Amarcord 60: Arte al potere di

di 23 Giugno 2021

Per intervenire, controbattere o esprimere una propria opinione scrivere a giancarlo@flashartonline.com massimo 15 righe.

PS: molti lettori mi scrivono su Facebook. Chiedo scusa ma non posso aprirlo avendo dimenticato la password. Chi vuole comunicare con me usi la email: giancarlo@flashartonline.com.

ARTE AL POTERE
Alla fine degli anni ’50 a Roma, fra i molti artisti, frequentavo un amabilissimo amico pittore, che era anche un colonnello o maggiore dei carabinieri (forse dei servizi segreti del famoso e temuto generale de Lorenzo). Era un modesto ma determinato pasticcione che si era convinto di essere un gran pittore ed era riuscito a convincere anche il contesto che lo circondava, fatto di politici, magistrati, alta borghesia e alti ufficiali dell’esercito. E nel suo entourage aveva un buon successo e conduceva una vita di alto profilo. Mi invitava spesso in ristoranti costosi e viveva in un appartamento confortevole al centro di Roma, con una bella famiglia, figli modello e moglie devota. Un giorno a casa sua mi disse: «Vedi quel crocifisso?» e mi indicò un quadro con una specie di uomo in croce sbilenco e con qualche pennellata informale attorno, come è d’uso tra gli autodidatti. «Lo vorrebbe Giulio Andreotti, offrendomi un milione di lire (a quei tempi un sogno. Turcato e Vedova vendevano faticosamente a 20 mila lire) ma io voglio di più. Quanto gli chiesi? Un appartamento qui in centro, perché di quell’opera ho tante richieste e posso chiedere ciò che voglio». Poi non so o non ricordo se ottenne l’appartamento o come andò la transazione. Ma so che un pittore dilettante teneva in scacco il più potente uomo politico italiano con una pessima opera di carattere religioso. «Veramente l’Arte ha un fortissimo potere!», pensai tra me. Mi chiedevo come mai l’arte, in tutti i suoi aspetti, soprattutto velleitari, abbia questo potere di attrazione e di sopraffazione nei confronti altrui. Non c’è politico, giornalista, sindaco di paese e di città, che non abbia un artista o due da sostenere e di cui farsi vanto di esserne amico. Ogni persona benestante, uomo o donna, di destra o di sinistra, con un minimo di cultura, si crede un cardinale o un principe fiorentino e pensa di avere al suo fianco Raffaello appena incontra un pittore maldestro. In questi mesi, con il lockdown e la salita alla ribalta di virologi esibizionisti, opinionisti di professione (a 3.000-4.000 € ad apparizione), giornalisti in pensione, politici sempre alla ricerca di visibilità, non ce n’è uno senza un’opera d’arte contemporanea accanto o alle sue spalle. Veramente fateci caso.

Massimiliano Fedriga, il bravo amministratore friulano con alle spalle una promessa dell’arte locale. A dimostrare che lui ha occhi per il futuro.

Lo studio di Massimiliano Fedriga (il pur ottimo, credo, Presidente del Friuli-Venezia Giulia), ad ogni collegamento sembra una galleria di arte contemporanea di provincia. In tutti questi interventi, da me attentamente seguiti solo per vedere come l’arte contemporanea, nei suoi vari aspetti, mette sull’attenti chiunque, non ne ho incrociato uno, dico uno solo (e ne ho scorsi a centinaia) che si fosse circondato di un artista dilettante sì, ma anche con qualche qualità. No, tutti dilettanti e imbrattatele da strapazzo che però sbarcano il lunario, spesso anche benissimo, grazie a quel minimo di visibilità e di prosopopea che gli permette di credere o far credere di essere qualcuno. E si sente (e si vede) veramente di tutto.

Invece la parlamentare PD Chiara Braga, con una riproduzione di Banksy alle spalle, dimostra un ottimo aggiornamento culturale, a significare che anche i politici hanno un cervello. Brava Chiara.

