Amarcord 58: L’irripetibile e irrefrenabile Italia anni ’70. Parte Prima di

di 10 Maggio 2021

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L’irripetibile e irrefrenabile Italia anni ’70. Parte Prima
È stata certamente la più brutta mostra curata da Francesco Bonami (in condivisione con la sua collaboratrice in quell’occasione, la pur brava in altre circostanze Paola Nicolin). O una delle più brutte, non avendo forse viste tutte le mostre curate da Bonami, soprattutto negli USA. Ma Milano anni 70, resterà certamente un neo (almeno tra gli addetti ai lavori con la memoria più lunga e informata, anche se ormai quasi tutti estinti, per cui si può dire, scrivere e fare di tutto e il suo contrario, tanto la Storia è diventata una pattumiera di fake news) nella splendida carriera curatoriale di Francesco Bonami. Ricordo che mi aggiravo tra le sale di Palazzo Reale e mi dicevo: ma questa non è la Milano degli anni ’70 che io ho vissuto intensamente, frequentando i protagonisti di quel decennio, Franco Toselli, Françoise Lambert, Beatrice Monti, Salvatore Ala, Bruna Soletti con L’Uomo e l’Arte, dalla vita breve ma intensa. E anche la fragile Maddalena Carioni, interprete di una Milano meno fragorosa ma altrettanto spumeggiante, con Trotta, Tonello, Jasci. E sempre con l’ombra maieutica di Luciano Fabro incombente. E la silenziosa ma intelligente Paola Betti. Ma soprattutto con il suo inflessibile e selettivo interprete, Giorgio Colombo, il grande occhio critico dell’arte che grazie alla sua implacabile Leica ha cercato di salvare la memoria di quegli anni incredibili che oggi possiamo rivisitare. Ricordo invece (volutamente?) distrutto da due non testimoni e interpreti un po’ superficiali, come appunto Francesco Bonami e Paola Nicolin, quell’incredibile decennio che va dal 1969 al 1979. E vi posso assicurare che negli anni ’70 Milano era, forse insieme a Düsseldorf e in parte Amsterdam, la grande capitale dell’arte internazionale, luogo di incontro e di speranza dei grandi protagonisti o che volevano diventare tali, siano essi stati artisti o galleristi o i rari collezionisti. Per gli appassionati d’arte Milano era un nodo cruciale, come d’altra parte lo era Roma con le gallerie L’Attico di Sargentini, La Salita e Arco d’Alibert di Mara Coccia e più tardi Pio Monti, e anche Bari, attivissima, grazie alla infaticabile Marilena Bonomo. Per non parlare di Torino, grande germinatore e seminatore di fermenti con Sperone, insuperato importatore di avanguardie americane, la Christian Stein, inappuntabile testimone e supporter dell’Arte Povera ma anche la tumultuosa Galleria Il Punto, un porto di mare, vivace, divertente, dissennata, condotta da un mitico e paradossale Remo Pastori amico di Lucio Fontana, di Mario Schifano e di Pietro Gallina ma grande sostenitore di tutti gli artisti propositivi che ricopriva di vestiti e di promesse. Ecco, io direi che gli anni ’70 più propositivi in Italia non si possono individuare in una sola città. È vero che Milano fu vivissima, il centro di smistamento di idee e di opere con l’Europa e gli USA, certamente la città più dinamica e generosa, dove arrivavano i protagonisti dell’arte per portare e prendere idee, ma si dovrebbe parlare di “Italia anni 70“, allargata appunto a Roma, Bari, Torino, Genova dapprima con la mitica (per alcuni anni) La Bertesca poi con la Galleria Forma senza dimenticare l’attivissima Pescara, con Lucrezia De Domizio, Mario Pieroni e poi il superdinamico Cesare Manzo. Anche Firenze, malgrado la faziosità e ostilità generale imperante dai tempi di Dante, fu un forte centro propulsore con il Centro DI, la Galleria Schema (del troppo dimenticato artista-gallerista Alberto Moretti), lo spazio autogestito Zona, Villa Romana e art/tapes/22 di Maria Gloria Bicocchi e la rivista Westuff di Maria Luisa Frisa. Già anticipatrice della fluidità e dei transgender culturali.

