Massimo Torrigiani sul Polo delle Arti Contemporanee di Bari

17 Novembre 2016

Sei direttore artistico del Polo delle arti contemporanee di Bari. Come stanno procedendo i lavori? Come hai impostato la programmazione e quale sarà il rapporto con le realtà artistiche locali?

La concessione a un’associazione culturale, scelta sulla base di un progetto pluriennale, ci ha consentito di aprire il primo dei tre edifici del polo, lo Spazio Murat. 500 metri quadrati per mostre e attività temporanee, e per il Puglia Design Store, che vende prodotti dell’artigianato di ricerca, di designer e aziende locali, frutto di un lavoro di mappatura durato mesi. Mi piace che tra i primi passi del polo ci sia un’attività commerciale. Restituisce il senso di autonomia con il quale stiamo affrontando la sua creazione. Incontro e ascolto tutte le persone che posso. Penso ai bambini e ai turisti, a programmi lunghi e all’intrattenimento. I due edifici principali dovrebbero essere pronti entro il 2018. I cantieri stanno sorgendo adesso. Io ne ho seguito la progettazione per gli obiettivi e le destinazioni d’uso, ma sono un consulente: controllo limitatamente tempi e modi di realizzazione. Stiamo lavorando a un modello di gestione che renda tutto autonomo, economicamente e politicamente. La vera sfida è questa.

Stai seguendo altri progetti in Puglia, tua regione d’origine?

Da tre anni curo le mostre di Capo d’Arte, un progetto non-profit a Gagliano del Capo, l’ultimo paese prima della punta del tacco. Ho iniziato con una retrospettiva di Yang Fudong in case disabitate del centro storico. Ho proseguito con un’installazione di opere di Soudwalk Collective in un palazzo del Settecento chiuso da decenni, pieno di cartelle cliniche del locale ospedale. Concludo il ciclo di quest’anno con una grande opera di Shilpa Gupta, che resterà nella piazza principale del paese. Un cambiamento – dagli spazi chiusi a quelli aperti, dalle mostre alle opere permanenti – che indica un nuovo corso. Ogni anno, curatori e artisti si confronteranno con lo spazio del paese.

Sei anche nel comitato scientifico del PAC di Milano. Quali differenze riscontri nel lavorare a Milano e a Bari?

A Bari stiamo cominciando adesso, è tutto da inventare. C’è un senso di generazione, di prima volta, di rischio e incertezza, caotico ma entusiasmante. A Milano la situazione è cristallizzata; si tratterebbe di smontare e rimontare tutto in un contesto dove tanti credono di sapere quale sia il miglior modo di procedere, ma il dibattito e le vere leve per il cambiamento sono bloccate. Due situazioni imparagonabili, due sfide diverse, che richiedono però il coraggio di ignorare il passato e mettere in crisi il paternalismo dei responsabili delle istituzioni.

Hai avuto inoltre numerose esperienze all’estero. Come si colloca secondo te l’Italia nello scenario artistico internazionale?

Senatores boni viri, senatus mala bestia. Siamo sempre lì. Grandi individualità, misero governo d’insieme. Sono apprezzati i curatori, tanto che ce n’è una diaspora. Sono stimate le riviste, ricercati i collezionisti, ammirati i musei privati e le iniziative indipendenti, ben considerate gallerie e fiere. Le politiche e i musei pubblici sono generalmente ininfluenti. Mancano visioni, progetti, soldi, condivisione d’intenti e azioni tra stato, regioni e comuni. Si vivacchia tra la logica dell’evento, il sempre uguale dei finanziamenti, il ritmo e le dinamiche dei mandati politici e l’incapacità di coordinare pubblico e privato. Non si collabora con le istituzioni internazionali; si valorizzano poco le attività; si lavora poco con altre iniziative territoriali. Sono pochissimi i musei pubblici italiani nella mappa mentale di chi vive fuori. E gli artisti, con qualche eccezione che conferma la regola, sono ignoti ai più.

Il vantaggio di questa situazione è che c’è tanto da fare. L’arte in Italia ha tanta energia inespressa, non adombrata da quell’eccesso di burocrazia che può omologare e imbambolare, come capita in paesi europei dove lo stato è molto presente. Come si trasforma un limite in opportunità? Combattendo progetto su progetto, mostra su mostra, museo per museo. Aprendo uno scontro sulle politiche e le organizzazioni culturali. In Italia, in nome di una versione micragnosa di realpolitik, si è creato un ambiente asfittico, un miscuglio di elitismo, populismo e di dibattiti su economia e cultura. In queste stanze c’è da far circolare aria.

Con il team di Fantom collabori con la galleria di Milano Viasaterna curandone la programmazione. Hai maggiore libertà confrontandoti con un privato piuttosto che con il pubblico?

Quando si lavora con il pubblico, la velocità del privato è inebriante. Ma ogni progetto ha le sue libertà e i suoi limiti. Lavoriamo con Irene Crocco, la proprietaria di Viasaterna, da quando ha concepito l’idea di una galleria. La combinazione di elementi curatoriali e commerciali insieme è una bellissima sfida; e, affrontandola, ci stiamo divertendo molto. Contemporaneamente, credo che stiamo arricchendo l’ecosistema con iniziative che in altri luoghi sarebbero responsabilità istituzionale. Penso a “2016”, la ricognizione sulla fotografia in Italia, che ha coinvolto tredici artisti nati dopo il 1980 e quattordici editori indipendenti. Il mondo del commercio mi interessa. Mi piace muovermi in contesti diversi.

Quali i tuoi progetti futuri?

Quelli di cui abbiamo parlato e quelli della mia agenzia creativa, Boiler Corporation, dalla Camera Nazionale della Moda al Museo della Merda. A settembre Art In The City Shanghai, il festival sulla creatività che dirigo da tre anni, e una mostra per Alcantara a Palazzo Reale. E poi, il più intimo dei progetti, appena venuto alla luce: Dischi Fantom.

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