Ciò che abbiamo sentito in virologia lo sento ogni giorno, da anni, nell’arte. E questi signori intervistati, usano questa TV trash per cinque minuti, per farsi belli e apparire persone che vivono la contemporaneità. È facile definirsi e far credere di essere un “artista contemporaneo”. Si sporca una tela di colore con qualche linea sghimbescia e si diventa artista contemporaneo (osservare la foto di Paolo Guzzanti, ottimo giornalista ma sprovveduto e improvvisato appassionato di arte contemporanea tra le opere di un altrettanto sprovveduto pittore): un occhio esperto riconosce subito il solito dilettante che riesce a farsi passare per artista. Il miracolo dell’arte. Ogni giorno rifletto e mi guardo attorno e noto che nessuna professione è così miracolosa e fruttuosa come l’arte (forse a parte la politica e certa finanza).

Paolo Guzzanti: a dimostrare che i giornalisti possono essere ottimi professionisti ma con zero senso estetico. Come è sempre avvenuto.

Oltre il 90% di economia generato nell’arte proviene da dilettanti
Se mettessimo insieme l’economia generata da milioni e milioni di pittori dilettanti, dal naïf allo spregiudicato informale sino al tridimensionale o a chi buca la tela con il rastrello del nonno e ora chi lavora con gli NFT, avremmo un income incredibile. altro che Jeff Koons o Gerhard Richter o Cattelan: nell’arte avviene ciò che avviene nell’economia quotidiana, contano i numeri. Un milione fa più di uno. In Italia le tasse le pagano i milioni di lavoratori e le aziende, piccole e grandi e che sostengono lo Stato, non certo i mille straricchi, che magari hanno la residenza a Montecarlo o a Lugano. Tanti anni fa il noto pubblicitario Gavino Sanna reclutò, per conto della Sanzanobi, azienda venditrice di grafica d’arte porta a porta e con fatturati miliardari, una azienda di rilevamento del mercato e scoprì, così fu scritto, che per il 92% il mercato d’arte è generato dai milioni di artisti sconosciuti e dai milioni di “collezionisti” creati dagli artisti. Al di fuori del sistema dell’arte. Dicasi artista colui che dipinge un quadro e collezionista colui che acquisisce questo quadro. Dunque milioni e milioni di artisti e altrettanti collezionisti. È la quantità che determina i grandi numeri, non la qualità.

Il caso di Thomas Kinkade, il pittore della luce
Thomas Kinkade è stato un geniale pittore americano di paesaggi che aveva infestato gli Stati Uniti di sue opere (tutte grafiche tratte dai suoi dipinti) e che attraverso abili strategie di vendita era riuscito ad affermarsi come nessun altro pittore all’interno degli USA. In un certo momento della sua vita (piuttosto breve, purtroppo, deceduto a 58 anni) aveva fondato ed erano di sua proprietà oltre 250 gallerie in tutto il paese che lo rappresentavano, centinaia negozi di cornici che offrivano le sue opere incorniciate e una vendita capillare attraverso Internet in cui tu sceglievi un’opera di Kinkade, cliccavi la cornice che preferivi e dopo pochi giorni ricevevi l’opera a casa. Pagandola contrassegno o con carta di credito. Thomas Kinkade per alcuni anni fu il sogno dell’americano medio. Ogni casalinga americana (e non solo) aveva un sogno, che spesso realizzava: avere in casa alcune opere di Kinkade: tutte opere rassicuranti e tranquillizzanti: paesaggi boschivi, laghetti di montagna, colline e case innevate, ecc. Tu potevi scegliere il soggetto che ti appariva e nel formato che volevi (e che trovavi in una delle 250 gallerie e i tantissimi corniciai USA), sceglievi la cornice a seconda del tuo arredamento e il gioco era fatto. E avevi opere che riscaldavano la casa e tranquillizzavano l’occhio.