Erano i tempi in cui a Milano incontravi artisti come Richard Serra, Sol LeWitt, Joseph Kosuth, Lawrence Weiner, John Baldessari, Joan Jonas, Hanne Darboven, Mel Bochner, Richard Tuttle, Luciano Fabro, Alighiero Boetti, Michelangelo Pistoletto, Giulio Paolini. E anche Tony Shafrazi, Gino De Dominicis, Emilio Prini e l’enigmatico Francesco Matarrese, non so se meteora o protagonista appartato che la Storia non resusciterà. E sempre presenti Vincenzo Agnetti e Luciano Fabro, grandi manovratori occulti di un loro piccolo sistema dell’arte in quella ubertosa Milano agognata da tutti gli artisti di tutto il mondo perché ospitale e generosa con tutti. A New York non eri nessuno se non avevi superato qualche buon esame di percorso a Milano, Amsterdam o Düsseldorf. Per questo Milano era molto ambita da tutti, forse la città più gettonata in Europa dagli artisti in cerca di gloria.

Le gallerie Toselli, il capolavoro di Germano Celant
E l’epicentro propositivo e immaginifico di quella Milano fu indubbiamente la galleria di Franco Toselli, recentemente “immortalata” da un libro (ora attendo di vedere il libro postumo, Le Mie Mostre, suppongo altro capolavoro), certamente il più documentato, di Germano Celant, appunto Le gallerie Toselli. Non perché Toselli fosse Gagosian con decine di sedi, ma perché durante il suo percorso ha cambiato diverse location. E dove ogni sabato arrivava da Bari Angelo Baldassarre, ingegnere e costruttore edile, collezionista accanito e che prendeva il wagon-lit il venerdì sera per arrivare alle nove in galleria da Toselli, dove immancabilmente acquistava un’opera. Angelo, come la maggior parte dei collezionisti, era un malato grave d’arte. Un alcolista dell’arte, direbbe Charles Saatchi. Poi a pranzo con Franco Toselli e il pomeriggio da Françoise Lambert, altro suo riferimento. E la sera ancora il wagon-lit per essere a Bari e in famiglia la domenica e per vederlo magari passeggiare sul Lungomare. Un altro popolare personaggio dell’arte fu Duccio Soresi, generoso notaio di tutti noi, appassionato sostenitore di Alighiero Boetti con i cui enormi tappeti aveva ricoperto le pareti del suo ossequioso studio notarile. E poi Riccardo Tettamanti, silenzioso visitatore e sostenitore di tutte le gallerie propositive dell’epoca (Inga-Pin, Lambert, Apollinaire). Ma su tutti i collezionisti, quasi ombra di se stesso, dominava la figura ieratica e mitica di Giuseppe Panza di Biumo, apparentemente inaccessibile, sempre in viaggio tra Los Angeles, New York, Milano. A New York, sapendo del suo arrivo, i galleristi restavano ore sulla porta di ingresso ad attenderlo, Leo Castelli andava spesso a prelevarlo in aeroporto. Senza Panza di Biumo e Tony Shafrazi avrebbe chiuso la sua galleria, mi confessò Leo Castelli, poi vi spiegherò perché. Giuseppe Panza di Biumo fu l’antesignano del collezionista che acquistava in silenzio tutta la mostra e oltre: avrebbe acquistato anche l’anima dell’artista, se avesse potuto. Poi subito dopo di lui il grande Charles Saatchi, il gallerista guida e faro di tutti gli acquisti per circa un ventennio. Una sua attenzione o un suo giudizio facevano la fortuna o la disgrazia di un artista.

