Il cielo è quasi buio e intorno a me i lampioni di Bologna si accendono. Recentemente mi è capitato più volte di fare caso a questo fenomeno urbano. Posso dire di essere ossessionato da quei piccoli e marginali momenti di cambiamento che rientrano nel normale ordine delle cose a cui tutti, fondamentalmente, si abituano. Sono attimi in cui, all’improvviso, quello che pensiamo essere lo sfondo delle nostre vite individuali acquisisce un nuovo valore — indecifrabile ma, allo stesso tempo, necessario per riposizionarsi all’interno di un paesaggio in cui l’essere umano non è il solo protagonista.
Mi dirigo verso Temporali, l’opera di Alberto Garutti che da qualche giorno abita garage BENTIVOGLIO a Bologna – in occasione di un programma espositivo, iniziato tre anni fa, a cura di Davide Trabucco.
Finalmente arrivo a destinazione e mi ritrovo di fronte a un rettangolo di luce. Osservo una figura elegante e composta, apparentemente immobile, che riempie la metà superiore dello spazio espositivo. Si tratta di un lampadario costituito da tubi al LED, esposto per la prima volta da Alberto nel 2015 a Palazzo Cusani a Milano. Temporali, nonostante possa sembrare un oggetto di design fine a sé stesso (un semplice lampadario che compie la sua funzione di illuminare), è un’opera viva, che muta — e le sue vibrazioni, per essere notate, devono essere attese.
Ed è ciò che faccio, attendo. Nel frattempo le persone passano accanto alla vetrina, alcune si fermano a leggere la didascalia e altre vanno avanti dando una fuggevole occhiata all’opera.
La didascalia che accompagna il lavoro è il dispositivo testuale che dona responsabilità critica a chi guarda: Queste luci vibreranno quando in Italia un fulmine cadrà durante i temporali. Quest’opera è dedicata a chi passando di qui penserà al cielo. È nello sguardo che attende — e che diventa testimone di un evento che va al di là della propria individualità — che Garutti ripone fiducia. Persino un oggetto apparentemente domestico, come un lampadario, ha la capacità di allinearci a un orizzonte più ampio, di aprire la propria sfera personale a un sistema di impulsi e relazioni collettive. Questa apertura si alimenta in maniera ancora più marcata in un contesto come quello di garage BENTIVOGLIO: la piccola stanza, il cui contenuto è fruibile da una strada pubblica, permette a lə passanti di assistere a un evento privato e intimo, la cui forza ha però la capacità di riverberarsi verso l’esterno, come un’onda elettromagnetica che genera, propagandosi, una tensione palpabile. Siamo parte di un processo che collega l’interno con l’esterno, il privato e il pubblico, la mia piccola esistenza a un evento macroscopico.
Ho riflettuto sulla possibilità di osservare la natura, guardare in alto, osservare il paesaggio e le sue lontananze, perdere il senso della scala o delle distanze tra le cose come a una forma di immersione. L’idea di perdermi nella natura — appartenere a essa — tra le cose che ci circondano, come approccio esplorativo, ma anche come estensione di quel sentimento critico maturato negli anni in cui ho sempre pensato all’artista come a una figura in grado di produrre realtà, e non la sua semplice rappresentazione.1
In uno dei suoi ultimi testi, Alberto riflette sulla relazione con il tema della natura e, ripercorrendo i suoi passi, ritorna addirittura a una delle prime opere fotografiche degli anni Settanta, Autoritratto (1974). La fotografia mostra la figura dell’artista camminare e perdersi nell’orizzonte, mimetizzato con le piante del Monte Stella — collina artificiale realizzata dopo la Seconda Guerra Mondiale con le macerie di Milano.
L’interesse di Alberto per il paesaggio, sia esso artificiale o naturale, è la forza motrice di un pensiero che cerca costantemente di mettere in luce le relazioni d’interdipendenza, rispetto alle quali – come scrive Emanuele Braga – «È impossibile concepire un dato come indipendente dal sistema di sensori che servono a rilevarlo. Non si può concepire un evento come non condizionato dal punto di osservazione. Non c’è una realtà indipendente dalla relazione di chi la osserva» 2 , non c’è distanza tra soggetto e spazio domestico, tra individuo e comunità, tra gli esseri umani e le grandi complessità naturali.