Il mio sogno frustrato di intervistare Thomas Kinkade
Negli anni ’80 Thomas Kinkade era l’artista più popolare, ammirato e ricercato degli USA. Ma solo negli Usa e solo dagli americani poco acculturati. Che però erano più di duecento milioni. Si dice che sia stato l’artista più venduto del globo con centinaia di milioni di opere (ripeto: tutte opere grafiche tratte dalle opere originali che non mi pare lui volesse vendere perché destinate a un ipotetico Museo Kinkade che poi non so se è stato mai realizzato: da un originale Kinkade ricavava più versioni per l’opera grafica a seconda del formato e tirate in migliaia di copie: piccolissima, piccola, media, grande e grandissima. In realtà un manifesto litografico, stampato con grande cura e acquistabile solo in una cornice Kinkade). Fu anche quotato in borsa, non so se a Wall Street o altrove ma certamente lo fu. Lui era popolare soprattutto nella profonda America, dove per arte intendevano un paesaggio rassicurante in cornice. Andy Warhol me ne parlò con grande ammirazione perché lui era molto attento e attratto dalle strategie di mercato e secondo lui Thomas Kinkade era un genio perché era riuscito ad introdurre una o più opere in ogni casa di un americano medio. Che era anche il sogno di Andy Warhol e di Jeff Koons che però non potevano avere lo stesso potere di penetrazione di Kinkade a causa dei prezzi. Kinkade credo che non costasse molto: opera più cornice dai 250 ai 5.000 dollari mi pare. Ma moltiplicate queste cifre per venti, forse cinquanta milioni e verranno fuori entrate da capogiro che Jeff Koons e Andy Warhol si sognavano. Io tentai invano e più volte di incontrare Thomas Kinkade per intervistarlo ma lui mi snobbò completamente. Aveva catene di riviste per donne e di cucina e di arredamento che si occupavano di lui, figurarsi se lui voleva perdere tempo con una rivista di nicchia come Flash Art! In quegli anni per me fu una vera frustrazione, anche perché ero curioso di incontrare questo genio dell’organizzazione dall’aspetto un po’ grossolano ma dal cervello certamente fino.

Kinkade, il mito di Andy Warhol e Mark Kostabi
Ovviamente Kinkade fu l’idolo di Mark Kostabi che attraverso la sua fabbrica bypassava le gallerie d’arte. Io ho conosciuto Mark Kostabi nei primi anni ’80, attraverso un annuncio pubblicitario sul New York Times, mentre ero a New York: «Arte? Dal produttore al consumatore. Visitate lo Studio di Mark Kostabi (indirizzo, tel. eccetera…)» o qualcosa del genere. Io mi precipitai e incontrai subito un genio della comunicazione e allora anche ottimo artista, perché era il vero artista concettuale. Come nessun altro. Infatti lui non interveniva mai nella sua opera, pensata e dipinta da altri. Le firmava soltanto. Lui, attraverso annunci pubblicitari, invitava giovani artisti ad inviargli un progetto pittorico che poi Mark faceva realizzare dai suoi assistenti. Quando l’ho conosciuto io il suo compito era di scegliere con ciò che lui chiamava “pensatoio”, cioè lui e suo fratello, che era una sorta di Writer, i progetti ricevuti per poi farli realizzare. E penso che offrisse 100 dollari per ogni progetto accettato. Ma il suo studio era super organizzato: vendeva, oltre alle opere, i suoi cataloghi, firmati e non, a prezzi diversi, cartoline delle sue opere a 50 centesimi e firmate a 5 dollari. Lo stesso per i cataloghi, libri e manifesti. Insomma una fucina di idee per incrementare il suo business che ad un certo punto divenne enorme. Appariva spesso anche in una TV dove invitava giovani critici, che retribuiva sempre con 100 dollari, a dare un titolo alle sue opere. Ma Mark realizzò la sua fortuna economica soprattutto in Italia, dove ha venduto migliaia e migliaia di opere: credo sia uno degli artisti, insieme a Schifano, più presenti nel mercato italiano. A New York, sempre nella sua famosa TV, dove veniva spesso invitato, incappò in un incidente che gli precluse molte vie del mercato: proclamò che il mercato dell’arte era gestito da ebrei e omosessuali, per questo lui ne era fuori. Figùrati, con un simile proclama a New York nel 1985 eri bandito! A tal punto che io provocatoriamente pubblicai una intervista con lui in Flash Art, dedicandogli anche la copertina e Jeffrey Deitch mi disse che dopo questa intervista, Flash Art non avrebbe avuto lunga vita. Una delle poche predizioni sbagliate del grande Jeffrey. Ricordo anche che la casa di televendite Telemarket, grazie ad un amico comune, mi chiese di contattare Mark per offrirgli un contratto in esclusiva di un miliardo di lire (chi si ricorda delle lire? Un miliardo era indice di vera ricchezza!). Mark mi ringraziò ma disse di no. Lui preferiva esporre nelle gallerie anche di provincia, a Porto Recanati, Lodi, Loreto, Caserta, dove per una serata era il protagonista assoluto, suonava il pianoforte (sua grande passione), incontrava le persone e parlava amabilmente con loro. E talvolta incontrava anche l’amore. E poi, mi confessò che lui guadagnava più di un miliardo.

