Charles Saatchi, l’uomo che ha rivoluzionato il sistema dell’arte di

di 31 Maggio 2021

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Charles Saatchi, l’uomo che ha rivoluzionato il sistema dell’arte
Negli anni ’70 e ’80 quando nominavi Charles Saatchi, il mitico collezionista iracheno-inglese, la gente si metteva sull’attenti. Saatchi è stato l’uomo che ha inventato la figura del collezionista moderno, metà illuminato nelle scelte e l’altra metà oculato uomo d’affari, pronto a disfarsi delle opere nel momento in cui potevano avere una flessione sul mercato. Ma ossessivamente appassionato di arte con grande considerazione di se stesso, ricchissimo e onnipotente e che poteva portare le quotazioni di un artista alle stelle ma anche distruggerlo subito dopo. Mai nessun collezionista è stato influente come lui nell’arte contemporanea, malgrado Charles tenesse un comportamento low profile, schivo e di apparente timidezza. In realtà lui, in quegli anni, non ha mai tentato di creare l’artista (come qualcuno pensa), perché sapeva bene come districarsi tra i grandi artisti di cui pullulava il mondo dell’arte e di cui erano piene le gallerie di SoHo e quasi sempre molto a buon mercato. Si ipotizzava, scandalizzati, che spendesse due milioni di dollari l’anno, cifra mostruosa per quei tempi in cui un grande Sol LeWitt costava duemila dollari e con due milioni comperavi due o tre super attici alla Trump Tower. Ma Charles, coadiuvato dalla sua coltissima moglie americana di allora, Doris Lockart, figlia d’arte, sapeva ben individuare, tra gli artisti proposti dalle migliori gallerie, chi poteva avere un futuro, che in qualche caso lui stesso propiziava, attraverso mostre e pubblicazioni. Unico e irripetibile fu il suo catalogo, Art of Our Time. The Saatchi Collection (1984), in quattro volumi di grande formato: il primo con opere straordinarie di Carl Andre, Dan Flavin, Eva Hesse, Donald Judd, Sol LeWitt, Bruce Nauman, Richard Serra, Fred Sandback, Robert Ryman ecc. e con un illuminante saggio di Peter Schjeldahl; il secondo con opere di Artschwager, Chamberlain, Stella, Twombly e Warhol, introdotto da Jean Christophe Amman, Robert Rosemblum eccetera; il Terzo volume, a cura di Rudi Fuchs, con Baselitz, Guston, Kiefer, Morley, Polke e Schnabel; il quarto volume con opere di Borofsky, Burton, Longo, Clemente, Sherman eccetera. Charles Saatchi era l’antitesi di Giuseppe Panza di Biumo, con cui si divideva universalmente la scena artistica. E di cui era amico e che stimava moltissimo e ne seguiva l’esempio (nelle scelte, non nel comportamento). Pur essendone la vera figura antitetica. Il diavolo e l’acqua santa. Charles Saatchi negli anni ’70 e in poco tempo aveva acquistato decine di grandi opere di tutti i minimalisti e concettuali americani (Donald Judd, Carl Andre, Richard Serra, Sol LeWitt, Twombly, Marden) ma anche Andy Warhol, Gilbert & George, 15 incredibili opere di Anselm Kiefer e naturalmente negli anni ’80 molte opere di Jeff Koons e ovviamente di Damien Hirst, di cui fu il mentore, l’amico, il supporter iniziale. E con il suo aiuto Damien da studente del Goldsmiths College divenne un genio dell’arte contemporanea, interpretandone alla grande tutti i ruoli: artista, curatore, mercante, collezionista. Sostituendosi talvolta alla figura del critico e del teorico d’arte. E in parte a quella di mercante.

