La famiglia Rubell di

di 19 Aprile 2021

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All’Italia

O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimé! quante ferite.
Che lividor, che sangue! oh, qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo
e al mondo: – Dite, dite;
chi la ridusse a tale? […]

Giacomo Leopardi, Canti, 1831

Manifesto 2021
di Gea Politi, parole per una canzone,
2021, 190 anni dopo Giacomo Leopardi

Milano è viva
Milano è superficiale
Milano è individualismo
Milano è disonestà

Crolli nervosi
Intensità emotive
Eccitazioni febbrili
Capovolte
Un attimo dopo
Solo rovine e macerie

Milano è futurismo
Milano è Zeitgeist
Quantum contemporaneo

L’amore per la vita risorge
Vivevo solamente gli spazi
delle mie emozioni d’amore
Mi sentivo di esserci

Cercavo solamente grandi tempeste emotive.
Questo per me era l’unico modo di amare Milano.

Milano risorge
Quel che risorge converge
Dieci minuti davanti
Un’insegna al neon
Si accende

Milano che spezza, ricuce e devia
Avvicina chi viene da fuori, allontana i mediocri

Nelle sue strade semideserte
Milano svela e cattura le persone

Milano non perdona e non dimentica
Milano non ha genere / è tutti i generi
Milano cambia senza cambiare

Milano oggi, Milano TOMORROW.

Milano is alive
Milano is shallow
Milano is individualism
Milano is dishonesty

Nervous collapses
Emotional intensity
Feverish excitement
Turned inside out
A moment later
Just ruins and rubble

Milano it’s futurism
Zeitgeist
Contemporary quantum

The love for life awakens
I only lived the colors of my
feelings
I felt like I was there

I was just looking for emotional storms
For me that was the only way to love Milano

Milano arises
What rises converges
Ten minutes ahead
A neon sign
Lights up

Milano that breaks stitches and deviates
Bringing outsiders closer
Keeping the mediocre away

In the coldness of the streets
Milano unveils and hunts
people

Milano does not forgive and forget
Milano is No gender / All genders
Milano changes without changing

Milano today, Milano
DOMANI.

Quelle sere a cena con Keith Haring a casa di Donald e Mera Rubell e con Francesco Clemente al Club 54 e poi al Palladium

Mi arriva dal mio Redattore Capo da remoto, Sir Georges John Guastella, nobiluomo da Ragusa, un bellissimo articolo sulla famiglia Rubell, la loro collezione e il loro museo a Miami. È scritto in modo semplice ma correttamente informato da Alessandro Montinari, nella newsletter di We Wealth. Desunto da Wikipedia certo ma corretto, dunque onore al merito e alla intelligenza dell’autore. E quando io leggo un testo informativo semplice e corretto in Italia, salto sulla sedia. Sono abituato al critichese disinformato e alle parole al vento.
Io conosco Donald e Mera Rubell dai primi anni ’70. Poi con Helena siamo stati spesso a cena da loro per parlare di arte. Don e Mera erano infaticabili curiosi di arte giovane. Volevano sapere tutto e di tutti e prendevano nota di ogni dettaglio. I loro interlocutori erano selezionati e veri conoscitori e loro non trascuravano nulla. A cena con noi, nella loro bella casa nei pressi di Chelsea, una volta eravamo con Keith Haring, loro grande amico e frequentatore e di cui possedevano molte opere sin dai primissimi inizi e per questo le hanno pagate qualche centinaio di dollari. Forse una volta con noi c’era anche Francesco Clemente. Ed erano cene in cui forse loro informavano noi piuttosto che noi loro. Don e Mera erano due conoscitori incredibili della scena attuale. Sapevano tutto sugli artisti al loro primo apparire e per noi ancora sconosciuti. E li seguivano con amore e curiosità, talvolta aiutandoli oltre il loro interesse da collezionisti.