La grande giostra estiva dell’arte, Mark Kostabi, Marina Abramović, Vanessa Beecroft, Giancarlo Politii, Damien Hirst, Maurizio Cattelan e Anselm Kiefer ritratti da Kostabi per la copertina di Flash Art Italia N° 206 (ottobre-novembre 1997).

Vanità, non mecenatismo
Ma perché ho raccontato queste storie, a volte personali a volte meno? Per cercare di capire ma anche sottolineare il potere di penetrazione dell’arte, del farsi bello accanto a un quadro che fa pensare agli altri che sei un cervello fine e che sei un uomo di cultura. Dante Alighieri non è vissuto di questo? Amici miei, ma l’arte (e la cultura) è sempre stata questo, dal piccolo al grandissimo, una ostentazione dello status: io colleziono arte contemporanea, dunque sono intelligente, coltivato e ricco. E questa è vanità, non mecenatismo.
Una Ferrari non ti dà tanto e nemmeno uno yacht. Io presumo che prima o poi Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo e al cui confronto il nostro Recovery Fund che ha diviso il paese in mille pezzi fa ridere, Elon Musk (il secondo in classifica), Bill Gates, Mark Zuckerberg, Warren Buffett ecc. vorranno emulare Pinault e Arnault: allora ci sarà da ridere. Per loro gettare sul mercato un miliardo di dollari sarà uno zuccherino ma per il sistema dell’arte uno scossone. E questo avverrà presto, appena capiranno che avere la più importante collezione al mondo o donarla ad un museo li porrà al riparo dalle accuse di essere un inquinatore del mondo o uno sfruttatore dei lavoratori o un contrabbandiere di organi. L’arte, l’amarla, il possederla, il mostrarla e poi regalarla all’umanità ha un potere salvifico che una volta aveva solo la religione. Per questo l’arte non morirà. Finché ci sarà la speranza ci sarà anche l’arte. In tutte le forme che volete voi.

Incontri (personali) con la Poesia

Rupi Kaur

Rupi Kaur è una poetessa, scrittrice e illustratrice nata in India nel 1992; immigrata da bambina in Canada, si è stabilita a Toronto.

È stupro

al sesso bisogna acconsentire in due
se una persona se ne sta lì senza far niente
perché non è pronta
o non se la sente
o semplicemente non vuole
ma l’altra fa sesso
con il suo corpo, non è amore
è stupro

se me ne sono andata non è perché
avevo smesso di amarti
me ne sono andata perché più
restavo meno
amavo me

sono un museo pieno d’arte
ma tu avevi gli occhi chiusi

nessuno dei due è contento
ma nessuno dei due vuol mollare
così continuiamo a farci a pezzi a vicenda
e a dire che è amore

sei nata con
la debolezza di cadere
sei nata anche con
la forza di rialzarti

Da milk and honey, ed. tre60 / TEA, 2020

Sharon Olds
(San Francisco, 1942)