Labour Isn’t Working.
New Labour, New Danger

Ma chi era veramente Charles Saatchi? Secondogenito dell’imprenditore ebreo-iracheno Nathan Saatchi, Charles nacque a Bagdad nel 1943. Ma Nathan, preoccupato dalla instabilità del Medio Oriente e dai fermenti antisemiti, nel 1947 preferì emigrare con tutta la famiglia in Inghilterra, dove continuò con successo la sua fiorente attività di imprenditore tessile. Il giovane Charles, con tutte le possibilità di questo mondo, dapprima frequentò una scuola di grammatica (il nostro liceo classico, presso a poco): un docente in una intervista recente lo definì “dislessico”, il direttore “povero nella scrittura”. La solita vendetta dei docenti frustrati davanti ad un loro allievo di grande successo ma poco apprezzato a scuola. Invece la sua poco gloriosa carriera liceale rappresentava la ordinaria svogliatezza di un ragazzo troppo veloce di mente e rallentato dalla monotonia degli studi e con troppi sogni in testa. Poi frequentò, con maggior profitto, il London College of Communication, che gli fornì gli strumenti per la luminosa carriera di pubblicitario che subito intraprese, facendo diventare, in poco tempo, la Saatchi & Saatchi, creata con suo fratello Maurice (la mente amministrativa, mentre Charles era la mente creativa) la più grande agenzia pubblicitaria al mondo, con 600 sedi dislocate nei vari paesi. E fu proprio la Saatchi & Saatchi l’agenzia incaricata da Margaret Thatcher di curarne l’immagine per le elezioni di Primo Ministro del 1979 e le successive, contribuendo in modo determinante alla sua vittoria grazie anche agli slogan di grande impatto, creati da Charles, LABOUR ISN’T WORKING e, stampato sopra la foto di un “diabolik” Tony Blair in manifesti che invasero tutta la Gran Bretagna, NEW LABOUR, NEW DANGER.

I manifesti ideati da Charles Saatchi per la campagna elettorale anti-laburista di Margaret Thatcher.

Fatto sta che Margaret Thatcher per tre mandati consecutivi stravinse le elezioni con accanto, come consulente d’immagine, il Mogul della pubblicità, dell’arte e del business: il mitico, silenzioso, modesto ma pretenzioso, Charles Saatchi. Queste campagne pubblicitarie mi fanno pensare ad una immaginazione creativa che pochi artisti hanno. Forse Charles Saatchi è il più grande artista tra gli artisti che lui collezionava? Le sue campagne pubblicitarie sono vere opere d’arte globali. Altro che poesia visiva o arte concettuale. Più incisive di Hans Haacke.

Mi chiamo Charles Saatchi e sono un artolizzato
Ma nel 1969, a 26 anni, Charles Saatchi, pare grazie alla moglie Doris, incontrò l’arte contemporanea dapprima con Sol LeWitt, di cui acquistò subito numerose opere e poi tutti gli altri minimalisti americani: e in poco tempo entrò nel mondo dell’arte con tale determinazione e fragore da fargli dire «Mi chiamo Charles Saatchi e sono un artolizzato (alcolizzato d’arte, NdR)». E negli anni ’70 il giovane Charles divenne l’ossessione di tutti i tranquilli appassionati d’arte che vedevano in lui “lo Squalo”, il collezionista-mercante implacabile che divorava gli artisti, acquistandoli in massa, spesso corpo e anima e rendendoli suoi sudditi e rivendendone alcuni, appena ne prevedeva il declino o dopo un litigio in studio. Infatti Charles fu idolatrato da tutti gli artisti che lui acquistava, ma dagli stessi odiato quando li rivendeva. Però Saatchi era anche il deus ex machina delle gallerie di SoHo che trovavano in lui un sostenitore intelligente e talvolta anche generoso. Di lui Leo Castelli mi disse: «Charles ha fatto lievitare i prezzi di tutti gli artisti americani, ma ha salvato anche molte gallerie». È stato proprio Charles Saatchi il grande sponsor della galleria Lisson di Londra che, anche grazie a lui, divenne un riferimento dell’arte mininimal e concettuale. Penso che lui abbia sempre voluto acquistare in galleria, raramente dagli artisti. A meno che non fossero privi di galleria. Prima di lui i collezionisti entravano in galleria in punta di piedi e timidamente acquistavano un’opera, massimo due. Charles Saatchi, come un elefante in una cristalleria, entrava in galleria e acquistava tutta la mostra dell’artista e anche ciò che era nel retro. Leggendari sono gli agguati dei suoi colleghi collezionisti, a volte amici ma anche competitor, che, racconta la leggenda, lo aspettavano all’aeroporto JFK di New York, quando lui scendeva dall’aereo e prendeva il taxi, per seguirlo segretamente sino in galleria, per vedere ciò che lui acquistava. E quando Saatchi acquistava le opere di un artista tutti gli altri lo imitavano a valanga. E l’artista saliva nell’Olimpo delle considerazioni della critica e del mercato. Da sottolineare la sua diatriba con Sandro Chia, pare per un’opera che Sandro, al culmine del suo successo, gli aveva negato e a cui Saatchi, forse per ripicca, teneva molto. Dopo questo episodio Saatchi offrì alla gallerista di Chia, Angela Westwater, sette opere dell’artista e al rifiuto della gallerista di acquistarle al prezzo di costo, le mise in asta. Seguìto a ruota da altri collezionisti. Da quel momento iniziò il lento declino dal palcoscenico internazionale di Sandro Chia. «Se Charles Saatchi si libera delle opere di un artista, non è buon segno», tutti pensarono. Personalmente ritengo che mai collezionista sia stato più influente, ammirato, criticato e odiato di lui nel mondo dell’arte. Certo, è stato un collezionista discusso, da taluni definito specullector, cioè collezionista speculatore, ma di grande intelligenza, sempre attento e curioso verso l’arte più propositiva: storico fu il suo rapporto, con la relativa promozione, con la giovane arte britannica, gli Young British Artists (YBA) a partire dal 1990. E mitica fu la mostra Sensation, alla Royal Academy di Londra, con 110 opere di 42 artisti, tutti della sua collezione, che suscitò grande scalpore sia a Londra che a New York, per opere considerate blasfeme o troppo crude.

