Il Gruppo 70 o dell’intelligenza con il nemico di

di 9 Gennaio 2026

L’affermazione di Eugenio Miccini secondo cui, di fronte alla crescente pervasività della civiltà tecnologica, «all’istituto letterario non rimane che l’intelligenza con il nemico, o perire» rappresenta una delle sintesi più efficaci della postura teorica adottata dal Gruppo 70, collettivo di poeti, pittori, musicisti e intellettuali di varia provenienza, formatosi nel 1963 a Firenze. Una frase, quella di Miccini, tanto incisiva quanto suscettibile di fraintendimenti se isolata dal proprio contesto: ciò che potrebbe apparire come un invito alla resa, o come presa di coscienza dell’inevitabile predominio dei mass-media, deve invece essere interpretato come l’avvio di un’operazione culturale complessa, articolata e in netta controtendenza rispetto alle logiche della società consumistica, di cui oggi – a oltre cinquant’anni di distanza – si riconosce l’attualità. 

Quando parlano di “intelligenza con il nemico”, gli artisti e le artiste del Gruppo 70 non alludono a un allineamento alle grammatiche visive e linguistiche della civiltà tecnologica, o a una capitolazione rispetto ai suoi modelli di produzione e trasmissione dei messaggi. La loro strategia non è quella di respingere o, viceversa, farsi assimilare dall’apparato mediatico, bensì di infiltrarsi al suo interno, comprenderne i meccanismi di funzionamento e — una volta acquisita questa nuova consapevolezza — operare una torsione critica in grado di sovvertire dal di dentro il sistema comunicativo. È in questo senso che la metafora del nemico va interpretata: non come antagonista da temere, ma come forza da studiare, smontare e, infine, usare come strumento per una rinnovata responsabilità estetico-politica. 

Questo atteggiamento viene chiarito in modo esemplare da Lamberto Pignotti nel saggio La suggestione di Gordon Flash, apparso sulle pagine della rivista “Marcatré” (laboratorio della produzione culturale più avanzata della neoavanguardia italiana), in cui l’autore esplicita il metodo d’intervento promosso dal gruppo. La proposta non è semplicemente quella di entrare in dialogo con i nuovi linguaggi della comunicazione di massa, bensì di appropriarsene consapevolmente, per scardinarne le logiche interne. È una strategia fondata sulla tensione creativa del paradosso: adottare le modalità del sistema allo scopo di incrinarne il funzionamento. 

Non sorprende, allora, che Pignotti nella prima metà degli anni Sessanta suggerisca — con gesti che oscillano tra la provocazione artistica e l’intervento politico — di fare risuonare poesie dagli altoparlanti degli stadi negli intervalli delle partite di calcio o di organizzare mostre di pittura lungo i tratti autostradali (in una fase in cui in Italia, fuoriuscire dagli spazi deputatati dell’arte non era ancora un gesto scontato). Si tratta di azioni volutamente eccentriche, pensate per generare cortocircuiti in contesti tradizionalmente lontani dall’arte, e che proprio per questo sono in grado (almeno in potenza) di risvegliare nel fruitore un diverso regime percettivo. Qui entra in gioco la logica del Cavallo di Troia, più volte evocata dagli autori del movimento: introdursi nei territori del consumo, utilizzare i canali della comunicazione di massa, ma farlo con l’intento di contaminare il linguaggio dominante con forme alternative di sensibilità critica e consapevolezza estetica. 

L’arte tecnologica, per il Gruppo 70, non ha quindi la funzione di allinearsi all’immaginario collettivo o di assecondare le logiche del mercato (una scelta che molti autori del gruppo hanno pagato in prima persona). Al contrario, essa mira a inserirsi nel tessuto della cultura mediatica per riconfigurarlo, per trasformare la nozione di cultura di massa in un concetto realmente democratico e partecipativo, che sarà d’esempio per quella “avanguardia di massa” (così la definirà Maurizio Calvesi) esplosa dieci anni dopo con il ’77 italiano.  

