Amarcord 62 di

di 28 Settembre 2021

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Incontri (personali) con la poesia

Anacreonte
(Teo, Grecia, 570 a.C. circa – Atene, 485 a.C. circa)

La fanciulla di Lesbo

La palla rossa
a me lancia Eros dai capelli d’oro
e con una fanciulla dai sandali a colori
mi spinge a giocare.

Ma essa, ch’è di Lesbo dalle belle case,
sdegna me bianco sul capo
e avida sospira per un altro.

(traduzione di Salvatore Quasimodo)

Ad Priapum
(pubblicati in latino per evitare alcune locuzioni scabrose in italiano)
Da I Carmi di Priapo

Carmen XXIX
Obscoenis, peream, Priape, si non
uti me pudet improbisque verbis.
Sed cum tu posito deus pudore
ostendas mihi coleos patentes,
cum cunno mihi mentula est vocanda.

Carmen XXXVIII
Simpliciter tibi me, quodcumque est, dicere oportet.
natura est quoniam semper aperta mihi.
Paedicare volo: tu vis decerpere poma.
Quod peto, si dederis: quod petis, accipies.

Cielo (o Ciullo) d’Alcamo
(Alcamo, … – sec. XIII)

Antecedente a Dante Alighieri: un misto di bellissimo latinorum, siculo e volgare italiano

Rosa fresca aulentissima…
«Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ la state,
le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:
tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia».

«Se di meve trabàgliti, follia lo ti fa fare.
Lo mar potresti arompere, a venti asemenare,
l’abere d’esto secolo tut[t]o quanto asembrare:
avere me non pòteri a esto monno;
avanti li cavelli m’aritonno».

«Se li cavelli artón[n]iti, avanti foss’io morto,
ca’n is[s]i [sí] mi pèrdera lo solacc[i]o e ’l diporto.
Quando ci passo e véjoti, rosa fresca de l’orto,
bono conforto dónimi tut[t]ore:
poniamo che s’ajúnga il nostro amore».

John Lennon con Yoko Ono.

John Lennon
(Liverpool 1940 – New York 1980)

Immaginate (1971)

Immaginate che non ci sia alcun paradiso
Se ci provate è facile
Nessun inferno sotto di noi
Sopra di noi solo il cielo
Immaginate tutta le gente
Che vive solo per l’oggi

Immaginate che non ci siano patrie
Non è difficile farlo
Nulla per cui uccidere o morire
Ed anche alcuna religione
Immaginate tutta la gente
Che vive la vita in pace

Si potrebbe dire che io sia un sognatore
Ma io non sono l’unico
Spero che un giorno vi unirete a noi
Ed il mondo sarà come un’unica entità

Immaginate che non ci siano proprietà
Mi domando se si possa
Nessuna necessità di cupidigia o brama
Una fratellanza di uomini
Immaginate tutta le gente
Condividere tutto il mondo

Si potrebbe dire che io sia un sognatore
Ma io non sono l’unico
Spero che un giorno vi unirete a noi
Ed il mondo sarà come un’unica entità.

(traduzione di Ermanno Tassi)

Anonimo del XXI secolo

Leone è Lev
Leone o meglio Lev, sogno mio
I giorni non sono giorni
sono una vita
di chi è appeso
al filo del tempo.
Un istante è la speranza
di un ultimo sguardo
e occhi che implorano amore
ma un’ora è un anno
e un giorno una vita
di chi ha vissuto troppo
e ora ha i minuti contati.
Allora sono impaziente
di abbracciarti amore mio,
arriva presto impavido Leoncino
la vita per te è eterna
per me un fiore senza petali.
Allora ti attendo anima mia
all’ingresso della vita
ma corri gattoni verso di me
altrimenti troverai solo
il ricordo dell’ombra
di chi ha vissuto troppo presto.

Utagawa Kuniyoshi, Monk Nichiren Calming the Stormy Sea, 1835 ca. The Metropolitan Museum of Art, New York.