Io non ho mai avuto molti rapporti diretti con Charles Saatchi, perché lui era apparentemente timido, riservato, introverso, scontroso ed evitava accuratamente di confrontarsi con critici e giornalisti, che lui non stimava. Proprio nessuno. Non ha mai stimato o apprezzato alcun critico della contemporaneità. Questo me lo fece capire nelle due o tre volte che l’ho incontrato. Perché lui con la sua intelligenza (e un po’ di denaro) li manipolava come voleva e dunque non li stimava. E tutti scrivevano, più o meno, ciò che lui chiedeva. Anche lo scorbutico sinistrese e sempre avversario strenuo del mercato, Rudi Fuchs, che per 6 lunghi anni fu anche direttore del Castello di Rivoli, che ridusse ad una sua galleria personale, si sottomise alle richieste di Saatchi. E Rudi escluse dalla sua documenta nel 1982 Julian Schnabel e tutti i pittori, perché espressione del mercato. Peccato che nel 1983 scrisse una entusiastica prefazione sugli stessi artisti poco prima demonizzati, nel catalogo di Saatchi. I miracoli delle ambizioni e del denaro.
Di Charles Saatchi per molti anni circolò solo una foto ufficiale, con suo fratello Maurice, proveniente dalla Saatchi & Saatchi, a dimostrare ai suoi clienti che lui esisteva. Ma nel 1987 in qualità di editore ho pubblicato un importante libro della sua collezione di artisti americani degli anni ’80, un po’ la nostra specialità. E credo siano stati gli artisti stessi o alcuni di essi (Jeff Koons?), a suggerirgli di pubblicare il libro con la Giancarlo Politi Editore, che attraverso Flash Art aveva contribuito alla visibilità di tutti quegli artisti presenti nella sua collezione, prevalentemente Neo Geo, di cui Flash Art si era fatta interprete.
Quando Charles Saatchi mi chiamò da Londra io ero in redazione qui a Milano e cortesemente mi chiese se l’indomani sarei potuto essere a Londra, da lui. Emozionato mi recai nella storica sede di Saatchi & Saatchi: Charles mi spiegò che voleva pubblicare un libro, con un’ampia introduzione di Dan Cameron, nostro collaboratore, sui nuovi artisti di New York, di cui Flash Art si era occupato ampiamente, mi disse. Per i costi di produzione nessun problema, mi accennò furtivamente Charles. Mi mostrò una bozza già pronta e impaginata, con relativo testo di Dan e io ne fui entusiasta. Si trattava di una vera antologia, chiara e informata, della New York di quegli anni, la New York che io e Helena avevamo vissuto lungamente in prima persona, dalle primissime mostre da International With Monument a quelle di Sonnabend e Mary Boone (Schnabel) o Sperone Westwater (Clemente). Charles mi congedò dicendomi che preferiva stampare il libro a Londra, per poterlo seguire personalmente. Poi aggiunse: «Ti darò tutte le copie che vuoi per la tua distribuzione». Io accettai e ne fui contento. Stampare un libro, soprattutto negli anni ’80, per un perfezionista come lui, comportava sempre dei rischi nella riuscita della stampa. E io fui ben contento che qualcuno si occupasse, con la sua grande esperienza, di stampare un libro che a me piaceva moltissimo. E così fu. Tornai a Londra ancora una volta per vedere come procedeva la stampa del libro ma Charles e un suo agguerrito assistente mi presentarono il libro già stampato. In modo perfetto e senza alcuna sbavatura. Come invece sarebbe certamente successo in Italia con le nostre tipografie scelte sempre sulla base del ribasso. Ci complimentammo tutti a vicenda per l’ottimo lavoro svolto, consumammo un brunch insieme nel raffinato ristorante della Saatchi & Saatchi con champagne e caviale e poi ci salutammo. E con Charles, che prima di lasciarci mi pregò di salutargli Giuseppe Panza di Biumo, forse non ci vedemmo mai più. A parte sporadici saluti con sorriso a documenta o alla Biennale di Venezia. Dopo due giorni ricevetti a Milano un pallet di copie di New York Art Now, mi pare mille, che noi distribuimmo attraverso la nostra piccola ma specializzata catena distributiva. E così capii che si poteva editare un bellissimo libro, raccoglierne complimenti e applausi, senza aver fatto nulla. Senza nemmeno aver visto la pubblicazione ma dando credito alla Sua parola.
Cari amici lettori, ciò è accaduto nel millennio passato. Ora tutto sarebbe diverso e forse non ci potrebbe essere più nemmeno alcun Saatchi. Ma al suo posto arriveranno, spero, ma certamente arriveranno, Jeff Bezos o Elon Musk, che non sanno nulla di arte, di stampa, di artisti. Ma che sono enormemente più ricchi di un ex ricchissimo e impareranno subito. E si sa, con il denaro e l’intelligenza, che a entrambi certamente non manca, si può ottenere tutto. Spendendo per l’arte ciò che a me costerebbe un cappuccino. Ma con un ritorno di immagine spettacolare. Pensate a François Pinault, a Venezia, che ha acquistato Punta della Dogana e Palazzo Grassi per la sua collezione e le sue mostre, con l’argent de poche. Ma per noi cifre da capogiro. Il prezzo del Paradiso per taluni è a portata di mano. Mentre a noi spettatori resta solo l’Inferno, gratuito per tutti.