Franco Toselli e sul fondo Richard Serra, 1973.
Photo © Giorgio Colombo, Milano

Nella Milano degli anni ’70 faceva spesso la sua comparsa affannosa ma illuminante, soprattutto da Franco Toselli, Pio Monti, il mercante da autogrill, che caricava la sua station wagon di quadri di ogni genere e li disseminava nelle campagne lombarde, romagnole, pugliesi a commercianti o piccoli imprenditori che Pio trasformava in collezionisti fanatici ed entusiasti e che talvolta lo omaggiavano di salumi, fiaschi di vino, prosciutti ma anche con chili di tartufo nero che poi impestavano del loro profumo la sua macchina per giorni e giorni. Spero di trovare il desiderio e le memorie per scrivere un Amarcord su di lui, parlando soprattutto dei nostri tanti viaggi nel mondo insieme, perché Pio aveva una vita immensa, generosa e misteriosa. A lui debbo il mio primo viaggio a New York, offertomi negli anni ’60, in un volo economicissimo e tutto compreso organizzato dall’ACI di Macerata. Un viaggio memorabile. Una prosperosa e danarosa proprietaria di un ristorante condotto insieme al marito a Parma, fu trasformata da Pio in una accanita sostenitrice di Gino De Dominicis, a cui fece acquistare oltre venti opere di Gino mentre il marito per ogni acquisto della moglie si regalava un dipinto di Guccione. Era curioso vedere l’ampio ristorante trasformato in una galleria d’arte, con una lunga parete dedicata a Gino De Dominicis e in corrispondenza quasi speculare vedere altrettante opere di Guccione davanti a quelle di Gino. Un imperdibile braccio di ferro intellettuale tra marito e moglie. E questa signora acquistava solo da Pio, venditore porta a porta e solo Gino De Dominicis. Pio Monti è stato il maggior sostenitore di Gino De Dominicis, dal 1968 al 1980, e il miglior conoscitore delle sue opere, checché se ne dica o vadano dicendo gli esperti successivi e le malelingue. Pio fu il primo e tutti quanto vennero dopo e spesso in malo modo. I cosiddetti esperti fanno ridere davanti alla competenza di Pio Monti su Gino De Dominicis e su Emilio Prini, altro snodo nella vita artistico-culturale di Pio. Poi si potrà dire che il gusto di Pio Monti ha allargato troppo le maglie e per generosità è degenerato, ma vi assicuro che negli anni ’60-’70 aveva un occhio invidiabile. E il suo percorso lo dimostra.

Per tornare al libro di Germano Celant sulle gallerie Toselli, con le sue minuziose ricostruzioni degli eventi e delle mostre di quegli anni in tutta Italia e con le memorabili immagini di Giorgio Colombo (e talune, ma di cui non ho l’autorizzazione a pubblicare, di Ugo Mulas, specialmente una supersexy immagine di Carla Lonzi in minigonna e calze a rete che porgeva la mano, per un baciamano a Luciano Fabro, nel 1969, vera provocazione femminista dell’epoca), per me, che ho vissuto quei tempi e frequentato quei personaggi, è un’emozione indescrivibile. Rivedere i tanti amici perduti, Chiari, Boetti. De Dominicis, Nagasawa, Mattiacci, Nigro, John Baldessari ecc. sfogliando questo catalogo storico, per me è una emozione indicibile. Grazie Germano per questo regalo indelebile. Tu e nessun altro saresti stato il solo curatore capace di ricreare lo spirito della Milano anni ’70.

Tony Shafrazi a Milano sul set fotografico per la realizzazione
del libro Moogambo edito nel 1976 da Franco Toselli
(photo © Giorgio Colombo, Milano) e la copertina del libro.

Tony Shafrazi, artista e consulente dello Scià di Persia e di Kamran Diba
Tony Shafrazi, già grande gallerista e mercante internazionale, allora era un artista concettuale iraniano, arrivato da New York che cercava spazio e visibilità. Tony era un’anguilla. Imprendibile e senza sapere esattamente cosa volesse, ad ogni incontro ti sgusciava dalle mani. Dopo un lungo soggiorno milanese, senza aver realizzato alcuna mostra ma con un curioso libro concettuale, Moogambo, pubblicato da Franco Toselli, tornò a New York, dove diventò famoso, e credo che andò anche in prigione per alcuni giorni, per aver spruzzato con uno spray sul mitico dipinto di Picasso Guernica, la scritta KILL LIES ALL (La bugia uccide tutto).