Quasi Anonimo veneto del XXI secolo

Ogni adesso, o niente.
“Adesso. Sì. Sì”.
Lasciammo il tavolino che tremava
E gli aperitivi di Bastianello perplessi.
Corremmo, verso Tiffany,
Tra Ia gente della domenica
Superata a scusi, ci scusi,
e ancora ci scusi.
Volammo su corso Venezia
Riparando su via Spiga

Mi stringevi il cuore
Nelle mani, fredde.
“Siamo due pazzi”
Mi passavi come vento,
onde di Kuniyoshi negli occhi
“Di noi, sì, sì, sì, di noi”.

“Buonasera, benvenuti”
Ci gettammo voraci, sugli anelli.
“Quelli, quelli, si esatto.
Dobbiamo correre,
correre a sposarci”.
“E il pacchetto?”
Infilammo, furtivi, in tasca, le fedi.
“Come vi amate, voi”
le parole chiusero la porta.
E già distanti eravamo.
E di corsa, ancora,
E ancora scusi e scusi e scusi.
E, scusi…

Vuoi, puoi, sposarmi?

Con noi una luna di gennaio,
E la camelia, forte, quasi in fiore,
E il nostro silenzio fremente,
Che attendeva di vederci cosi,
Da troppo.
L’urgenza pungente di te,
L’urgenza urgente di amarti
Ogni adesso, o niente

PS. E così ci sposammo nella notte del 14 gennaio ’18.
E così ti ho sposata il 7 agosto del lontano ’17,
quando ti incontrai in un altro mare, e tu non sapevi.
Io sentivo. “Manchi a questo mare”,
ti scrissi subito quando partisti dalla Pantelleria del nostro Flavio.
Sei stata, subito, capitano, onda e orizzonte, bussola e maestrale, di ogni mio respiro.

E cosi ci siamo sposati ancora tante notti ad ogni latitudine.
Oggi 9 luglio, e ancora oggi 6 settembre del ’19,
Gea e Cristiano si sono giurati amore eterno
e sono marito e moglie, e ancora domani, e ancora.

Bonjour Maurice

Vicente Todoli e Roberta Tenconi, curatori di Breath Ghosts Blind.

Bonjour Tristesse, di Françoise Sagan, fu il primo bestseller che ho letto. Ricordo ancora la copertina di Longanesi di vago sapore liberty/esistenziale ed era il 1954. E in Francia si voleva dimenticare la guerra. A quei tempi divoravo tutta la letteratura francese dell’800. Tutta. Proprio quasi tutta. E divorata anche più volte. In quegli anni avevo già letto, affascinato e commosso, Il diavolo in corpo, di Raymond Radiguet, anticipatore della letteratura maledetta e morto a 20 anni di tifo, che io ho sempre visualizzato poco più tardi con James Dean in Gioventù Bruciata. E l’ho riletto qualche mese fa, ma un po’ deluso. Il tempo non ha pietà. Debbo invece confessare, con un po’ di vergogna, che leggendo I Miserabili ho saltato quasi 100 pagine che descrivevano la battaglia di Waterloo. Un po’ noiosa per me la descrizione delle strategie militari di Napoleone e dei suoi generali. Invece Bonjour Tristesse della Sagan fu una felice immersione nella Francia esistenzialista di Dalida, Edith Piaf, Jacques Prévert, Jean-Paul Sartre, anche se non partecipavano alla storia. Ma erano nell’aria perché la Sagan parlava di una Francia che voleva riprendersi la gioia di vivere e di peccare, dopo i digiuni e le penitenze della guerra. Per me, sedicenne, vuoi mettere tra la battaglia di Waterloo con la lunga e penosa storia tra Jean Valjean, Cosette e l’implacabile Javert con le storie in diretta con il proprio tempo di Françoise Sagan con le trame della giovane Cecilia per convincere suo padre, vedovo, a sposare la sua amica Elsa in luogo dell’avvenente avventuriera Anna? Anche da bambino ho anteposto l’attualità alla Storia. Tex Willer e L’Uomo Mascherato avevano sempre la precedenza di qualche ora su Delitto e Castigo o Il placido Don, capolavoro della Russia pre-staliniana e ora introvabile (e non ho mai incontrato nessuno che l’abbia letto, malgrado fosse il capolavoro di un Premio Nobel).