Vero Amore
(traduzione di Ludovica Zaccardi)

Nel mezzo della notte, quando ci alziamo
dopo aver fatto l’amore, ci guardiamo
in completa amicizia, sappiamo cosa l’altro ha fatto. Legati l’uno all’altro
come alpinisti che scendono da una montagna,
legati con la corda della sala parto,
vaghiamo per il corridoio verso il bagno, io
cammino a stento, zoppico attraverso l’aria granulare
senza ombra, so dove sei anche con gli occhi chiusi,
siamo legati l’uno all’altro con enormi fili invisibili, i nostri sessi
muti, esauriti, schiacciati, l’intero corpo un sesso,
sicuramente questo è il momento più beato della mia vita,
i nostri figli addormentati nei loro letti, ogni destino
come una vena di minerale duraturo ancora non scoperto. Mi siedo
sul gabinetto di notte, tu sei da qualche parte nella stanza,
apro la finestra e la neve è caduta rapidamente, contro il vetro, guardo in alto e dentro,
un muro di cristalli freddi, silenzioso e scintillante, ti chiamo in silenzio e tu vieni a tenermi la mano e io dico che non posso vedere oltre. Non posso vedere oltre.

(da Strike Sparks: Selected Poems 1980-2002, pubblicata da Alfred A. Knopf, 2004)

Anonimo del XXI secolo
(non pensando a Giuseppe Ungaretti ma forse a T.S. Eliot)

Aspettando Phoebe

Da anni mesi giorni
ti aspetto
sangue anche mio.
Non posso spegnerti o tempo
ma concedimi una pausa
un solo minuto ti chiedo
per sfiorare il suo volto
se proprio non riuscirai a concedermi
il suo sorriso.
Un sorriso per accendermi
di vita l’abisso del nulla.

Effemeridi

Menù dell’Arte Contemporanea

Le prossime grandi mostre internazionali? Ecco il menù.
Un artista bianco (soprattutto americano o inglese o tedesco), due africani, una donna, anzi due, un transessuale, anzi molti, un artista palestinese, nessun israeliano assolutamente, un siriano, due cinesi, un filippino. E un diversamente abile. Il tutto moltiplicato per dieci o venti, a seconda dell’ampiezza della mostra e del budget. E comunque tra poco assisteremo anche all’espulsione degli artisti bianchi che dovranno finanziare la rassegna ma da cui dovranno essere rigorosamente esclusi.
Questo è il nostro presente cari amici, ma soprattutto il vostro futuro. E sono sicuro che le prossime Biennale di Venezia e documenta di Kassel saranno condizionate da questi parametri. È inevitabile. Altrimenti non puoi esistere. Il politically correct lo impone ed è forse giusto. Anche le mostre parrocchiali o di quartiere, seppure in modo ridotto, saranno costrette a servire questo menù con alcune varianti: un italiano bianco, tre-quattro italiani di origine africana, due di origine indiana, tre filippini ecc.. Curatore: rigorosamente non bianco. Meglio se africano, perché sono i più veloci ad informarsi. Auguri a tutti gli amanti dell’arte. È giusto vedere e godere anche di quest’altra faccia dell’arte.

Effemeridi

«Io penso che l’ingerenza da parte degli Stati democratici nei confronti degli Stati totalitari sia un diritto ingiustamente rivendicato perché implica l’intervento militare e consiste nell’imporre il “bene” agli altri. Noi europei ne abbiamo una lunga tradizione con le Crociate o le guerre coloniali. In nome del nostro regime politico superiore – e penso effettivamente che la nostra democrazia sia superiore – saremmo in diritto di imporre il bene agli altri. È un diritto che nessuno ci ha dato.»

Follia pura

La scultura di Arnaldo Pomodoro alla Farnesina: di fronte ad ogni espressione del potere finanziario, politico, Istituzionale, troviamo una scultura di Arnaldo Pomodoro. Segno di straordinaria capacità di penetrazione dell’arte nei centri di potere.

