti dell’arte americana e internazionale).
Janelle e Helene erano due bravissime talent scout e la loro galleria, Metro Pictures, che prese il nome dal gruppo di artisti Pictures, teorizzati da Douglas Crimp di October, iniziò a rappresentare artiste donne in assoluta prevalenza sugli artisti uomini. Noi, soprattutto Helena, eravamo grandi amici di Janelle e Helene. E ogni volta che arrivava in galleria da loro, io la perdevo per tutta la giornata. Me la rimandavano da Bernar Venet di cui ero ospite solo la sera. Attorniata e abbracciata da Sherry Levine, Cindy Sherman, Louise Lawler, Barbara Kruger, Laurie Simmons, Sarah Charlesworth. Janelle Reiring e Helene Winer hanno fatto la storia dell’arte e hanno aperto a tutte le donne la strada del successo come galleriste che hanno dovuto lottare con le unghie e con i denti per confrontarsi con mostri come la Pace Gallery, Gagosian, Shafrazy. E lo stesso Leo Castelli che mostro non era ma grande gallerista (e pessimo mercante) sì.
Ora mi è arrivato l’annuncio che alla fine del 2021 la galleria chiuderà i battenti. A causa del Covid, dicono i bollettini ufficiali. Ma io credo che abbiano ceduto anche per stanchezza, per logoramento. Dopo oltre quaranta anni di battaglie e di successi, non più aitanti trentenni come nel 1980, Janelle e Helene stanno per appendere i guantoni ai chiodi. Chiuderanno i battenti della galleria per aprire quelli della Storia. Tanti auguri e molti complimenti da Helena e Giancarlo, care indimenticabili amiche di tempi ormai remoti.

La copertina del 100° e ultimo numero di ANTEREM.

Dopo una galleria d’arte anche una rivista di poesia, ANTEREM, (soc)chiude i battenti.
Un gentile amico mi ha fatto pervenire il numero 100 di ANTEREM, rivista di poesia e scritture di ricerca, fondata nel 1976, che si pubblica(va) a Verona. Peccato che a quanto pare sia l’ultimo numero. Io non conoscevo, malgrado le mie innate curiosità su tutto, questa splendida pubblicazione che (a giudicare dal numero 100) chiamarla rivista è offensivo, la definirei Antologia Universale della Poesia con le sue circa 400 pagine e con una scelta di poeti che va dall’antica Grecia ai giorni nostri. Una selezione aulica, colta e raffinata come mai avrei pensato fosse possibile realizzare. Per una tale antologia occorre una conoscenza planetaria della poesia e tanto amore per essa. Ma vedere raccolte in un solo volume, sapientemente selezionate, poesie di Sofocle, Hölderlin, Rimbaud, Ungaretti, Celan, Derrida, Lou Reed e molti, molti altri (362 poeti) è per me una gioia incredibile ma anche un’angoscia irrefrenabile. Perché vengo a sapere che questo numero di ANTEREM è anche l’ultimo. Non capisco se è per ragioni economiche (in tal caso caro Governatore Zaia, per favore intervieni, non puoi lasciar morire un gioiello così prezioso ed esclusivo della tua regione) oppure per stanchezza: e potrei capirlo, perché Flavio Ermini, che non conosco ma che apprezzo oltre ogni complimento, la dirige dal 1976. E 45 anni di poesia (ricerca, traduzioni, contatti con le decine di collaboratori, stampa) ti esalta ma ti logora anche. Perché oltre a questo scrigno d’oro che è ANTEREM, a latere c’è una importante collana di poesia. Ora voglio cercare qualche altro numero di ANTEREM e magari qualche volume di poesia pubblicato.
Purtroppo tutto ha un inizio e una fine. Anche i doni più preziosi che qualche essere umano mette a disposizione di altri, un giorno, a volte improvvisamente, si interrompono. Chi l’avrebbe mai detto che questo numero 100 di ANTEREM, denso e lussurioso di poesia speciale, fosse il saluto di addio? Mi spiace.

A sinistra: Luigi Ontani, EccE HOMO, 1970.
A destra: Achille Lauro, come Madonna Addolorata, marzo 2021.
A sinistra: Con Amore, Francesco Vezzoli (Francesco by Francesco), 2012 . A destra: Achille Lauro, Sanremo 2021.
Fabrizio Corona, Ana Mendieta.

Qual è la differenza tra Luigi Ontani e Achille Lauro? Nessuna. Achille Lauro è più professionale.
E la differenza tra Fabrizio Corona e Ana Mendieta? Apparentemente nessuna. Ma la differenza è enorme. Il primo voleva solo alimentare uno spettacolo, la seconda offriva il proprio volto sanguinante all’arte e al dramma delle donne.