L’arresto di Shafrazi e la cancellazione della sua scritta da Guernica

Tony Shafrazi era un vero artista anarchico e contro corrente. Un vero incendiario dell’arte. Ma poi con il tempo abbandonò l’idea di imporsi come artista concettuale per proporsi come mercante. Erano i tempi in cui Farah Diba, moglie dello Scià di Persia, e suo fratello Kamran Diba, a Teheran stavano realizzando uno dei più famosi musei di arte contemporanea al mondo. E grazie a Kamran, che io ho conosciuto bene, un importante architetto, padre dell’architettura neomodernista in Iran prima della Rivoluzione, ma anche illuminato appassionato d’arte, entrò in scena Tony Shafrazi, suo conterraneo di New York, come consulente e fornitore di opere per il costruendo museo di Arte Contemporanea. Kamran Diba, attivo negli Usa e in Europa come architetto, chiese a Tony di trovare sul mercato importanti opere dell’Espressionismo astratto e della Pop Art e successive, in USA e nel mondo. E Tony Shafrazi svuotò il magazzino di Leo Castelli dai Rauschenberg, Jasper Johns e tutta la Pop Art e raccolse il meglio dell’Espressionismo astratto. Sempre opere di altissima qualità e che ora giacciono non so dove in quale magazzino di Teheran. O forse sono esposte, ma io le ho perse di vista. A questo proposito Leo mi confessò un giorno, forse enfatizzando l’aiuto di Tony, che senza di lui sarebbe stato costretto a chiudere la galleria. Perché Tony Shafrazi, con un budget illimitato, acquistava generosamente da tutte le gallerie di New York (Sonnabend, Pace, Paula Cooper, John Weber ecc.) diventando, in pochi giorni, il più ricercato mercante della Grande Mela. Ed è stato Tony Shafrazi la vera mente del museo di Teheran, qualsiasi cosa si voglia far pensare oggi. Museo che, se lasciato in vita, sarebbe diventato il più rappresentativo Museo di Arte Contemporanea, soprattutto dal dopoguerra, oggi al mondo. Da quell’esperienza è partita l’idea di diventare gallerista e mercante. E in poco tempo Tony, con le prime esposizioni di Keith Haring e Basquiat, si impose come gallerista di primo piano nella New York fine anni Settanta. Per poi chiudere la sua carriera, dopo una esperienza entusiasmante, nel 2014. Forse per stanchezza o perché le cose a New York e nel mondo stavano cambiando.
Per oggi basta. Nel prossimo Amarcord parleremo ancora della Milano anni ’70 e dei suoi fermenti di femminismo nell’arte e di altro. A presto. Spero.

EFFEMERIDI

Orson Welles in trattoria a Perugia, 1952

Eroi a pranzo
«Non chiedere ciò che puoi fare per il tuo paese. Chiedi cosa c’è a pranzo.»
(Orson Welles) Courtesy Alle 5 della sera, di Cesare Lanza

«Quando non si ha nulla da dire, si parla o si scrive molto.»
(Giancarlo Politi e tutti quelli che l’hanno già pensato o scritto)

Elogio della vecchiaia.
Ovvero, quant’è bella giovinezza…

Sto scoprendo che la vecchiaia (ancor più di De Senectute) è la stagione più bella della vita. Se si escludono gli acciacchi, il colesterolo sotto controllo, un po’ di depressione (anzi melancolia) a giorni alterni e insonnia tutti i giorni, poca voglia di lavorare e molta di amare, il resto è felicità pura. Insomma se si riesce a convivere con le proprie ossessioni, restano (pochi) meravigliosi spiragli di luce che dànno un sapore speciale alla vita e che non cambierei con nessun’altra stagione. La mia terza o quarta giovinezza si può forse raffrontare solo alla mia infanzia meravigliosa in cui giocavo con la guerra e aiutavo i piloti, inglesi o tedeschi abbattuti con gli Spitfire o Messerschmitt sopra le colline di Trevi, a trovare loro un nascondiglio. Poi arriva la giovinezza che è la stagione dei sogni e degli errori. La stagione che ti afferma o ti spegne nella vita ma che sempre con il cinismo ti oscura il cuore. Dove tutto è possibile e a portata di mano eccetto l’Amore per te stesso e gli altri. L’amore per le cose piccole e grandi. Tutto accade e ti sembra eterno ma tutto passa in fretta e ti restano vaghi ricordi dei successi e delle sconfitte. Ti ritrovi sempre con un melanconico te stesso sommerso dal rimpianto degli errori e dei treni perduti. Ma io salvato dagli occhi di Gea e Cristiano e dalla forza boemica di Helena che mi sostiene e mi allieta la vita con le sue inebrianti peonie profumate.
Ed è bello svegliarsi la mattina e non sapere cosa fare. Perché hai un universo sconfinato davanti a te: rileggere La Terra Desolata di T. S. Eliot o le poesie di disperata religiosità laica di David Maria Turoldo, ripescare i poeti boemi degli anni Trenta, o soffrire ancora sulle pagine dell’Ulisse cercando di arrivare alla fine prima della tua fine. E scrivere, scrivere, scrivere cose a me piacevoli ma inutili agli altri. E guardare scorrere l’arte di oggi dalla tua comoda postazione restando aggiornato, attraverso Instagram se ben usato (sui siti più attenti, soprattutto internazionali), a rispondere a qualche email amica. E sognando ad occhi aperti l’arrivo di un nipotino che mi assilli in casa e mi scarabocchi il grande Gerhard Richter alla parete. Come Toni Shafrazi con Guernica.
Ed è bello (o triste?) affacciarsi in giardino o sul balcone per osservare un fiore che sboccia e goderne il profumo, magari rinunciando ad ascoltare un discorso di Draghi in TV. Questi sono i peccati e le gioie intensi della mia nuova giovinezza, che si fugge tuttavia…

