John Smith Alma Zevi / Venezia

27 Luglio 2017

La scena si apre su un angolo di strada trafficata a Dalston, nell’East End londinese. Una voce fuoricampo inizia a dirigere, invece di descrivere, le immagini documentarie in bianco e nero. Il volo degli uccelli, i movimenti di macchina, dei passanti e le loro storie personali eseguono alacremente le istruzioni di questo regista invisibile e onnisciente, rispettandole con una precisione quasi magica. In una rivisitazione sperimentale di una delle scene migliori di Effetto notte (la pellicola di François Truffaut del 1973), il commento trasforma le immagini quotidiane nel set di un film di finzione, la cui narrazione non sospende mai completamente la nostra incredulità.
Come nel suo cortometraggio The Girl Chewing Gum (1976), John Smith complica e forza il significato di ciò che vediamo. Con un’ironia carica di sfumature nere, i suoi film giocano con le aspettative dello spettatore, lasciandolo disorientato in mezzo a illusioni sottili, abilmente costruite, che ricordano il desiderio di stupire proprio del cinema delle origini. Sono lupi vestiti d’agnello: indossando l’abito del cinema documentario, sovvertono dall’interno la lettura e il racconto del reale.
La mostra “Films in Sheep’s Clothing”, presso la galleria Alma Zevi di Venezia, ne raccoglie una modesta ma interessante selezione. In Om (1986), il ritratto di un giovane intento a vocalizzare il famoso mantra, vestito di arancione e affiancato da ciò che vuole apparire come fumo d’incenso, si trasforma quando il rumore di un rasoio elettrico si sincronizza e sostituisce il canto iniziale. In questo momento il presunto monaco diventa un ragazzo dal barbiere, intento a fumare in attesa della rasatura completa. Eliminato quel suo primo vestito-significato, è per noi facile proiettare nuove interpretazioni sull’assenza di capelli e su i nuovi abiti che, letteralmente, non fanno il monaco.
In Steve Hates Fish (2015), la fotocamera di un cellulare, utilizzando un’applicazione per la traduzione istantanea, trasforma le insegne di una strada londinese in una nuova forma di scrittura automatica. Sono “pubblicità surreali” (“surreal commercial” è proprio una delle nuove scritte così create), nate dall’incapacità dell’algoritmo di ritrovare la lingua originale di partenza (impostata da Smith in francese) e dalla sua conseguente e libera interpretazione. Il testo del reale è così riscritto, in una continua variazione di senso che rivela possibili messaggi subliminali, nascosti in questo paesaggio quotidiano. “Non c’è niente al di là del testo”, ripeteva Derrida. Smith ci mostra le possibilità visive di tale affermazione, trasformando, nuovamente attraverso il linguaggio, la cacofonia di una strada londinese in un racconto surreale.

Cerca altri articoli

Recensioni