Festival di Sanremo
Non sono un appassionato di musica, anzi, sono un totale profano. Io giudico le canzoni dalle parole (le leggo come poesia) e dalla performance del o della cantante. Come osservassi una performance d’artista. Insomma giudico le canzoni da un punto di vista estetico ed estatico. Non ho mai seguito nel passato il Festival di Sanremo, se non attraverso qualche veloce zapping. Come tutti gli spettacoli musicali, tipo Amici e X Factor. Solo per cercare di capire le nuove tendenze e non essere messo completamente a latere dalla contemporaneità (nello stesso modo osservo la moda: ma meravigliato guardo e taccio). E sono sempre restato affascinato da quel mondo, dalla organizzazione maniacale dove tutto deve funzionare come un orologio svizzero.
E mi affascinano gli stilisti e i loro protagonisti, superintelligenti interpreti del mondo come i grandi filosofi di un tempo da cui dipendeva il pensiero dell’umanità e che ora non ci sono più. Sostituiti dai vari Gucci, Dior, Balenciaga, Prada, Rick Owens, Vetements, Bottega Veneta ecc. Ma nell’ultimo Festival di Sanremo, che invece ho seguito, sono restato affascinato dalla intelligenza e spesso modestia dei giovani cantanti, i primi ad esibirsi nella serata. Ho ascoltato le loro interviste e talvolta sono restato allibito per la loro sensibilità, intelligenza e innato senso del politically correct. Poi ho scoperto che uscivano in sedici da una selezione di circa mille concorrenti. La selezione darwiniana aveva dato i suoi frutti. Tutti superintelligenti e partecipi del loro ruolo. L’estrema professionalità non perdona. Gli altri novecento e più concorrenti (che proprio non credo siano stati improvvisatori) sono restati al palo.
Ma dal Festival vorrei estrapolare una figura, che a mio avviso è entrata prepotentemente nel territorio dell’arte, dando lezioni a tutti: parlo di Achille Lauro. Dei suoi travestimenti spettacolari e perfetti, che mettono all’angolo i travestimenti e i cambi di identità nell’arte, da Urs Lüthi a Jürgen Klauke a Orlan sino al nostro Luigi Ontani, vestito come un coatto alla Cristoforo Colombo, che vola nella Grande Mela per sfidare gli americani facendosi fotografie sotto una lapide dedicata a Cristoforo Colombo. Tempi diversi, direte voi. È vero, ma io credo anche che oggi le intelligenze si siano raffinate, che nulla (o quasi) è permesso al caso. All’improvvisazione resiste ancora, ma con molti scossoni, il campo dell’arte, dove ai livelli comuni tutto è permesso (poi agli alti livelli la selezione è spaventosa). Ma a pensarci bene anche nella moda (le tanto preziose sartine di provincia) e soprattutto nella musica, su qualche canale locale della TV, impazzano ancora cantanti e soubrettisti pop o dal tango facile e che cantano, con grande successo di pubblico e di critica, la sangiovese Romagna Mia. E i bellissimi canti della montagna.

Luigi Ontani, Achille Lauro, Fabrizio Corona, Ana Mendieta, Francesco Vezzoli:
chi è il più bell’artista del reame?

Certo adesso per il nostro amico lettore che è riuscito a seguire le mie peregrinazioni e i miei paradossi intellettuali, si porrà il problema di capire chi tra Luigi Ontani, Achille Lauro, Fabrizio Corona, Ana Mendieta e Francesco Vezzoli sia il più bravo artista del reame. Io ho le mie idee ma credo che ognuno di voi debba decidere secondo il proprio gusto, le proprie inclinazioni, la propria visione dell’arte che è il territorio della libertà e delle decisioni personali.

Incontri con la poesia

Mariangela Gualtieri
Nove marzo duemilaventi
……………………………
Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.

Maria Teresa Carbone
……………………
giallo come il colore
di quel muro fra due case dipinte
quel giallo intraducibile
racconta morte
stranamente tremante
rimpianto di parola mancante
……………………………….
senza pietà si spia dentro lo specchio
dentro la pelle molle
la pelle millefoglie
non è una torta
che la metti in vetrina per
chi passa non si ferma purtroppo

da Calendario, 2020, Nino Aragno Editore

Giuseppe Ungaretti(1888-1970)
Soldati
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.

Bosco di Courton, luglio 1918

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Giancarlo Politi