Arthur Yates e Phoebe Saatchi nella loro galleria, Saatchi Yates.

E ora?
E ora cosa succede della collezione Saatchi e della famosa galleria? La Saatchi Gallery continua il suo controverso percorso, esponendo ora anche artisti sconosciuti (a pagamento?) a cui ha dato visibilità e possibilità di commercializzare le opere e alcuni avviandoli anche verso una discreta carriera. Il Grande Guru lavora un po’ in disparte, come ha sempre fatto. Ha creato anche una super gettonata galleria online che vende opere e oggetti di artisti quasi sempre sconosciuti. E sembra che voglia lasciare il suo bellissimo spazio e la sua collezione (ciò che resta, ma vi assicuro è ancora da capogiro) alla Città di Londra.
Ma il suo nome continua a circolare a Londra anche grazie alla figlia Phoebe, che unitamente ad Arthur Yates, artista e designer, fondatore insieme a lei del brand di successo Bruta, hanno aperto una galleria, la Saatchi Yates, forse la più bella di Londra. Con una programmazione giovanile ambiziosa ma lontana dai parametri del famoso papà Charles. A significare che anche i figli d’arte spesso hanno un cervello e una identità. E pare anche che Phoebe e Arthur siano oggi due sposi felici. Dunque auguri e figlie femmine. Che quasi sempre sono più creative e determinate dei maschi.

Viale del Tramonto?
«Con Sensation ha toccato un apice dopo il quale si è invertita la rotta?»
Saatchi: «Non è mai simpatico sentirsi dire che i giorni migliori sono alle tue spalle. Ma probabilmente ha ragione. Una volta ero sicuramente più dinamico e gestivo con energia feroce il mio business in pubblicità e la mia collezione d’arte. Ora che mi sono miseramente sgonfiato provo ancora piacere nell’allestire mostre di opere che mi piacciono e nel presentare nuovi artisti al pubblico, nella speranza che così valga ancora la pena di andare faticosamente avanti.»