Rifletto sull’entanglement mentre guardo Temporali: penso alla mia presenza qui, alla capacità dell’opera che ho di fronte di rilevare un impulso proveniente da un altro luogo, probabilmente lontano da me; immagino di assistere a quell’evento ma, allo stesso tempo, di esserne parte, di non potermi del tutto slegare dalla forza primordiale di un singolo fulmine — che è, d’altronde, l’energia mia e del pianeta stesso. La complessità che si manifesta in un piccolo accadimento e, da lì, «[l’]infinita moltitudine di sguardi e di cieli osservati dai cittadini» 3.
Il cielo è uno degli enigmi naturali che ha sempre affascinato l’essere umano ed è, infatti, uno dei grandi temi della storia dell’arte. Ma, mi chiedo, come può la volta celeste legarsi alle crisi contemporanee come il riscaldamento globale, suggerendo approcci speculativi che affrontino l’orizzonte emergenziale in cui siamo immersə? Questo momento storico, infatti, sembra ribaltare le concezioni utilitaristiche che abbiamo della natura, ostacolando la prospettiva capitalista e antropocentrica.
In un’inversione ironica e letale (poiché ogni volta contraddittoria) di forma e sfondo, colui che vive in un ambiente (“ambientato”) diviene ambiente (o “ambientante”) e viceversa: è la crisi, in effetti, di un sempre più ambiguo “ambiente”, che non sappiamo più dove si trovi in relazione a noi – né sappiamo dove ci troviamo noi in relazione a esso.4
Il cielo, in questo senso, diventa non solo metafora di un’unica grande volta che accomuna lə abitanti della Terra, ma anche entità vivente da ascoltare.
Con questa premessa lə curatorə Pollyana Quintella e Richard Romanini includono Temporali nella mostra “Céu-eclipse”, presso il Museo Paranaense di Curitiba in Brasile — incorporando, forse per la prima volta, l’opera di Garutti all’interno di una riflessione sulle relazioni ecologiche. La mostra – avvalendosi inoltre della collaborazione della scienziata Marina Hirota, della filosofa Déborah Danowski e dell’artista e sciamana Yanomami Sheroanawe Hakihiiwe – riflette su come «ogni opera, a suo modo, segue il movimento di un pianeta che sembra perdere il respiro mentre i legami tra gli esseri si indeboliscono, ma senza soccombere alla malinconia»5.
In questo contesto Temporali appare come una fitta installazione di stativi ai quali sono fissate numerose lampade che, ogni volta che un fulmine cade in Italia, aumentano d’intensità. «Garutti crea un circuito che collega cieli diversi, ricordandoci che il clima è una rete planetaria di corrispondenze, anche se i suoi effetti si manifestano in modi diseguali, in contesti e scale locali.»6
Ripensando ad alcuni disegni della popolazione Yanomami7 — in cui le figure umane e lo sfondo della foresta si compenetrano annullando ogni tipo di gerarchia visiva — immagino un collegamento simbiotico tra noi e il cielo, tra quell’evento luminoso che sto attendendo e il mio corpo, entrambi parte dello stesso piano ontologico.
