Si respira un’aria di sbornia al mio arrivo nella nuova sede di Ordet, un’ex auto-officina le cui superfici sono state completamente dipinte di bianco. L’ingresso è decorato da una fila di birre verde-nausea, piccole superstiti della sera passata. La galleria ha festeggiato il trasloco, e ad aprire le danze è Cosima von Bonin (1962), artista tedesca di fama internazionale.
Sembra essere un passaggio obbligatorio all’incipit di ogni testo, recensione o saggio sul lavoro di von Bonin, quello di commentare velocemente il suo marchio di fabbrica: l’evasività. Qualcuno la ha definita una “escape artist”, che intessendo le proprie installazioni in una nebbiosa rete di riferimenti a storia dell’arte e autobiografia, insegue un effetto di opacità iconografica, lasciando spesso il pubblico in una condizione di parziale oscurità. Nelle parole di Katharina Dohm, “the art either touches one’s heart or it leaves one cold. Either way it is all the same to Cosima von Bonin.”1
Allontanarsi per lasciare spazio, dunque: il pubblico, disarmato, è costretto a confrontarsi con le immagini nella loro potenza prima, sensoriale. Senza coordinate precise, lo spaesamento è normale, così come la vaga sensazione di mal di mare che ne consegue. Questo effetto sembra colpire le opere stesse, come Anschauungsobjekt (2001), barca-scultura bianca arenatasi temporaneamente in galleria; scombussolata, senza vento né vela, la nave giace stanca, triste. Penso alla macchina di Cady Noland, altra celebre “artista della fuga” di cui von Bonin è aperta ammiratrice. In Towards a Metalanguage of Evil (Documenta 9, Kassel 1992) il percorso espositivo, sviluppato lungo un garage sotterraneo, si apriva con un van (anch’esso bianco) ribaltato sul fianco, il muso sfasciato e il parabrezza in frantumi sul pavimento. La parentela tra barca e auto è evidente: apparizioni inaspettate, piccole brecce nella linearità del reale, nonché spettri di violenza e cedimento.
Se si segue la direzione indicata dall’albero della nave, poggiato delicatamente sulla balconata fino al soffitto, salendo la rampa che conduce al piano superiore, si scopre la presenza di un altro soggetto nello spazio, una balena-peluche arancione seduta all’ultima fila di una classe vuota. Si rimane in tema marinaresco: Moby Dick color mandarino, cravatta (cappio?) al collo, lo sguardo vitreo e perso, tiene gli occhi languidamente socchiusi. Appoggiato scomodamente sul suo banco in compensato, il cetaceo partecipa all’abbattimento generale che pervade lo spazio espositivo. Non si tratta solo di sbornia: dovendo dare un nome a questa stanchezza generale è naturale pensare alla fatigue che spesso appare nei titoli di Cosima von Bonin. Associata alla vita sotto il neoliberalismo, questa fatica estrema, stato della materia, impregna ogni tessuto come l’aceto.
Perché se nell’opera di Cady Noland la violenza è aperta, evidente; nell’installazione di von Bonin essa si rivela nei dettagli: ovattata, serpeggia silenziosa tra titoli e materiali. A partire dalla stessa balena, il cui enigmatico nome, Alpha Plus Mind, Gamma Minus Morals (Mae Day 10) (2024), fa un riferimento nonchalant al mayday, segnale lanciato dalle imbarcazioni in difficoltà (dal francese venez m’aider, venite ad aiutarmi). Questa timida richiesta di soccorso acquista un tono inquietante quando si scopre, nella descrizione del lavoro, che i banchi su cui siede il peluche sono originariamente di proprietà delle Forze Armate Tedesche. La guerra fa capolino nel paesaggio marino allestito da von Bonin: chi risponderà alla nostra richiesta d’aiuto? Il mayday, appena sussurrato, sembra cadere nel vuoto: nave incagliata e balena spiaggiata suggeriscono uno stato di generale bonaccia. Persino 25 Men’s Handkerciefs (Ghost Version) (2011), bianca tela (che sia la vela perduta della nave?) composta di fazzoletti per uomini, pare soffrire la mancanza di vento, appesa com’è in un angolo appartato della galleria.
Uscendo, lancio un ultimo sguardo al veliero bianco e penso alla partenza di un altro artista, Bas Jan Ader – ulteriore punto di riferimento di Cosima von Bonin – che perse la vita nel tentativo di attraversare l’Atlantico su una piccola barchetta di legno, anch’essa a vela (In search of the Miraculous, 1977). Nella tradizione romantica, a cui Ader si rifaceva criticamente, il mare rappresenta la libertà e il suo capovolgimento, l’isolamento. Il viaggio marino di von Bonin si è arenato a Milano; l’autofficina, dipinta di bianco, non effettua più riparazioni.