Charles Saatchi dixit
«L’arte non è mai senza senso. L’altro giorno, facendo due chiacchiere, Immanuel Kant mi ha detto che il significato dell’arte è di non avere alcuna funzione.»
«I libri di storia dell’arte fra cento anni saranno tanto spietati con la fine del XX secolo quanto con tutti gli altri secoli. Tranne Jackson Pollock, Andy Warhol, Donald Judd e Damien Hirst, chiunque altro sarà una nota a pie’ di pagina.»

Un’opinione importante di Damien Hirst
Carl Freedman: «Se ti chiedessero di lavorare per una campagna pubblicitaria per i Tories (Conservatori) accetteresti?»
Hirst: «Dipende da quanti soldi mi danno.»
Freedman: «Allora tu non aderisci a nessun credo politico?»
Hirst: «Questo genere di integrità è una cazzata. Nessuno ha questo tipo di integrità. Le cose cambiano velocemente. Non esiste il bianco e nero ma solo sfumature di grigio.»
Freedman: Ma tu non sei socialista nel cuore?
Hirst: Non sono nulla nel cuore. Sono troppo avido.

Incontri (personali) con la Poesia

Davide Maria Turoldo
(Sedegliano di Coderno, 1916 – Milano, 1992)

Ascolta il nostro grido, o Giobbe
Ma ora a noi avanzano
Solo l’inverno e la notte
E senza scampo sono le nostre vite
In queste città maledette.
La morte siede sugli usci delle case
o con gli zoccoli di cavallo va per le strade
in stridori di migliaia di trombe;
o volteggia trionfante
sul capo in risa di corvi a stormo.

Invece fiorito è il deserto, popolata
di uccelli e di alberi la tua solitudine.
Angeli danzano al canto nuovo.

Franco Battiato
(Ionia, Catania, 1945 – Milo, Catania, 2021)

Povera patria
Povera patria
Schiacciata dagli abusi del potere
Di gente infame, che non sa cos’è il pudore
Si credono potenti e gli va bene quello che fanno
E tutto gli appartiene
Tra i governanti
Quanti perfetti e inutili buffoni
Questo paese devastato dal dolore
Ma non vi danno un po’ di dispiacere
Quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
No cambierà, forse cambierà
Ma come scusare
Le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali
Me ne vergogno un poco e mi fa male
Vedere un uomo come un animale
Non cambierà, non…

Frantisek Halas
(Brno, 1901 – Praga, 1949)

Il Liuto
Ricanterò non vive spente cose
la bontà della voce darò loro
tutto un coro di brame in me risuona
Alleluia Alleluia

Ma dove metterò dei morti i gèmiti
dilaniati dal buio

Sotto una luna sbilenca morta
Sotto una luna sbilenca morta
per un liuto senza corde
per un liuto senza corde

Traduzione di Angelo Maria Ripellino

Emily Dickinson
(Amherst, USA, 1830 – 1886)

Esultanza è l’andare
Esultanza è l’andare
di un’anima di terra verso il mare,
oltre le case, oltre i promontori,
dentro l’eternità profonda.
Quanto noi, stirpe dei monti,
può capire il marinaio la divina ubriacatura
del primo miglio al largo della sponda?

(poesia proposta da Apollonia Nanni)

Anonimo del XXI secolo
(pensando a Giuseppe Ungaretti)

Mi pesa questo mio corpo
spossato
dalla noia
che gravita
sulla memoria
e sulle mie membra
affrante

Di tutto e di niente

Umberto Eco dixit
L’invasione degli imbecilli

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli. Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. E il web promuove lo scemo del villaggio a detentore della verità.» (11/6/2015)

Tzvetan Todorov, filosofo e saggista
(Sofia, 1939 – Parigi, 2017)

«Io penso che l’ingerenza da parte degli Stati democratici nei confronti degli Stati totalitari sia un diritto ingiustamente rivendicato perché implica l’intervento militare e consiste nell’imporre il “bene” agli altri. Noi europei ne abbiamo una lunga tradizione con le Crociate o le guerre coloniali. In nome del nostro regime politico superiore – e penso effettivamente che la nostra democrazia sia superiore – saremmo in diritto di imporre il bene agli altri. È un diritto che nessuno ci ha dato.»