E ancora, mentre immagino di assistere a un fulmine, penso che Temporali sia un’opera capace di avvicinare chi guarda a un piccolo momento di “consapevolezza spazio-temporale”: permette di accedere all’indeterminatezza del presente attraverso l’allineamento del proprio sé con il mondo. Uso il termine allineamento prendendolo in prestito dall’antropologo Eduardo Kohn — che durante la sua ricerca in Ecuador ha avuto modo di studiare il prospettivismo utilizzato dalla popolazione Runa. Prendendo spunto da un mito locale — in cui un “eroe” aggiusta il tetto della propria casa facendosi aiutare da un giaguaro, il quale finirà poi intrappolato all’interno dell’abitazione —, l’autore ci aiuta a capire questo ampliamento della prospettiva individuale:
[Q]uando un uomo sta riparando il proprio tetto, chiederà a qualcuno situato all’interno della casa di infilare un bastone nei buchi. Il che produce l’effetto di allineare le prospettive, quella interna e quella esterna, in un modo del tutto particolare; ciò che può essere visto solo dall’interno diventa improvvisamente visibile da chi si trova all’esterno, il quale, vedendo queste due prospettive come parte di qualcosa di più grande, ora può agire.8
Ed è così che finalmente, dopo qualche minuto d’attesa, lo vedo: il lampadario aumenta di intensità, un flash improvviso abbaglia la strada. Un piccolo attimo di luce a cui segue un wooo di qualcuno che ho alle spalle. Ero impreparato.
Dopo qualche secondo di pausa, un’altra vibrazione. Rimango abbagliato ma, questa volta, i miei occhi non sono impreparati: il tempo si ferma e, per non so quanto tempo rimango allineato a quel singolo, incessante e brevissimo momento:
Siamo nel cielo, cadiamo verso il basso. Una scarica di energia si ripercuote sulla Terra. Qualcosa trema [sono io, siamo noi o è un albero che è stato appena distrutto?]. Un sensore rivela la nostra potenza, noi rileviamo la potenza di un fulmine. Il software manda un impulso e i dati si sommano [scorriamo e rimbalziamo dentro il computer, siamo dati ed energia, calore e silicio, un impianto di raffreddamento, siamo tuttə anidride carbonica che si disperde nell’aria]. Danziamo nei grandi vuoti, con noi fluttuano vapori, polveri, microbi e uccelli, aeroplani e satelliti, foglie, gocce e suoni. Viaggiamo a grande velocità lungo tubi nascosti nella terra e nei mari, attraverso onde radio e reti micorizziche [siamo funghi connessi alle radici degli alberi, miliardi di mail mandate in un secondo, un piccolo segreto rivelato a un gruppo di amicə]. Scariche elettriche, informazioni, piccoli segnali chimici. Una rampa energetica che permette a una sequenza di piccoli circuiti di accendere delle lampadine, un crescendo musicale che aumenta il battito cardiaco di una platea [siamo gli strumenti musicali o le orecchie che ascoltano?]. La luce attira l’attenzione di una visitatrice di un museo a Curitiba ma anche lo sguardo di un tassista in una via del centro di Bologna [sono la stessa persona? Hanno assistito allo stesso fulmine? E noi, siamo loro o siamo la luce?]. Il cielo è lo stesso, così come l’attimo che stiamo vivendo. Ci sentiamo allineati, come quando cadiamo tuttə verso il basso, in compagnia della pioggia [siamo la pioggia]. Piccole e insignificanti gocce che si riversano nel mare per poi risalire verso l’alto. Microscopiche e letali, insieme. Siamo una costa distrutta, il fiume in piena che inonda le vie di una città, un paese che crolla e una striscia di terra devastata che subisce il freddo invernale. Siccità e pandemie. Siamo animali che scappano e foreste bruciate, inceneritori e pompe di benzina, siamo tonnellate di vestiti ammassati in Ghana. Navi da crociere grandi come palazzi, montagne innevate che si sciolgono. Acqua che scorre verso valle, valli che vengono inondate. Alberi sradicati e terreno instabile, monocolture che annientano specie diverse. Terra, acqua, aria. Calore e fuoco, Los Angeles che brucia. Il sole che scalda la pelle, piccole cellule che muoiono. Siamo il sale marino attaccato ai vestiti. [Siamo o sono?] La Posidonia Oceanica che si adagia sulla spiaggia dopo la tempesta. La luce che invade lo studio di Alberto, Alberto che guarda una porzione di cielo riversarsi nel suo studio. Musica cubana che esce dalle casse, polvere che danza di fronte agli occhi [sono i miei?]. Ed ecco una moltitudine di sguardi rivolti verso un cielo coperto [per il temporale che avanza?]. Un corpo che attende [il mio?]. Un corpo che immagina [il nostro?].