L’acquisto mancato dello studio di Mapplethorpe
Donald era un noto ginecologo della New York bene, Mera una abile immobiliarista: ci propose di acquistare, per 300 mila dollari, l’ex studio di Mapplethorpe, bellissimo, enorme, di oltre 600 metri, tra SoHo e NoHo, non lontano da Francesco Clemente, proprio davanti al NoHo bar, uno dei nostri luoghi di incontro con gli artisti per il brunch. Ma Mapplethorpe era deceduto da poco a causa dell’AIDS e noi a vedere lo studio sporco, impolverato, con fogli e fotografie sparsi sul pavimento, vetri rotti alle finestre, forse qualche ratto che correva da un lato all’altro dello studio, ci spaventammo e fuggimmo. Malgrado Mera ci assicurasse che sarebbe stato un grande business (come poi è stato per chi lo ha acquistato) e lei ci avrebbe fatto avere anche un mutuo dalle banche.
Donald poi era diventato un vero amico. Fu lui il primissimo a parlarmi del Viagra: «It’s working Giancarlo, it’s working!», mi disse ammiccando. Fui incuriosito ma non andai oltre. In Italia non si sapeva ancora cosa fosse. Ma tornato in Italia, parlandone per gioco con alcuni amici, mi saltarono addosso implorandomi di richiederlo subito. Telefonai a Donald che mi disse: «Manda quando vuoi Kate Shanley (la nostra assistente nella Grande Mela di allora) a ritirare la prescrizione». E Kate, organizzata com’era, mandò un pony a prelevare la ricetta per acquistarmi la confezione blu della Pfizer (già allora all’avanguardia delle necessità umane). Che mi inviò subito con Federal Express, il nostro corriere di riferimento. Ma poi seppi che la confezione, senza allegata la prescrizione medica, mi fu bloccata alla dogana, con grande gioia dei doganieri suppongo, che vedo ancora oggi spartirsi le preziose pillole blu Klein. E con grande delusione dei miei amici in trepida attesa delle pillole miracolose. Telefonai di nuovo a Kate chiedendo di inviarmi solo le pillole inserite all’interno di una copia di Flash Art. E dopo qualche giorno ricevetti indenne una copia di Flash Art rigonfia di pillole blu. E fu la gioia dei miei amici che subito mi confermarono le virtù miracolose della pillola blu. Io, temendo complicazioni cardiache, ero molto cauto, e poi veramente all’epoca non ne avevo bisogno. Mi sembra di averla usata, come test, una volta, senza dire nulla a Helena: il risultato fu ottimo ma senza una grande differenza (bei tempi, quelli!). Solo la durata forse fu diversa. E ora un blister di Viagra è ancora lì, accanto al mio letto, per ricordarmi gli anni passati in cui guardavo le pillole blu con occhi di sfida. Uscendo spesso vincitore senza il suo aiuto. Ma quando ne ebbi bisogno il mio cardiologo me le proibì assolutamente (si racconta da queste parti, ma non so se sia una leggenda per delegittimare il fondatore della Lega, che Umberto Bossi ne avesse abusato quando ebbe il famoso ictus, di cui porta ancora i segni) e così finì il mio amore per il Viagra, che da quel momento ebbe un posto solo nel Museo dei miei ricordi.

Un’opera di Aaron Curry, due sedie di He Xiangyu e dipinti di Oscar Murillo (a sinistra) e Secundino Hernández a casa Rubell.

Il Rubell Museum
Ma con la prescrizione del Viagra non finirono ovviamente i nostri rapporti con il dottor Rubell, né tanto meno con Mera, che cercava sempre un appartamento ideale per noi a New York. E a cena c’era sempre il loro figlio, Jason, e talvolta la figlia, Jennifer, allora teenager, un po’ ribelle ma molto originale. Mentre Jason, già un bel giovinottello tipo Marine, era una copia dei genitori, per corporatura e interesse all’arte simile a Don e per il piacere di incontrare e parlare con gli artisti, per il grande amore della collezione simile a Mera: Jason era veramente il figlio che ogni genitore vorrebbe avere, perché a 18 anni già si capiva che lui avrebbe seguìto in grande la strada segnata dai genitori. E così è stato. Ora Jason Rubell è il magnifico deus ex machina del Rubell Museum, una delle attrattive di Miami, con una collezione curiosa, originale, anticipatrice. Ed enorme. Jason è sposato con Michelle, una ereditiera che ha assimilato l’amore per l’arte e assieme al marito, ma credo con i soldini del papà Jenkins, hanno acquisito uno degli hotel più gettonati di Miami, anzi, forse più di uno.

Jennifer Rubell a braccetto col suo Engagement,
ritratto in cera del principe William d’Inghilterra.