Fabio Novembre, designer
(Lecce 1966 – vive a Milano)

«Essere curiosi, come le scimmie e i bambini, è la condizione imprescindibile per qualsiasi percorso evolutivo. Sono da sempre convinto che gli ingredienti essenziali di ciò che chiamiamo cultura non siano altro che curiosità e concentrazione. La curiosità raccoglie informazioni e la concentrazione permette di elaborarle. È però necessario fare dei distinguo in tempi come questi: la morbosità voyeuristica, l’osservazione passiva di natura televisiva, non devono assolutamente essere confuse con la curiosità.»
(da “Il design spiegato a mia madre”, ed. Rizzoli, 2010)

Effemeridi New

Mi sono innamorato
Sì, alla mia età mi sono innamorato. Non oso dirlo a mia moglie né a mia figlia Gea né a mio genero Cristiano ma è la verità. Credo che dovrò nascondere a tutti questo mio improvviso sentimento che mi fa sentire come il pazzo di Todi, il mistico Jacopone, ricoperto di penne di pollo e di slanci amorosi, perché innamorarsi nella quarta età si è patetici. Fragili, contagiati e contagiabili. Ma soprattutto patetici. E quando vedo un veterano di lungo corso come me in preda ad un amore senile, mi viene da ridere e piango. La solitudine dell’età fa brutti scherzi ma ti impone solidarietà.
E anche nel mio caso è così. Perché io non riesco ad addormentarmi senza leggere queste lettere d’amore o invettive indirizzate a Dio, a Cristo, alla Madonna, e penso anche a Kafka e Milena. E la mattina ricomincio a pensare a Lui, alla sua vita, iniziata in un paesino del Friuli e che si realizza con il sacerdozio al Santuario della Madonna di Monte Berico di Vicenza per poi trascorrerla accanto ai diseredati e ai senza tetto di Milano. Con la disperata volontà di salvare corpo e anima di ogni disperato della terra che incontra. E poi verso la fine si ritira nel santuario Papa Giovanni XXIII a Sotto il Monte. La sua poesia bellissima e tragica mi stordisce e allora la raffronto al delicato lirismo petrarchesco, tutto cielo e nuvole e parole al vento, della maggior parte dei nostri pur ottimi poeti italiani. Invece le parole del nostro dannato di Dio escono come sangue dalle nostre ferite. E mi smarrisco. La sua poesia non è la narrazione lucida e disperata dei grandi poeti anglosassoni (Pound, Eliot, Auden) eppure, leggendolo, Lui è il mio Eliot italiano, in cui la Terra desolata si trasforma in un’anima disperata. Purtroppo non l’ho conosciuto, eppure a Milano avrei potuto, perché lui era qui vicino a me, ci siamo sfiorati con progetti diversi, sino agli anni ’90, quando ha preferito lasciarsi morire in grande sofferenza ma senza un grido di dolore e solo invettive amorose al suo Dio, in un ospedale accanto a casa mia. Forse l’ho anche incrociato o forse no, ma le sue parole, a me agnostico da sempre, mi risuonano come un’apocalisse dell’anima: “Allora diremo, pure Cristo ci ha ingannati. Sarà il nome più bestemmiato, il tuo dolcissimo nome o Cristo di Dio”. Caro e disperato figlio dei Servi di Maria, il vero pazzo di Dio, grande Davide Maria Turoldo!

Giò Batta
(Priabona, Vicenza, 1928 – Santorso, Vicenza, 2021)