Maurizio Cattelan, Ghosts, 2021. Piccioni in tassidermia.

Françoise Sagan e Maurizio Cattelan
Ma perché parlo di Françoise Sagan? Per confessarvi che per me, la contemporaneità, cioè la cronaca, ha avuto sempre un fascino superiore rispetto alla Storia. Un bambino o adulto sofferenti mi commuovono più della strage degli innocenti. Un amico in difficoltà più della crisi americana del ’29. E ora, da una intervista quasi inedita, mi viene in soccorso, seppure sarcasticamente, anche Ferdinand Celine, il grande riferimento della ormai moribonda destra letteraria europea: Oggi, mica vai a leggere Balzac per sapere chi è un avaro o un medico condotto. Le trovi nei vostri giornali, nelle riviste, al cinema! E allora a chi importa un libro?… Una volta s’imparava a vivere da un libro… Ma che belle trame, ora… pieni i giornali: ce n’è sulle carceri, sui manicomi! La sua graffiante ironia è diventata realtà.
Dunque il grande Celine ammette (malinconicamente) che Grand’Hotel o Sogno sono preferibili a Balzac o Stendhal per conoscere il mondo. E siamo attorno agli anni ’50, figuriamoci oggi cosa scriverebbe. E io sono sempre stato affascinato dal paradosso che spesso ha avuto la meglio sulla storia.

Maurizio Cattelan, Blind, 2021. Scultura polimaterica.

L’installazione di Maurizio Cattelan all’Hangar Bicocca a Milano è il Giudizio Universale del nostro tempo
Ecco perché mi piace salutare Maurizio Cattelan con Bonjour Maurice. Perché il romanzo della Sagan mi immerse e sommerse in una tempesta di smarrimento universale, per tempi e modi e comportamenti di vita a me sconosciuti: con Bonjour Tristesse fui proiettato nel buco nero dell’esistenza e fui stravolto così come mi ha stravolto in modo più drammatico il lavoro di Maurizo Cattelan, presentato con una regia perfetta da Vicente Todoli e Roberta Tenconi all’Hangar Bicocca di Milano. Analogamente al romanzo della Sagan, l’installazione spettacolare di Cattelan è portatrice di tempi che profetizzano un nuovo Giudizio Universale e che parallelamente alla Sagan (anche se in modo più forte e più poetico), testimonia le inquietanti tragedie del nostro tempo.
Il grande Totem con sagome di aerei che trafiggono una nuova e tenebrosa Torre di Babele e che ci richiama alla tragica realtà, il buio infestato da colombi in agguato come falchi per colpirti come i malefici uccelli di Alfred Hitchcock, una sagoma umana arrivata da lontano e un cane per indicare una vita da cani, cristallizzati come un reperto di una fuga disperata da una nuova Pompei: la fotografia del nostro tempo, delle nostre idee vacue, dei nostri sensi ottenebrati, proprio come il grande affresco michelangiolesco.

Calchi in gesso dagli scavi di Pompei.
Maurizio Cattelan, Breath, 2021. Coppia di sculture in marmo bianco di Carrara.

Ecco perché Maurizio Cattelan con la sua monumentale installazione alla Bicocca mi ha ricordato il Giudizio Universale. Grande spettacolo teatrale e grande arte, come è raro vederne ai nostri tempi. Jeff Koons ti fa leggere la ridente realtà della superficie americana, Damien Hirst riesce a declinare pittura e scultura e grande business come un tritacarne mantenendo la leggerezza e la poesia dell’artista smarrito, ma nessuno, dopo Francis Bacon, ha testimoniato l’oscurità, le inquietudini e gli abissi del nostro tempo come Maurizio Cattelan. Un grazie ancora a Vicente Todoli e a Roberta Tenconi per aver saputo interpretare, con una regia degna di Samuel Beckett, un lavoro articolato, complesso, tragico e poetico come quello di Maurizio Cattelan. Chi si perderà questa mostra avrà perso un grande tassello della nostra Storia Artistica e Umana.