Protagonisti resuscitati: Cesare Manzo
Mentre una mia agguerrita interlocutrice e stimolatrice, Sabrina D’Alessandro, impegna la sua vita di artista a resuscitare parole antiche, misteriose e affascinanti (Obumbrato, Scilinguo, Temulenta, Salapùzio, ecc.) raccolte in due libri straordinari, io cerco di resuscitare protagonisti, piccoli e grandi, ma certamente significativi, del mondo dell’arte. Cesare Manzo da Pescara è stato un protagonista quasi sempre osteggiato e misconosciuto dal Sistema dell’arte, non solo locale, dagli anni ’70 al 2010 e oltre. Ma Cesare, amico che rimpiango dolorosamente, è stato il vero motore della Pescara dell’arte e talvolta coinvolgendo l’Italia e il mondo. Gallerista geniale ma soprattutto creatore e realizzatore di eventi impossibili, sempre pieno di idee, sempre indebitate e vicino al collasso economico, è stato invece protagonista di quarant’anni di arte a Pescara. Sulla scia di Lucrezia De Domizio e Mario Pieroni, con l’attenta regia di Ettore Spalletti con cui talvolta volavano coltelli, Cesare Manzo da venditore di giornali si trasformò in venditore d’arte (qualche volta moltiplicando le opere dei suoi artisti, come ad esempio Pistoletto per cui fu anche condannato, mi pare) e gallerista straordinario, scoprendo giovani talentuosi e promuovendo amici da trattoria. Ma a lui tutto era permesso senza mai cadere nella sciatteria, perché da lui sono passati molti protagonisti dell’arte dei suoi giorni. E il grande Cesare fu l’ideatore di Fuori Uso, l’utilizzazione cioè di spazi abbandonati e in disuso che lui riportò alla vita con esposizioni talvolta memorabili, affidate quasi sempre a curatori inventivi come lui. Io vissi in prima persona Fuori Uso del 2000, curato da Helena Kontova e realizzato sotto i ponti dell’autostrada di Pescara. Fu un’avventura incredibile, con artisti arrivati anche da Mosca e che realizzarono a Pescara le loro opere migliori. Perché Cesare lasciava piena libertà agli artisti e aggiungeva la sua follia alla loro. Mai visto un organizzatore di eventi così aperto e disponibile come il povero e disperato ma impareggiabile Cesare Manzo. La sua creatività spesso superava quella dei suoi artisti. E la riscoperta di spazi “fuori uso” ora imperversa, da documenta alla Biennale di Venezia a tutte le grandi mostre internazionali e le piccole locali. Tutti ora cercano un sito nascosto, dimenticato, abbandonato, da riportare alla luce. Cesare lo ha fatto tutta la vita.
Poche notti fa l’ho sognato. Lui, trasandato e sudato, con me e altri in trattoria. Ed è stato un sogno bellissimo.
Ma ora la Pescara dell’arte, senza di lui, non è più la stessa Pescara che richiamava appassionati e artisti da tutta l’Italia. È altra cosa. Anche se forse sempre bella e scapigliata.