Un giorno il Meneguzzo da Malo ammiccando mi disse: «Ho deciso di modificare il mio nome in Giò Batta, in onore di Giò Ponti. Cosa ne pensi? Sarò ridicolo?». «Ma vai» dissi, «è un nome immaginifico, profondo e raffinato, ti sta proprio bene. Un nome che dalle montagne ti immerge nella Milano dell’architettura e dell’arte. Un nome che trasforma il Giobatta di Pinocchio in un Giò Batta della nuova architettura italiana». E lui fu felice e orgoglioso di questa mia osservazione e mi ringraziò sorridendo del suo sorriso a tutti denti. Poi non so se questo vezzo lo abbia seguito nella sua lunga vita, non ricordo, ma a quei tempi, grande ammiratore di Giò Ponti attraverso Nanda Vigo che gli aveva realizzato la casa dei suoi sogni, quel nome, tra gli appassionati d’arte lo inorgogliva. Io lo frequentavo dal 1967-68, conosciuto alla galleria Apollinaire, dove aveva acquistato con un grande atto di coraggio e spregiudicatezza collezionistica un’opera molto significativa di Daniel Buren per la sua casa di Malo, a me sempre apparsa invivibile ma a lui e sua moglie Luciana il Paradiso Terrestre. Ma accanto a Buren vedevo anche Fontana e un enorme e inusuale Castellani ad angolo, oltre a Soto.
E negli anni ’70 mi recavo spesso a Malo, paese dal nome poco beneaugurante e difficile da raggiungere e dove ogni tanto mi ritrovavo a pranzo con Giò Batta e Luigi Meneghello, il fortunato autore di Libera nos a Malo. Giò Batta e Meneghello erano due convinti paladini di un incomprensibile (per me) dialetto vicentino o delle montagne. E talvolta durante il pranzo i due si impaludavano in lunghe discussioni in una lingua cantilenante ma a me incomprensibile. E un po’ mi innervosivano. Io sono sempre stato di orecchio un po’ duro con tutti i dialetti ma quello veneto stretto, insieme a quello napoletano della strada, mi trovano veramente impreparato.
Poi ho seguito Giò Batta nella sua passionale ossessione del Museo della Grafica, la famosa Casabianca, la sua personale White House, che vidi crescere dai suoi sogni e dai suoi sacrifici e diventare un vero santuario mondiale della grafica. Giò Batta era un assertore dalla filologia e completezza dei movimenti artistici. Gli bastava poco, anche un manifesto firmato, ma desiderava completare la sua idea di movimento o gruppo. Voleva riempire tutte le sue caselle ideali, anche con i rappresentanti minori: dalla Poesia Visiva alla Narrative Art all’Arte Povera, alla Minimal Art, alla Transavanguardia, alla Nuova Pittura, immagini e nomi sconosciuti in un paese da cartolina e ancora dominato dall’agricoltura e dalla pastorizia e dove l’arte contemporanea interessava solo lui. E nemmeno a Meneghello, se ben ricordo. Ma la sua White House divenne un concentrato di informazione sull’arte italiana e internazionale dal 1950 ad oggi, che nessun museo italiano o università posseggono. E riuscì a convincere amici e amministratori locali che si aveva da fare. Giò Batta riuscì nella titanica impresa di far restaurare al Comune e poi farselo dare in comodato gratuito, un palazzo del ’700 e a collocarvi oltre 1500 opere di grafica, e anche tanti cataloghi, libri e documenti. Un lavoro titanico e di grande appassionato ma anche conoscitore illuminato.
Buon viaggio tra le tue montagne e le stelle, amico Giò Batta. Ci mancherai. Mi mancherà la tua arguta filosofia bonaria e il tuo umorismo dialettale di veneto orgoglioso della sua lingua e della sua terra. Spero solo che la tua opera e il tuo lavoro non vengano dispersi: e magari qualche museo (il Mart? Museion? A Venezia? A Vicenza?) possano accoglierlo.

Quando Francesco Vezzoli partecipò a Doppio Slalom

Un imberbe ma incredibile Francesco Vezzoli che partecipa, agguerritissimo e stravincente, a Doppio Slalom, un famoso telequiz, nel 1985. Francesco, come il sottoscritto, è sempre stato un appassionato del trash e della TV popolare, usati come prezioso periscopio della realtà, spesso anticipatori di gusti e tendenze. E lo dimostra questa sua esplosiva partecipazione alla popolare trasmissione. E lui, Francesco è un maestro dell’estrapolazione del cattivo gusto per elevarlo a Mito del gusto. Come Achille Bonito Oliva ha fatto con Totò.
Cari amici lettori, godetevi questo video di Francesco Vezzoli. L’arte contemporanea talvolta incomprensibilmente passa anche attraverso questi luoghi: Quando Francesco Vezzoli partecipò a Doppio Slalom – Play Cult Video | Mediaset Play

SGRAPPA E VIA!

