Il seguente testo fa parte della sezione Protagonisti. Voci e visioni del presente di Flash Art Italia – Agenda 2025 che si propone come una cartografia del presente – non esaustiva ma rigorosa – dove le traiettorie di oltre trenta artisti si intersecano e si illuminano reciprocamente, pur mantenendo le proprie specificità linguistiche ed espressive. Il dialogo tra questi percorsi artistici, che spaziano dalla pittura alle pratiche relazionali, dalle ricerche materiche alle sperimentazioni digitali, è orchestrato attraverso le voci di curatori, curatrici, critici e studiosi.
Il lavoro di Chiara Camoni e Alice Visentin, intimamente legato alle forze della natura, sprigiona poetiche e interferenze cosmiche. Dalle loro opere affiorano storie, si sgretolano epoche, abbondano favole. Con meraviglia e come meraviglie. Le potenzialità politiche della fabulazione si manifestano come portali porosi di nenie, filastrocche e canti. A volte sussurrati nel vento della parola orale, altre radicati nella solidità delle rocce o nelle immagini delle proiezioni analogiche. La loro opera rivendica storie perdute e ne crea di nuove, insistendo sulle capacità immaginative come risposta alla violenza della cancellazione di memorie e identità non omologanti al progresso. Al contrario, il loro lavoro offre un radicamento più profondo, meno individualista e più collettivo, alle memorie personali. È forse dal margine rurale, che trovano la forza per resistere con creatività. Camoni opera a Fabbiano, nella campagna toscana; Visentin lavora tra Torino e altri luoghi, ma sempre legata alle Alpi Graie e alle vallate del canavese, dove è cresciuta. Come suggerisce l’idea di permeabilità ecologica secondo cui “il luogo si insinua nel corpo e il corpo si fonde con il luogo”1, entrambe creano connessioni profonde tra corpo e terra, favorendo uno spazio dove radici trascurate possono essere nutrite e riemergere. In questo processo rifiutano determinismi temporali, lasciandosi attraversare da storie sotterranee; e da un luogo specifico si aprono al cosmo.
Il lavoro di Chiara Camoni – che include scultura, tessuti, video, ceramica, installazioni, poesia – è una soglia capace di aprire a una molteplicità di tempi e di processualità. Storie domestiche e ‘minori’ interrompono gerarchie, colme di saperi vernacolari. Una delle sue storiche collaboratrici in studio, per anni, è stata sua nonna. Una genealogia che si espande a sorellanze, a mitologiche creature femminili, a elementi organici e vivi, all’arcaico che si sovrappone al presente. Le Sisters, tra i maggiori nuclei di lavoro dell’artista, sono sculture metamorfiche e ieratiche, figure ctonie composte da elementi organici, le quali squarciano un passaggio tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti; tra il soprannaturale e l’umano. Camoni recupera un modo ancestrale di intendere il ciclo della vita e lo inserisce nella sua pratica artistica; con esso configura un linguaggio vitalistico e spirituale in cui ristabilire i legami con le origini, con una natura androgina e indomita, popolata da figure arcaiche e pagane, zoomorfe e divine. Serpentesse, Leonesse, dee senza attributi, vasi-farfalla sono solo alcune delle sculture che costellano il suo pantheon mitoscientifico in ceramica e pietre. Come una leggenda sacra, l’opera di Camoni si basa sull’idea di una narrativa onnicomprensiva, come descritta dall’autrice di fantascienza Ursula K. Le Guin: «piena di inizi senza fine, di iniziazioni, di perdite, di trasformazioni e traduzioni», e colma di «ciò che le persone fanno e sentono realmente, ventre dell’universo […] tomba di cose che sono state, questa storia senza fine» 2. Le sue opere rivelano le tradizioni come memoria performativa, trasmesse attraverso il dialogo creativo con la comunità e la natura, generando nuove forme di agentività collettiva. L’artista coreografa rituali collaborativi che segnano ogni corpus di lavoro. Nel 2019, per esempio, nasce a Faenza il CENTRO di Sperimentazione: un gruppo errante e fluttuante, con cui collabora, e da cui nasce il video La Distruzione Bella (2022). Camoni lavora con solidarietà femminista e senso del luogo. In questo modo, le sue opere performano la terra: legno, terracotta, fiori raccolti presso fiumi e boschi, conchiglie, relitti, cenere di fiori, polvere di pietra locale o sabbia del fiume, erbe, foglie, bacche e argille compongono lo scheletro e le superfici dei suoi lavori. Il video Burning Sisters (2023) cattura la dissoluzione di una Sister che arde al crepuscolo su una spiaggia greca, mentre i suoi elementi si fondono dentro, sopra il fuoco e oltre la terra.
Un’alchimia di elementi e di trasformazioni caratterizza anche le opere di Alice Visentin. Corpi di tessuto, occhi di ceramica, voci di parola, sono solo alcune delle metonimie linguistiche con cui elementi visivi e verbali si stagliano nelle figure cangianti dei lavori dell’artista. Memoria e immaginazione riverberano indistintamente. I reami delle categorie si armonizzano nella profondità del caos. La sua pratica – che ingloba pittura, scultura, performance, immagine in movimento, audio e coreografie comunitarie – considera il corpo come un archivio in divenire. Per l’artista i corpi, non identificabili solo nella propria individualità, emergono nelle loro simbiosi e nelle loro fluttuazioni reciproche. L’intermezzo, spazio tra essi, diventa campo magnetico di attrazioni e passaggi da cui si scambiano storie. La sua pittura è un atto di assemblaggio, che ricorda come quasi ogni essere è poroso e affettivo e come narrative marginalizzate, possono riemergere. Nella recente mostra Everyday Mystery (2024), l’artista propone una pratica che, con un’attenzione profonda e radicata, invita a onorare ogni esperienza significativa non come “nostra”, ma come qualcosa che ci anima, trasformandoci in testimoni di ciò che è altro da noi. La forza luminescente della luce artificiale con cui i suoi lavori sono installati e composti si scontra con un pensiero analogico 3: sono storie fantastiche o reali? Non a caso, l’artista, espande il medium della pittura, o meglio dalle sue “pittostorie” in una ricerca in corso che definisce “cinema analogico”, dove un lungo rotolo di carta disegnata e dipinta viene fatto scorrere manualmente sulla piastra di un episcopio, trasformando immagini opache in proiezioni luminose. È il caso delle performance Material for a Thousand Stories (2024) realizzata negli spazi di Fondazione ICA a Milano e Gossip (2024) in occasione della residenza presso Gasworks a Londra in collaborazione con Fondazione Memmo. In entrambi i casi, le immagini in movimento si combinano ai suoni. Dal corpo le storie offuscano le distinzioni tradizionali tra ciò che è serio o banale, orribile o ridicolo, tragico o comico. La dimensione del sogno diventa il luogo per l’incontro. Più reale del reale. Di queste fattezze si compone la dimensione fluttuante dell’immaginario reale di Visentin, che dal quotidiano al fantastico, dal mitico ai fatti, sperimenta con il soggetto, la forma, lo stile per raccontare storie. Per fabulare. Per liberarsi dalle norme percettive e affermarsi nell’autonomia, nell’indipendenza del processo. Come il mito o la poesia, il lavoro di Visentin si traveste da una cosa e ne fa un’altra. Nel vento dove i sussurri del gossip e della parola orale si propagano; sotto la luce dei neon da cui ricomporre i sogni.