Jennifer invece ha avuto e sta avendo una vita multitasking: artista, o meglio “food artist”, e creatrice di grandi eventi, come la grande installazione a base di cibo al Brooklyn Museum e un pranzo memorabile a Londra, in occasione delle nozze di Simon de Pury, proprietario della casa d’aste Phillips de Pury.
Jannifer Rubell è diventata nota anche per il ritratto in cera del principe William, credo ora in casa di Kate Middleton.
Ma tornando ai patriarchi, io da sempre ho visto (salvo gli ultimi due anni) Don e Mera Rubell in tutte le fiere del mondo, da Basilea a Hong Kong e naturalmente di casa all’Armory di New York. Ma ad Art Basel si trattenevano una settimana, dalla pre-inaugurazione sino allo smantellamento, entravano in ogni stand, parlando a lungo con i galleristi e, se c’erano, con gli artisti, e visitando anche tutte le altre fiere in città. Per un paio di anni sono apparsi anche insieme al figlio Jason e alla nuora Michelle, che conduceva una carrozzina con dentro prima un neonato, poi, dopo un anno, un bambino paffutello che già si guardava intorno frastornato e incuriosito dall’arte esposta.
Questa è un po’ la storia vera, non romanzata, della famiglia Rubell, di cui Donald ha rappresentato l’ala diciamo tradizionalista d’avanguardia, ma che ha costruito una solida famiglia che tutti sognerebbero. Ma c’è anche un’ala più trasgressiva e ancor più creativa nella famiglia ed è rappresentata da Steve Rubell, fratello di Donald e mitico fondatore del supermitico Studio 54, il ritrovo del mondo della musica e della cultura di genere internazionale negli anni ’80 e culla di molte tendenze musicali e artistiche e sessuali. La discoteca più ambita del mondo, dove per entrare dovevi essere scelto, con dei buttafuori implacabili, che una volta vietarono l’ingresso anche a Madonna (forse per alimentare i gossip dei media) con lei che urlava fuori dalla porta di ingresso. Noi entrammo grazie a Francesco Clemente che era di casa e che aveva da poco realizzato all’interno un grande affresco. Ci ritrovammo in un girone dantesco dell’Inferno, con fumo da mozzarti il fiato, musica da stordirti il cervello, odori nauseanti di sperma e di tutte le droghe del mondo, con gente di tutti i generi che faceva sesso sulle balconate. Una baraonda indimenticabile, che in una volta ti segnava per tutta la vita. E c’era gente che andava ogni sera, cantando, ballando ed esibendosi in tutti i modi possibili, per avere quei 15 minuti di celebrità tanto decantati da Andy Warhol, il quale invece stava seduto seriosamente e tranquillamente al solito tavolo, impassibile come una sfinge.
Ma il fatidico Studio 54 ebbe vita gloriosa ma brevissima. Fondato nel 1977, fu ceduto nel 1980, dopo che Steve Rubell e il suo socio Schrager, accusati di evasione fiscale (a seguito di una ingenua intervista di Steve in cui aveva dichiarato che solo la mafia guadagnava più di loro con lo Studio 54) scontarono un anno di prigione e poi su cauzione uscirono entrambi.
Ma il desiderio di tornare alla discoteca multitasking da parte di Steve Rubell e del suo socio era scritto nel loro DNA. E dopo l’apertura (con successo) di una catena di ristoranti, approdarono nuovamente in discoteca aprendo nel 1985 il Palladium, uno storico locale (Academy of Music) ristrutturato dall’archistar Arata Isozaki e che in poco tempo diventò la nuova attrazione di New York, ma meno trasgressivo dello Studio 54 e dove si esibirono i migliori gruppi musicali americani e inglesi e furono organizzate mitiche mostre di Keith Haring, Jean-Michel Basquiat e Andy Warhol, l’inseparabile trio che dominò una certa scena culturale newyorchese di quegli anni.

Infinity room, di Yayoi Kusama.