Maurizio Cattelan e Massimiliano Gioni come San Simeone Stilita il Vecchio e San Simeone Stilita il Giovane (icona del 1699 di Nemeh d’Aleppo).

O New York o Morte
Ma come può un ragazzotto arrivato da Padova a Milano, via Bologna, alla fine degli anni ’80, e che pareva un passero spaventato quando bussò alla porta di Flash Art, diventare un interprete e protagonista universale del nostro tempo? Si può, si può. Basta essere super bravi, super intelligenti, super determinati, super curiosi e cercare ostinatamente il Meglio. E avvicinarsi all’arte più sofisticata, alla moda, all’editoria, a tutti i nuovi trend con modestia, curiosità e caparbietà. E se ci metti il Design, il gioco è fatto. Perché Maurizio Cattelan da Padova nacque come Designer, iniziò con sedie e tavolini ma sapeva che coniugando i tavolini sghembi già si avvicinava all’Arte. Quell’Arte che lui osservava religiosamente con forti suggestioni e di cui voleva diventare il protagonista di fine millennio. E ci riuscì proprio perché lo volle. Fortissimamente lo volle, proprio come il nostro conte piemontese Vittorio Alfieri che si fece legare a una sedia per studiare anche di notte. Pochi conoscono le privazioni e i sacrifici da anacoreta a cui inizialmente Maurizio si sottopose. Quando nei suoi primissimi tempi, a pranzo da noi, a una sua domanda su dove risiedere per diventare un artista importante io gli risposi: O New York o Morte, lui non rispose ma vedemmo il suo viso indurirsi e sogghignare, già alla Cattelan.
E fu New York, dove arrivò poco dopo ideando una borsa di studio per un giovane artista, che poi era lui, e diventando anche ladro di biciclette per sopravvivere. Ma nulla a confronto di quando a Padova rivestiva i defunti per poter fare il designer, cioè l’artista. E New York o morte funzionò. Visitò tutte le gallerie interessanti e gli artisti e i critici, in silenzio ascoltando e cercando di apprendere. Con la modestia di un parvenu e il suo sogghigno diabolico.

Milano e la Pirelli perché non conservano per i posteri
Breath Ghosts Blind, il grande monumento del nostro tempo?

A questo punto vorrei chiedere alla Città di Milano e all’Azienda Pirelli, proprietaria e sponsor dell’Hangar Bicocca, di mantenere per almeno un decennio la grande installazione di Maurizio, Breath Ghosts Blind, bellezza, grandezza e monito per tutti. E anche messaggio per i nostri figli e nipoti, molto più della imponente e superba installazione permanente di Anselm Kiefer. La Storia e le temperature del tempo si trasmettono soprattutto in questo modo. Smantellare questa installazione sarebbe un efferato delitto culturale. E anche trasferirla altrove, perché ricostruire lo spazio magico e spettrale dell’Hangar Bicocca sarebbe impossibile. Ma Milano (e alcuni privati) avrebbero il dovere di trasmettere questo capolavoro ai posteri. Se non loro, chi altri? Purtroppo la mia richiesta sarà inascoltata.