Cari amici lettori, volete sapere dove è arrivata la follia autocelebrativa degli artisti? Per accedere al catalogo on line di Arnaldo Pomodoro bisogna sorbirsi 14 lunghe e noiosissime regole e una ventina di sottoregole. Sembra un capitolato di appalto di un’opera pubblica italiana. Abbiamo sempre saputo che un artista è un folle e sempre abbiamo ammirato e rispettato la sua follia. Non sapevamo ancora che un artista può essere vittima della mentalità burocratica al punto di diventare un carnefice dei suoi ammiratori. Sfido chiunque a leggersi questo papiro prima di entrare nel catalogue raisonné del pur bravo Arnaldo. Il quale ha avuto una vita artistica fantastica, lunga e gloriosa, un po’ a margine del sistema dell’arte, come avviene per numerosi artisti, ma piena si soddisfazioni e di lauti guadagni. Il viaggiatore dell’arte incontra le sculture di Arnaldo Pomodoro davanti ai luoghi del potere finanziario o politico, dagli Emirati Arabi a Piazza Diaz a Milano. Arnaldo ha saputo gestire il proprio lavoro di artista (che personalmente reputo non miliare) come nessun altro. Da giovane è entrato nella galleria Marlborough, che forse gli è servita da passe-partout nelle piazze del potere. Dagli aeroporti alla Farnesina, agli Expo in tutto il mondo, alle società finanziarie, Arnaldo è sempre stato l’Ambasciatore (ahimè) dell’arte italiana. Ho una grande ammirazione per la sua capacità di gestirsi, anche perché a conoscerlo bene è anche uomo generoso (non dimenticherò mai che rese meno dolorosi gli ultimi giorni di Italo Mussa facendolo ricoverare in un ospedale adeguato e forse assumendosene anche i costi: questi gesti sono al di sopra di qualsiasi giudizio estetico). Mi sorprende, però, che un uomo pragmatico come lui si sia lasciato irretire da un formulario folle solo per poter accedere al suo catalogo ragionato, cioè per vedere le sue opere. E poi, maldestro navigatore, malgrado tutti i tentativi, non sono riuscito. Provate un po’ voi!
PS: vengo a sapere da un amico che Arnaldo Pomodoro è estraneo a questa vicenda. Pare sia relegato, impotente e malandato, in un appartamento, assistito da un infermiere. La Fondazione Arnaldo Pomodoro cammina sui propri piedi. Che amarezza la fine della vita!
https://www.arnaldopomodoro.it/catalogue-raisonne-termini-e-condizioni-duso/

Mario Schifano a New York: un confronto improponibile

Mario Schifano è stato un ottimo artista italiano. Con la sua bravura e stravaganza ha anche caratterizzato un’epoca, gli anni ’60 a Roma, tutto droga e rock’n’roll. La Roma dei ricchi e nobili che per la prima volta incontravano l’arte contemporanea attraverso il geniaccio che proveniva da una pompa di benzina. Mario, che io ho frequentato sin dagli inizi, sin dalle sue mostre all’Appia Antica di Emilio Villa, è stato un vero genio anche se un po’ sprecato da una vita troppo generosa per un artista. Il suo lavoro è molto debitore dell’arte di New York che lui visitò nel 1962 e dove incontrò Jasper Johns, artista che lo ha marcato a vita. E di cui il suo lavoro ne evidenzia la provenienza e sudditanza. Mi sorprende questa sua mostra a New York. Un po’ come gettarsi nelle fauci del leone. Il suo lavoro è anche splendido ma solo tra le mura italiane. Portarlo a New York significa pretenderne un confronto improponibile.

https://www.artribune.com/arti-visive/arte-moderna/2021/05/mario-schifano-new-york-pop-art/ utm_source=Newsletter%20Artribune&utm_campaign=82e640f365-&utm_medium=email&utm_term=0_dc515150dd-82e640f365-153963101&ct=t%28%29&goal=0_dc515150dd-82e640f365-153963101

Altri articoli di

Giancarlo Politi