Ma anche il mito del Palladium non durò molto, perché nel 1989, a soli 46 anni, Steve Rubell morì di AIDS. Il Palladium però sopravvisse sino al 1997, allorché fu acquisito e demolito dalla New York University per crearvi, in un edificio di dodici piani, una residenza per gli studenti.
Nel frattempo Don e Mera Rubell, con il figlio Jason, dopo una lunga spola tra New York e Miami decisero di stabilirsi nella città che ospitava la fiera Art Basel Miami, e che stava crescendo a dismisura attraverso un turismo di qualità con un forte desiderio di arte e dove decisero di spostare la loro collezione, in un ampio spazio che denominarono Rubell Family Collection che io visitai e dove vidi tutto il percorso di Keith Haring e i primissimi Jeff Koons, Richard Prince, Cindy Sherman. Ma nel 2019 la famiglia Rubell decide di inaugurare un nuovo incredibile spazio, con 40 stanze per le opere, un ristorante basco e un giardino con centinaia di piante esotiche e autoctone. Un piccolo paradiso terrestre per chi ama l’arte e vuole ammirare in assoluta tranquillità capolavori di Yayoi Kusama, Peter Halley, Jenny Holzer, Louise Lawler, David Salle e Christopher Wool.

Abbigliamento e candela dello store del Rubell Museum

Ma troverete anche lo Store Rubell Museum, con gadget, poster, magliette, sino alle candele che tanto amerebbe acquistare Helena per la sua collezione, con un livello qualitativo da far invidia al miglior stilista. Visitando questa meraviglia, una raccolta di oltre 7000 opere di più di mille artisti, i migliori al mondo credetemi e in assoluto i migliori americani come si conviene a un patriota sostenuto e incoraggiato dal proprio paese; una collezione costruita con amore e passione da un ginecologo e sua moglie immobiliarista, ti viene da gridare al miracolo. Non capisci come questo miracolo possa essere avvenuto. Ma si sa, il privato negli USA non viene osteggiato e punito, ma protetto e additato come un benefattore dell’umanità. Allora pensi alla nostra povera Italia, dove i nostri eroici collezionisti sono costretti alla semiclandestinità e molto spesso alle opere minori per questioni di spazio. Allora ti viene in mente la poesia di Leopardi sulla nostra povera Italia e come lui ti chiedi: chi la ridusse a tale?

EFFEMERIDI

Damien Hirst

Papillio palinurus in Achillea millefolium, olio su tela, cm 91,4 x 137,2.

Damien Hirst da Gagosian a Londra in aprile. Che invidia per chi abita a Londra!
Chissà cosa darei per vedere questa mostra. Mi debbo accontentare di vederla in remoto. Orrendo modo di dire che una cosa ti è vietata e ancor più orrenda situazione.

«Io amo affermare qualcosa e negarlo allo stesso tempo.»
Damien Hirst

Bottura e Boetti
Quando la cucina diventa Arte

Alighiero e Boetti, Gemelli (Twins), 1968.

A un certo punto della sua carriera Boetti realizzò Twins, un’opera composta da due foto di se stesso in cui i due si tengono per mano. Inoltre molte sue opere erano firmate Alighiero & Boetti. L’idea di uno che diventa due è uno spunto interessante sia in cucina che in arte. Essendo sempre alla ricerca di modi per esaltare il sapore e fare il miglior uso degli ingredienti, ci capita spesso di riflettere sul concetto di molteplicità. Per mezzo di consistenze e temperature diverse è possibile riprodurre uno stesso ingrediente ricavandone più di un’esperienza: l’uno diventa molti…
Abbiamo applicato il dualismo boettiano a un cannolicchio, scindendo l’esperienza del mangiarlo in due momenti simultanei, in due oggetti fisici distinti, come l’artista e la sua ombra.

(Massimo Bottura, Vieni in Italia con me, ed. Phaidon)

Massimo Bottura, Ricostruzione di un cannolicchio, biscotto croccante di farina di alghe a forma di conchiglia di cannolicchio con dentro alghe e molluschi crudi (cannolicchio, capasanta, calamaro) e clorofilla. Foto Carlo Benvenuto.

Valentino Bompiani (Ascoli Piceno 1898 – Milano 1992)
su Simone de Beauvoir: «si accosta, mette in ordine sul tavolo senza un sorriso. Vede tutto, annota tutto e giudica. Sembra che le sue idee nascano sul rifiuto.»
su Umberto Eco: «è diventato un grande romanziere occupandosi d’altro.»
su Eugenio Montale: «sembra fragile, friabile addirittura, con la pazienza dei vecchi. Ma dentro è una roccia…. Non parla di quello che ha visto, fatto, pensato, sofferto. Scuote appena il capo. A che? Alla vita? All’idea dell’uomo? È già un monumento, il tempo lo offende ma non lo cambia.»