Gian Maria Tosatti diventi anche curatore
Sappiamo che Gian Maria Tosatti è stato nominato direttore della Quadriennale di Roma ma è anche l’unico artista invitato dal curatore Eugenio Viola al Padiglione Italia nella prossima Biennale di Venezia. “Troppa grazia Sant’Antonio!”, direbbe qualcuno! Ma io suggerirei a Gian Maria Tosatti di realizzare la più bella opera della sua pur brillante carriera: condividere i 1300 metri del Padiglione Italia (troppi per un solo artista, nemmeno Picasso li reggerebbe) e il giardino circostante, con altri colleghi. Diventi lui stesso curatore e inviti 10-15-20 giovani artisti che operano in Italia a condividere il suo spazio. Sarebbe il più bel Padiglione Italia della storia. Un artista finalmente curatore che condivide spazio e visibilità con alcuni suoi colleghi e colleghe offrendo loro l’opportunità di una visibilità internazionale. E’ talmente raro che un artista che vive in Italia possa avere una visibilità di alto livello, che l’opportunità offerta da Tosatti rimarrebbe nella storia della Biennale e della sua personale. Pensate a una bella parata di giovani e meno giovani artisti che operano in Italia, una parata anche meticcia, con artisti italiani ma anche i nuovi italiani, albanesi, africani, iraniani, filippini o americani, tedeschi ecc. se ce ne sono. Sarebbe la parata della nuova Italia dell’arte, senza confini culturali come l’arte vorrebbe e dovrebbe essere. Già Pistoletto, se non vado errato, in qualche mostra offrì il suo spazio o parte di esso ad altri artisti meno noti. Anche per questo è diventato Michelangelo Pistoletto. Gian Maria forza, aspettiamo questo tuo atto di umiltà e di coraggio per un Padiglione Italia indimenticabile! Un intero enorme Padiglione per te è troppo e occuparlo da solo sarebbe un vero suicidio etico.

Giuseppe Veneziano, il barzellettiere dell’arte
Ho sempre pensato e scritto che l’arte si muove su molteplici livelli. Ma non bisogna dimenticare che c’è un’arte per tutti. E questo è fantastico. C’è la grande arte dei musei, delle gallerie sofisticate, dei collezionisti, critici, curatori e utenti colti e informati: cioè il vero sistema dell’arte che domina il mondo anche se numericamente minoritario ed è in continuo cambiamento. Ed esiste anche un’arte di ottimi artisti che per qualità o sfortuna non riescono a raggiungere livelli elevati e operano con rispettabilità e professionalità e speranzosi di scalare i livelli più elevati (basta incontrare Gagosian o David Zwirner o Massimiliano Gioni o Hans Ulrich Obrist al bar e simpatizzare con loro e se non si è proprio degli asini, il gioco è fatto). Insomma c’è una speranza per tutti (perché questa nomenclatura va riportata in ogni città o ambito, dove vivono gli omologhi dei sopracitati). Poi esiste un’arte per tutti. Un’arte popolare e popolana, talvolta ludica, che piace alla gente e con cui la gente si diverte. Specialmente i bambini. E che quasi sempre per divertire racconta barzellette.
Ma esiste in larghissima misura, diciamo al 90%, non l’arte per tutti ma l’arte di tutti, in cui i protagonisti sono semplici ma devoti e ammirevoli appassionati di pittura che non conoscono se non loro stessi o i loro affini senza speranza e che immaginano un riconoscimento post mortem, come Van Gogh. E sono per lo più autodidatti. Questa categoria contempla il vicino di casa pensionato, il tassista, il calzolaio, il macellaio, l’oste, l’avvocato, il grande chirurgo ma anche l’homeless…. E felici di un complimento di un vicino, di un passante o un loro collega o superiore. Ho scoperto recentemente dei siti con migliaia e migliaia di artisti (a pagamento) con un curriculum immenso e che ti fa scoprire centri espositivi in hotel, parrocchie, abbazie abbandonate enfatizzandole come fossero il Guggenheim o il Centre Pompidou.

L’arte pubblica dovrebbe essere monitorata.
Come a Firenze

Giuseppe Veneziano, che pure mi è simpatico per alcune sue opere caricaturali, lo inserirei nella terza categoria, quella dell’arte ludica, scherzosa, da selfie per bambini e adulti accompagnati da bambini. La cosiddetta arte che dignitosamente e talvolta gioiosamente arreda il parco giochi, i giardini e le abitazioni private. Ma che troppo spesso ai giorni nostri invade dolosamente spazi che non le competono. E qui mi soffermo su di lui proprio per lo scempio operato dal nostro Giuseppe Veneziano, artista anche di buone qualità ma arrogante e dal gusto pessimo, nella piazza di Pietrasanta, in Versilia, un gioiello nel suo genere. Un accomodante e incompetente sindaco della deliziosa cittadina, un ignorante (in arte contemporanea) e dormiente e incapace Sovrintendente ai Beni Culturali, hanno permesso di oltraggiare un luogo memorabile, che è questa bellissima piazza storica, con opere grottesche e ridanciane. E che io reputo opere delittuose perché sparse nella piazza, in un bar e in tutta la città. L’arte pubblica, soprattutto nelle città storiche, dovrebbe essere monitorata attentamente: l’esempio lo offre la città di Firenze, con una programmazione di altissimo livello e mai invasiva.