Cosa volete di più da un artista? Scultore, pittore, performer, curatore, editore, designer, stilista, gallerista, provocatore e ora anche barista. E non è ancora finita. Cosa volete di più da un artista dei nostri tempi? È questo Maurizio Cattelan.
PS: artista? Forse il termine è troppo riduttivo.

Artisti di tutto il mondo unitevi!
Il successo vi attende!
Parola di Vittorio Sgarbi

Io ho sempre apprezzato le mostre di Vittorio Sgarbi. Sono le uniche che mi divertono, mi sorprendono e mi fanno ridere. Cosa volete che mi importi vedere una mostra con Richard Serra, Sol LeWitt, Carl Andre, Robert Smithson, Burri, Manzoni e Fontana e molti artisti contemporanei? Ne ho viste centinaia, in tutte le salse, conosco bene quegli artisti e le loro opere, li apprezzo molto per ciò che hanno dato alla Storia dell’Arte, ma non mi suscitano più nessuno stupore o meraviglia a vederli. Invece volete mettere una mostra i cui curatori che scelgono gli artisti sono Vittorio Sgarbi, Paolo Liguori, Katia Ricciarelli, Luca Zaia, Luca Beatrice, il Sindaco di Venezia e molti altri? Peccato che manchi Iva Zanicchi, avrebbe offerto un eccellente contributo. Incontrerò certamente vivacissime e bravissime madri di famiglia che dipingono, insegnanti di disegno delle scuole serali, bravi e seriosi funzionari dello stato e anche generali dell’esercito (anche Figliuolo?) che alla sera, dopo il lavoro, magari stressati dalle vaccinazioni, tirano fuori pennelli e cavalletto e si rilassano dipingendo guardando fuori dalla finestra o creando paesaggi immaginari con alberi innevati o scossi dal vento. Tutti artisti che attraverso Sgarbi & Co. cercano i loro 15 minuti di notorietà. Per partecipare forse ci sarà da offrire un contributo (sostanzioso) in denaro, ma si sa, l’arte degli esclusi è sempre stata orgogliosamente e senza alcun aiuto di stato, finanziata dagli stessi esclusi.
Pro Biennale

Il fortunato Julian Schnabel

Ditemi quale artista non vorrebbe avere la fortuna di Julian Schnabel, cioè quella di avere un figlio gallerista, attivo e importante che si occupi del suo lavoro? E Vito Schnabel, fortunato ma non passivo figlio di Julian (e di Jacqueline Beaurang, designer e prima moglie di Julian), su suggerimento dell’importante papà, si è dedicato al mercato, diventando un protagonista molto rispettato della grande scena d’arte internazionale, attraverso le sue gallerie di Saint Moritz e di New York. A 16 anni curò (con qualche suggerimento del papà?) la prima importante mostra collettiva a New York e fu un vero successo di mercato, di critica e già di gossip sentimentali. Buon sangue non mente. E Tra New York e Saint Moritz e lo stadio di Wimbledon, Vito oltre alla vendita di numerose opere del papà e dei suoi amici, al jet set internazionale, ha inanellato decine di storie d’amore con le donne più belle del mondo. Da Demi Moore ad Amber Heard ad Heidi Klum. Ditemi voi quale padre non sarebbe orgoglioso di un figlio così bravo (e di nuore così belle) e richiesto dalle testate scandalistiche e dalla scena femminile, al punto di essere definito “Toy Boy”. E quale figlio non invidierebbe un suo coetaneo tanto intelligente, bravo, ricco e fortunato? Ma Vito, che conobbi da bambino, che si aggirava nell’immenso studio di Julian, mostrando già un carattere indipendente, incurante degli appellativi, continua imperterrito a mietere successi mercantili e sentimentali. Anche perché è giovane, bello, intelligente, famoso e ricco. Proprio tutte le fortune dovevano capitare a Julian, da lavapiatti di SoHo a stella del firmamento artistico e di Hollywood? Ma anche Julian non ha scherzato in quanto a relazioni sentimentali. Papà Julian ha avuto, tra le altre, una lunga relazione con la bella giornalista italo-israeliana Rula Jebreal: la ricordate a Sanremo lo scorso anno? Ma subito il giovane Vito risponde con Demi Moore e Heidi Klum, senza perdere un colpo. Complimenti Julian, bravo Vito.

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