In occasione della mostra personale di Federico Tosi “Tips and Thunders”, Flash Art Italia propone il testo curatoriale di Matilde Galletti che accompagna il percorso espositivo.
“Oscurità. E prima dell’oscurità, il nulla, e il nulla non aveva colore. In esso non esisteva nulla. L’oscurità, almeno, definiva uno spazio. E presto, lo spazio nero venne turbato da qualcosa, come un vento lieve che penetrava tutto. Era il senso del tempo. Il nulla non aveva tempo, ma adesso il flusso degli istanti iniziò a manifestarsi in un lento stillicidio. Solo molto più tardi venne la luce, dapprima un’informe massa splendente, e dopo un’altra lunga attesa, l’affioramento dei contorni del mondo. La rediviva coscienza tentò di dare un senso a tutto questo; inizialmente distinse dei sottili tubi trasparenti…”1.
Un oggetto infinito ammicca nel buio: una sottile e instabile colonna che parte da terra per arrivare, un po’ sghemba, fino a chissà dove. Tips sono le mance, quelle del bar o quelle che tutti i nipotini hanno ricevuto dalle nonne o dai nonni. La mancetta, così la chiamava mio nonno, con un vezzeggiativo che indicava un po’ la tenerezza del gesto e un po’ il misero quantitativo di denaro che elargiva, era sempre fatta di spicci – c’erano anche le dieci lire con le spighette – che sembravano fatti apposta per essere messi uno sopra l’altro, in piccole file verticali traballanti. Questa immagine delle monete impilate… colpa, forse, di qualche ricordo sopito di strisce dei fumetti. Tips è la colonna di monete di Tosi, una struttura in bronzo patinato, fusione che riproduce una matrice fatta in resina, di cui conserva tutte le imperfezioni. Così, grazie a queste scabrosità, i discorsi che si potrebbero associarle, legati al denaro, al capitalismo e alla distruzione – ovviamente e specialmente ambientale, che è culturale – scorrono in fretta nella mente dell’osservatore lasciando spazio a considerazioni più ampie e allargate. Tips sono anche i consigli, suggerimenti di chi ha esperienza o è così vecchio da aver visto e conosciuto molto. Dalla terra è sorta questa stalagmite del capitalismo spinto, reperto archeologico di una contemporaneità che sta deflagrando, ma anche pianta nata da un fagiolo magico chimerico, simile ha un corrugato masticato, che sale verso l’alto, raggiungendo uno spazio fuori dalla nostra portata.
Thunders, un rumore suona profondo e ammaliante, così enorme che possiamo percepirne i contorni con le mani, con il nostro corpo. Ribolle e attira in un angolo, dove un piccolo lampadario fa luce su una scena domestica: una sedia a dondolo, con una vecchina che dorme profondamente sotto una spessa coperta. È da lei che proviene il grande fragore. Questa piccola scultura di resina, lunga appena 30 cm, assume una forma enorme, che si propaga nello spazio, riempito tutto dal suo suono espanso, pulsante, pervasivo: un temporale scrosciante, con tuoni roboanti. La scultura, il cui volto è trattato in superficie come se le rughe fossero disegnate a china, ricorda in qualche maniera le statuette antichissime di divinità femminili: come loro, anche lei è chiusa in sé, piccola e carica dell’energia cosmica del tuono e della pioggia, idolo mansueto e vibrante, il cui corpo è immobile in un atteggiamento che emana fissità arcaica. La nonna tonante non si è addormentata al suono della
pioggia, ma è il suo sonno che genera tempesta.
Per la mostra “Tips and Thunders” Federico Tosi ha pensato una serie di interventi che occupano lo spazio per mezzo di una forza generativa, al contempo fisica ed emotiva. Le opere entrano in risonanza tra loro e con lo spazio architettonico, espandendosi oltre misura come una forza tellurica, che smuove per propagazione ricordi arcaici e immagini possibili. Come in un percorso da sogno lucido, in cui la scena è illuminata solo da isolati coni di luce, il riverbero del reale genera scritture fantastiche e surreali.
Le opere di Tosi hanno una spazialità complessa che non si risolve all’interno delle stesse, la cui lettura non si esaurisce nei confini plastici ma comporta anche il coinvolgimento di qualcosa che si trova all’esterno: proseguono oltre sé stesse chiedendo in qualche modo allo spettatore di entrare nel gioco. La loro natura non risiede nell’essere illustrazioni di idee e la peculiarità non è la provocazione estetica: Federico è un sabotatore delle complessità da salotto, delle raffinatezze ruffiane. I suoi lavori spingono nella direzione di una lucida presa di posizione a favore dell’invenzione e della scoperta, rivendicando chiarezza, perentorietà e impertinenza per ’opera, che lascia dialogare insieme dimensioni arcaiche, cultura e immagini pop e pratiche specialistiche
esterne all’arte (nella sua bio è in evidenza il fatto che abbia un diploma in thanatoestetica e thanatoprassi). Probabilmente, le sue immagini ci catturano così tanto poiché sollecitano ricordi sedimentati nella nostra memoria ancestrale, di animali cresciuti attraverso narrazioni.
Probabilmente, le sue immagini ci catturano così tanto poiché sollecitano ricordi sedimentati nella nostra memoria ancestrale, di animali cresciuti attraverso narrazioni.
Tosi non vuole polarizzare, preferisce raccontare, sfrangiare, allargare le maglie del sentire, come in Sapore di Mare del 2022 dove allo spettatore non è richiesto di fermarsi al perturbante del delfino divorato dai ratti, ma di provare a immaginare le situazioni da un punto di osservazione divergente,che consenta l’emergere di energie diverse. Come i What if… dei fumetti.
La sua ricerca ha, infine, a che fare con il tempo, con il suo scorrere, avanti o indietro, che attraversa le ere e le supera, che scivola sulle cose e le trasforma e questa trasformazione ha sempre qualcosa di crudele, ma dolce e maliardo al tempo stesso. Le immagini sono familiari, però vibrano per un glitch che traspone i suoi significati in un altrove che galleggia tra la fiction e la visionarietà di una medium cialtrona.