Due opere di Giuseppe Veneziano: in primo piano una scultura che fa il verso, assemblandole, a due installazioni di Cattelan (l’autoritratto in cera che sbuca dal pavimento Untitled del 2001 e il wc placcato d’oro America del 2016); sullo sfondo la Blue Banana in cartapesta.

La vittoria del Brutto sul Bello, del Male sul Bene.
Però a Giuseppe Veneziano non perdono la sua tracotanza, il suo voler provocare l’ignaro osservatore con le infradito, riuscendo sì a divertire il bambino e il genitore naif ma anche ad imbarbarire una cittadina splendida che ha bisogno il meno possibile di arte contemporanea. Bellissima cittadina Pietrasanta in questa circostanza resa oscena dalla presenza ossessiva di opere scurrili e invasive di questo artista e dove su tutto incombeva una enorme banana blu in cartapesta, realizzata dal Carnevale di Viareggio (pensate un po’). Veneziano talvolta sarebbe accettabile se non volesse abusare sempre degli altri. Ecco, Veneziano è il tipico artista molestatore e violentatore seriale della decenza pubblica in arte. Purtroppo questi artisti come Veneziano, espressione spesso del cattivo gusto di oggi, hanno un seguito. Ignorati da gallerie, da musei e collezionisti raffinati, impazzano nelle periferie dell’incultura e della non arte. Ma queste periferie che hanno cooptato pure le grandi città, come in politica, sono vincenti, stanno avendo il sopravvento, sono arrivate in centro. E’ la vittoria del Brutto sul Bello, del Male sul Bene, del Trash sul Buon Gusto. Ne è un esempio anche l’interesse dimostrato per Veneziano da parte del direttore degli Uffizi, il tedesco Eike Dieter Schmidt, forse buon erudito sul Seicento, ma non certo uomo di cultura contemporanea. Un uomo che vive di passato.

Eike Dieter Schmidt accanto alla scultura-autoritratto di Giuseppe Veneziano in posa come il David di Michelangelo, con una banana blu al posto della fionda.

Credo che vivere con lo spirito e la testa nel Rinascimento o nel Seicento sia incompatibile con la contemporaneità. Si tratta di dimensioni culturali e spirituali talvolta contrapposte. Oppure dei famosi binari paralleli di Aldo Moro. Ho conosciuto o sfiorato storici dell’arte come Giulio Carlo Argan, Lionello Venturi, Roberto Longhi, Ludovico Ragghianti, Cesare Brandi. Nessuno di loro ha mai dimostrato interesse o sensibilità per la contemporaneità. Tutti grandissimi eruditi ma fuori dal tempo.
Non ho mai espresso giudizi critici nei confronti di artisti. Ogni artista fa ciò che vuole o ciò che può e io li osservo con piacere, interesse o divertimento. E li invidio tutti perché ritengo l’arte sia una fantastica terapia contro l’usura della vita e la depressione. E la quarta età. Mi sono permesso queste considerazioni su Veneziano, che pure talvolta ho apprezzato, perché mi sono sentito un frequentatore di Pietrasanta violentato e molestato. Anche se so che ormai Vittorio Sgarbi e lo Sgarbismo impazzano. Ma così sta andando il mondo. Allegria, amici miei. Il brutto e il peggio debbono ancora arrivare.

Dulcis in fundo, per ridere un po’ con Francesco Bonami:
https://www.instagram.com/p/CTRvLx0FoUW/

Flash Art non è più Flash Art?

Copertina bellissima. Testimonia la transumanza e il nomadismo della pittura. Sempre transfuga ma sempre con coniugazioni inaspettate. Bravo Giangiacomo Rossetti.