Mattarella, l’Arte lasciala da parte.
Un chiaro demerito culturale le onorificenze politiche

Jacques Prévert (sul rifiuto della Legion d’onore da parte di Louis Aragon): «Rifiutarla va bene, ma bisognerebbe non averla meritata»

Ho sempre mantenuto un mio punto di vista piuttosto freddo nei confronti del nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a cui riconosco pure qualità politiche. E lo considero molto migliore del nostro peggior Presidente, Giorgio Napolitano, già comunista dei tempi di Mosca e del KGB, di cui era il referente italiano e che ha sempre continuato a comportarsi da comunista ortodosso anche dopo la caduta della Cortina di Ferro. Non sono un politologo ed esprimo solo un parere molto personale, ma il buon Mattarella mi sembra un prete, anzi un cardinale impettito e insieme un libro stampato. Ma forse è il meno peggio del mazzo. Giudico comunque comica la nomina a Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica del pittore Franco Polizzi, conterraneo di Mattarella, pittore modesto, allievo di Guccione. L’unico suo merito è quello di piacere a Vittorio Sgarbi. Ho sempre pensato che le onorificenze politiche rappresentino un demerito culturale e che i politici debbano stare lontani dall’arte e dalla cultura. E il nostro Sergio Mattarella mi ha dato ragione. Offra questi riconoscimenti al brigadiere coraggioso o al commerciante che si ribella alla Mafia o al barista costretto a restare chiuso per disposizioni inique, ma lasci stare l’arte. Chiedo troppo da semplice cittadino, signor Presidente? L’Arte è una cosa complessa, delicata, talvolta spinosa. La lasci da parte. Non è cosa per lei. Grazie.

Io, Grillo Parlante, sono a favore della Super League del calcio
In genere evito di mettere becco in territori che non conosco. Evito di parlare di vaccini e di terapie politiche. E mi comporto, come dice il grande Orson Welles, con cui ho aperto questa rubrica, chiedendo piuttosto cosa c’è a pranzo (con poche sorprese per me) lasciando ad altri la (non) soluzione dei Massimi Sistemi. Tutto, ma proprio tutto, passa sulla mia e altrui testa (cioè su quella di quasi tutti gli esseri umani). Intervengo pertanto, con un mio punto di vista da bar, nel grande dibattito della Super League Calcio, cioè una sorta di campionato di calcio mondiale extraterrestre, con le più blasonate squadre di calcio del mondo e con i migliori calciatori in assoluto. Che però sembra essere tramontato. Per il momento. Ma tempo verrà, ne sono certo, che qualcosa del genere si realizzerà. Un super campionato con le migliori squadre e i migliori giocatori del mondo. Lasciando alle altre la consolazione (splendida) dei campionati di calcio nazionali e regionali e le fantastiche partite tra scapoli e ammogliati. Che non è poco. E ne parlo solo perché il fenomeno degli extraterrestri del calcio è molto simile a quello dell’arte, già in corso da tempo. Ma si sa, l’arte anticipa sempre tutto. Da una parte Gagosian, Hauser & Wirth, Zwirner, Pace, Perrotin, White Cube (ecc.), con Jeff Koons, Damien Hirst, Gerhard Richter, David Hockney ecc:, il MoMa, il Guggenheim, la Tate Modern, il Pompidou ecc. poi ci sono gli altri. Una selezione darwiniana economico-qualitativa inarrestabile. Le venti gallerie più autorevoli al mondo, i dieci musei con mille che inseguono, un centinaio di artisti (e un milione di comprimari e dieci, cento milioni di epigoni che sognano) che queste gallerie si spartiscono e l’immenso mercato miliardario nelle loro mani. La Storia e l’evoluzione dell’economia e il desiderio intellettuale di distinguersi con un Ai Weiwei in luogo della obsoleta Ferrari, non si possono fermare. Volenti o nolenti. Anche se a me piacerebbe che uno dei centri dell’arte fosse Roma o Milano, magari la lontanissima Ragusa del mio amico Giorgio, e qualche artista italiano fosse al centro dei grandi giochi internazionali (qualche top gallery, raschiando il fondo del barile, sta cercando di portare alla luce qualche italiano, con i nostri più fervidi auguri). Nella Super League dell’arte io italiano per ora vedo solo Maurizio Cattelan e Rudolf Stingel. Con Francesco Vezzoli, artista multiforme e luminoso, alla finestra.
Per questo mi sorprende la presa di posizione dei benpensanti e dei Capi di Stato o Premier (che dovrebbero pensare a ben altro) che si oppongono a questa Premier League del calcio e sono scesi in campo pure loro. E mi spieghino loro signori Primi Ministri quale sarebbe il danno di un ulteriore campionato con un gioco del calcio stellare. Gli tsunami non si fermano con le parole. Né con le parate. E purtroppo nemmeno con le paratie. Tempo verrà, ne sono certo… Per fortuna o purtroppo. L’Arte lo ha già indicato.