Perché non firmo la petizione per le dimissioni del Ministro della cultura Dario Franceschini

Mi è pervenuta una gentile richiesta dall’amico artista Davide Bramante, proponendo (a me e ad altri) di firmare una petizione per le dimissioni del Ministro della cultura Dario Franceschini perché inadatto al suo ruolo. Richiesta che ho cestinato perché io non firmo, sapendo il valore che hanno le petizioni nei confronti di chiunque. Magari Fedez e la Ferragni potrebbero farlo, ottenendo qualche risultato, almeno in Italia, ma non certo un centinaio di artisti sparuti e spaventati dal Covid e pensando che Franceschini, il borioso, possa aiutarli o possa dimettersi.
Franceschini non ha alcun potere nell’arte contemporanea, soprattutto in un contesto internazionale. Sappiamo il valore che hanno i nostri Istituti di Cultura all’estero. Zero. Una mostra o una conferenza all’Istituto Italiano di Cultura di New York, di Parigi o di Praga, può significare una simpatica vacanza per un artista. Ma nulla di più. Uno shopping un po’ esotico. I nostri Istituti di Cultura nel tempo (soprattutto dopo la riforma di Gianni De Michelis che ha offerto stipendi da nababbi a direttori spesso incapaci scelti tra gli amici) si sono qualificati ovunque come improbabili e improponibili diffusori di cultura italiana all’estero. Senza ricevere nessuna considerazione da parte del mondo culturale dove sono stati catapultati. Nessun contatto o relazioni con il mondo della cultura e dell’arte locali, promotori di eventi casuali e occasionali, i nostri Istituti di Cultura sono considerati i meno attivi e attendibili nel mondo. Niente a che vedere con l’Arts Council, con a capo veri competenti, così come il Goethe-Institut tedesco o la Pro Helvetia. Ma anche il francese, polacco, spagnolo, rumeno. Noi invece siamo zero. Lo dico per esperienza personale. E cosa vuoi che faccia il borioso e inconsistente Dario Franceschini? Una conferenza stampa al Plaza di New York, con prosecco e cannoli siciliani, per sostenere l’arte contemporanea italiana? Ma suvvia, siamo seri! I nostri politici più sono lontani dall’arte e dalla cultura e meglio è. D’altronde l’artista ha scelto di gettarsi nel mare della vita e della cultura sapendo che compiva un gesto estremo. E senza il salvagente dell’insegnamento, a cui molti sono riusciti ad aggrapparsi, gli altri debbono arrangiarsi. L’arte è una scelta di vita. Bella, bellissima, di libertà ma pericolosa. E con un costo da pagare.

Incontri
(accidentali e personali)
con la Poesia

Ida Travi (Cologne, Brescia, 1948)
Io, Lizabeta

Io, Lizabeta, ero ai piedi dell’albero
e quella volta dai miei occhi
sgorgarono le lacrime
come se fossi io stessa
la fontana

-capisci? una fontana-

Il sole era altissimo
e cosa farà dei morti
-domandavo, domandavo-
cosa farà dei morti il grande sole
come farà a svegliarli.

da Marìe canta la famiglia del secolo, 2021

T. S. Eliot (St. Louis, USA, 1888 – Kensington, GB, 1965)
La sepoltura dei morti

Aprile è il mese più crudele, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.
L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
con secchi tuberi una vita misera.
L’estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,
E proseguimmo alla luce del sole, nel Hofgarten,
e bevemmo caffè, e parlammo un’ora intera.
[…]

Da La Terra desolata, 1926

Paul Celan (Cernǎuți, Romania 1920 – Parigi 1970)
Fuga di Morte (1945)

Negro latte dell’alba noi lo beviamo la sera
noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte
noi beviamo e beviamo
noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto
Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarete
egli scrive egli s’erge sulla porta e le stelle lampeggiano
egli aduna i mastini con un fischio
con un fischio fa uscire i suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda e adesso suonate perché si deve ballare
Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera
noi beviamo e beviamo
Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto
Egli grida puntate più fondo nel cuor della terra e voialtri cantate e suonate
egli estrae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
voi puntate più fondo le zappe e voi ancora suonate perché si deve ballare

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