Scorrendo l’ultimo numero di Flash Art, fatica immane di mia figlia Gea, di Cristiano e del loro staff, mi viene da chiedere: ma questa pubblicazione di 300-400 pagine è ancora Flash Art, la storica rivista di otto pagine che io fondai a Roma, sulla Prenestina, nel lontano maggio 1967? Una rivista che ha percorso, con me e Helena, 50 anni di storia dell’arte, che ha visto nascere, sostenendole, la Minimal Art, l’Arte Povera, l’Arte Concettuale, il Neo-Geo, sino alla Transavanguardia, gli Young British Artists e poi anche dopo sino al Nuovo Millennio e il decennio successivo? Cos’è questa “cosa” che somiglia più a un libro che a una rivista? Invece è proprio Flash Art, sempre più sismografo dell’arte e dei costumi di oggi, che esprime le tendenze nuove ma anche il malessere che pervade il nostro tempo e che sposa le nuove istanze che io ignoro o che non condivido. Ma che mi dice anche, sfogliando questo numero, che la pittura figurativa non muore mai. Che si autointerroga, spesso si mimetizza, si racconta e si autoironizza, ma è pur sempre viva. E curiosa, quando è veramente curiosa. E cerca, come può, a differenza delle altre tendenze, di raccontarci o interpretare il nostro tempo, di farcelo vivere con le sue intemperie e i suoi eccessi. E sconvolgimenti feroci.
Vero Giangiacomo Rossetti, autore della bellissima copertina di Flash Art? E auguri a te e al tuo futuro.
Ma questo nuovo Flash Art dei nostri giorni ci dice anche che un approdo della moda è proprio l’arte, con cui vuol convivere e dialogare. La moda nell’arte non è un convitato di pietra, ma un interlocutore vitale, perché la moda insieme al design, come l’arte, assorbe tutti i sapori e odori della natura e della società. Li assorbe, li rigenera, li reinterpreta. L’arte e la moda, un matrimonio che si doveva fare e che ora si sta consumando come un grande respiro vitale per l’arte e la moda e il Design.
E chi vuol vedere e leggere a che punto è la pittura figurativa internazionale, al di là delle banalità che si leggono spesso in giro, non può perdersi questo numero di Flash Art Italia. In edicola oppure on line.

Cosa succede invece alla bella pittura figurativa del recente passato di Gian Marco Montesano e Carlo Bertocci? E Salvo?

Vorremmo invece sapere cosa succede alla bella e sapiente pittura figurativa italiana del recente passato. Di Salvo sappiamo che sta bene e cresce, ma lui anche in vita si è sapientemente gestito, sottraendosi per tempo dalle tenaglie dell’Arte Povera e dalle sue gallerie (inizialmente) poco generose e poco interessate a lui e lui molto poco interessato a loro, pittore com’era, non poteva certamente sottostare alla rigide regole “celantiane”. E Salvo nel prosieguo della sua carriera ha dimostrato che con l’Arte Povera non aveva nulla a che fare, lui pittore nato, trapiantato per caso a Torino, dove se non frequentavi l’Arte Povera eri schedato come un No Vax.
Meno fortunati (e forse meno astuti strategicamente) sono stati due ottimi protagonisti della pittura di immagine. Carlo Bertocci, che con le sue delicate atmosfere ma con una pittura sapiente e sensuale, ci fa respirare un’aria rinascimentale propriamente fiorentina e toscana, e Gian Marco Montesano che con una pittura talvolta aspra, anche violentata, fatta di grigi colorati o di colori tendenti al grigio, ci ha raccontato la nostra storia recente, facendoci trepidare ma anche sorridere. Ditemi voi quale successo avrebbero e quanto costerebbero questi due artisti se gestiti da Perrotin o White Cube o Gagosian. Io, con una sola opera di entrambi, che non posseggo, sarei ricco. La strada dell’arte è costellata da cadaveri eccellenti, come anche quella della letteratura. Ahimè, dove sono finiti tutti i miei amati scrittori, stelle fulgide di una notte che è diventata troppo presto mattina.

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Giancarlo Politi