Venezia:
peggio della Cortina di Ferro

Leggo che il Comune di Venezia ha emanato un provvedimento per limitare gli affitti di spazi privati per mostre o eventi culturali durante la Biennale. Bravo signor sindaco e complimenti all’Amministrazione Comunale che imperversate con la vostra saccenteria. Una limitazione della libertà personale peggiore di quella che vigeva nella famigerata Cortina di Ferro. Ricordo che a Praga, negli anni ’70, gli artisti avevano come unica alternativa quella di esporre nei boschi, sotto i ponti o nelle abitazioni private affittate per poche corone. E su cui la polizia segreta, acerrima nemica della cultura militante, chiudeva un occhio. Invece il Comune di Venezia non chiude nessun occhio e vuole togliere ai veneziani e a noi visitatori anche questo senso di libertà e possibilità di scelta. Venezia, durante la Biennale, era curiosa per queste mostre o eventi in luoghi inaspettati e talvolta impossibili, che spesso si celavano dietro l’angolo di una calle deserta e gestiti in modo autarchico e autentico da giovani che usavano lo spazio anche come abitazione e ti offrivano il tè quando passavi. E ti ringraziavano con un sorriso radioso. Talvolta con vere sorprese. Insomma, il Comune di Venezia è peggio della impareggiabile Cortina di Ferro. E limitare la creatività spontanea, anche nel modo di allestire mostre, soprattutto in Italia è un delitto. Ma il dramma è che ormai siamo rassegnati ai divieti e ci troviamo in prigione credendo di essere in libertà. Perché in Italia il potere politico ti tiene ostaggio facendoti credere che sia una libera scelta.

L’arte al potere?

L’artista Davide Frisoni

L’arte non vuole ristori ma libertà. E se possibile un po’ di potere
Leggo con piacere che l’artista Davide Frisoni, che non conosco, ma dal viso intelligente e sorriso franco, è stato nominato Presidente della Commissione Cultura del comune di Rimini. Non so bene cosa significhi questo incarico e quali poteri abbia, ma ne sono ugualmente felice. Finalmente un non politico a gestire la cultura in un importante Comune. Sarebbe giusto che gli artisti venissero chiamati nel comune dove operano o anche al Ministero (sperando che non lavorino solo per se stessi: un pochino per loro e il resto per gli altri). Mi ha interessato invece una bella dichiarazione di Davide Frisoni: «Non vogliamo ristori ma vogliamo esistere. Mentre in Francia non ci sono tasse sulla vendita di opere d’arte tra artisti, mercanti e collezionisti, in Italia un artista è costretto ad aprire una Partita Iva, con tutto quel che ne consegue». Bravo Davide. Tu, nel tuo ruolo forse riuscirai a far capire all’arrogante Franceschini che per questo si dovrebbe battere, non con discorsi tromboni o tagli di nastri. L’arte contemporanea ha bisogno di libertà, solo di quella. Al resto penserete voi. Auguri e buon lavoro Davide!

Il Realismo Sovietico riemerge?
Mi sono sempre chiesto dove si nascondevano 50 anni di pittura sovietica. Dagli anni Trenta ai Novanta. Non è (statisticamente) possibile che un paese di grandi tradizioni letterarie e artistiche, come l’ex Unione Sovietica, madre di geni o grandi protagonisti della letteratura (Tolstoj, Dostoevskij, Čechov, Puškin, Solženicyn, Pasternak, Nabokov, Majakovskij ecc.) e dell’arte contemporana (Malevič, Tatlin, Rodčenko, Gončarova, Larionov, Chagall, Rothko, Gorky, Sonia Delaunay ecc. ecc.) per quasi cinquanta anni sia scomparso dalla mappa dell’arte contemporanea. Ma veramente il Realismo Sovietico, l’arte del regime non ha prodotto qualche interessante od ottimo artista? Io lo escluderei, perché la creatività e la genialità si esprimono sotto qualsiasi forma, e spesso le dittature e le oppressioni accentuano la creatività. Oppure perché non mostrare anche una défaillance di 50 anni al MoMa o al Guggenheim o in altri grandi musei e gallerie private con le opere più significative del Realismo Socialista? In Italia si è tenuta nel 2011 alla Quadriennale d’Arte a Roma, che purtroppo mi è sfuggita (grazie alla comunicazione sottotraccia delle nostre Istituzioni). O forse sono sfuggite a me, pur attento. Ora leggo che un’asta pubblica, con il tutto venduto, seppure a prezzi molto accessibili, si è tenuta nella genovese Wannenes. Anche se non siamo da Sotheby’s o Christie’s, è già un buon segnale.

Appunti per una Guerriglia: 54 anni dopo Che Guevara arriva Luca Rossi
Per chi avesse tempo, pazienza, voglia, qui c’è il Manifesto di Luca Rossi, una sorta di parodia ma anche interessante, del famoso manifesto di Germano Celant, che 54 anni fa introdusse l’Arte Povera nel contesto italiano e internazionale. Buona lettura!

Appunti per una guerriglia: l’arte post COVID

Incontri (occasionali) con la Poesia

David Maria Turoldo Coderno di Sedegliano, Udine 1916 – Milano 1992

Nostro Salmo
Condizione è che mai
quaggiù sia fatta giustizia:

Dio, non puoi limitarti a piangere,
riversa nel cuore dei giusti
la forza che ti sei interdetto d’usare:

e almeno essi
nel tuo nome compiano
quanto a te negato!

Dopo,
ciò che decidi
sarà ugualmente giusto!

Wystan Hugh Auden York, G.B. 1907 – Vienna 1973

Blues in Memoria
Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti e fra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino gli aeroplani lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano i guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed il mio Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: avevo torto.

Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai nulla può giovare.

Isidora Tesic, Brescia 1996

Destino
Vige l’assenza
Sul cupo rimbombo di vita smarrita

Pietà
Svenduto il dolore accordato
Solo angoli di sguardi
E parole ammesse.

Scelta
Battiti muti
Rallegrano Il tuo dolore.
Sei libero.

Abbandono
Sorge rosso
Sull’impronta
Della tua polvere.
La tua ombra, mi giace in petto.

Boris Brollo San Donà di Piave (VE), 1944

L’Uva di Giuseppe

Una fuga sul colore, l’uso dei blu
dei fondi unificati; l’uso degli
ori, di colori senza peso, senza
spessore: quadri senza tempo dai
piatti fondali con segni impressi:
segni non pittura bensì referenti,
non più scrittura ma significati,
simboli. Forse la pittura oggi non
vuole essere più linguaggio ma scrittura
dell’anima. Ecco perché impressioni
più che visioni, fonemi più che
citazioni o frammenti di discorso.
Una pittura probabilmente sempre
più vicina all’dea di se stessa:
alla propria “inutilità” estetico
artistica; una pittura sempre più
vicina al gioco, al ludico, alla
libertà.

Incontri con l’arte

Una modernissima scultura cicladica del sec. XVII a.C.

Capita spesso di sentir dire da qualcuno che non comprende l’arte contemporanea, ma ama quella del passato; tutto questo nasce da un equivoco fondamentale nei confronti dell’arte stessa e si può essere sicuri che le persone che così parlano non capiscono nulla né dell’arte del passato, né di quella contemporanea.
Piero Manzoni, Scritti sull’arte, a cura di Gaspare Luigi Marcone

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Giancarlo Politi