Sin dagli esordi, l’azione del gruppo si configura infatti come militanza culturale, che passa attraverso una rete capillare di riviste, fanzine, manifesti e si diffonde grazie al supporto di editori illuminati come Enrico Riccardo Sampietro di Bologna. «La nostra poesia è resistente agli urti», affermano gli autori, rivendicando una forma di creatività combattiva, erede diretta delle avanguardie storiche. Dada e Futurismo offrono al Gruppo 70 non solo un repertorio di pratiche — collage, montaggio, sperimentazioni verbo-visive — ma soprattutto una postura politica: l’idea che l’arte debba destabilizzare e incidere nel reale. Ironia, parodia, straniamento, calco, contaminazione intermediale sono gli strumenti di una guerriglia semiologica condotta contro la passività percettiva indotta dalla cultura di massa nell’epoca della golden age. 

Il poeta visivo, in questo scenario, è chiamato a giocare su un doppio fronte. Da un lato, sperimenta nuove forme espressive: composizioni iconico-testuali, cut-up di derivazione cinematografica, performance urbane, happening che coinvolgono suoni, gesti, immagini in movimento (si pensi ad esempio allo spettacolo multimediale Poesie e no, dal 1964, o agli interventi nel territorio proposti nell’estate del 1967 a Fiumalbo nella pionieristica mostra Parole sui muri); dall’altro, porta avanti un lavoro di critica sociale e politica che irride le contraddizioni del capitalismo avanzato e la mercificazione dei desideri. Tale critica, come dichiarano gli artisti del gruppo, proviene «da sinistra, non da destra», non nel senso di una militanza partitica, ma come scelta culturale, come adesione a un’idea di progresso fondata sull’emancipazione collettiva e sulla consapevolezza critica. 

Il Gruppo 70 non elude i grandi temi del proprio tempo: la guerra in Vietnam, la razzializzazione e il colonialismo, le disuguaglianze economiche e di classe, le discriminazioni di genere, la progressiva devastazione dell’ambiente. Le diverse forme di oppressione sono viste secondo una prospettiva che, usando un termine del presente, potremmo definire “intersezionale”. Nel sistema capitalista la logica estrattivista e lo sfruttamento del territorio viaggiano infatti di pari passo con il sessismo e la cultura patriarcale: il poeta visivo lo intuisce prima, e forse meglio di altri, e lavora sulla natura fortemente interconnessa delle molteplici dinamiche di sfruttamento. Lucidissime in tal senso sono le parole espresse nel 1965 da Lucia Marcucci, che insieme a Ketty La Rocca, in quegli anni porta avanti con i suoi collage una battaglia di affermazione delle istanze di liberazione della donna, diversi anni prima che il neofemminismo si diffonda nel nostro Paese:  

 

«Chiare, fresche e dolci acque», «Ecco pel bosco un cavallier venire…», «Silvia rimembri ancora», le acque oggi purtroppo sono contaminate dalle schiume dei detersivi che non si degradano biologicamente, dai residui chimici delle industrie, e per i boschi circolano macchine e trattori e i disboscamenti frettolosi provocano frane, e ben per noi se troviamo qualche mora intatta, e di «Silvie», per fortuna, non ce ne sono quasi più (…). Non resta quindi che operare in concomitanza e in concorrenza con tutti i meravigliosi mezzi tecnici e scientifici messi a nostra disposizione nell’attuale società (…). Operazione di trasposizione dei materiali per un riscatto artistico. Operazione di contestazione dei prodotti di persuasione occulta del mondo neocapitalistico per un riscatto critico. Infine Operazione ideologica. (da Appunti per una poetica, in «Nuova Presenza, 19-20, 1965-1966, pp. 15-16) 

 

La riflessione artistica elaborata dal Gruppo 70 si pone in dialogo con la storia, assumendo la forma di una presa di posizione nei confronti degli eventi contemporanei. L’urgenza estetica si intreccia all’urgenza politica, e la sperimentazione formale diventa il mezzo attraverso cui articolare una responsabilità etica. Ciò che emerge – guardando a distanza di oltre cinque decenni all’esperienza di questo nutrito ed eterogeneo manipolo di artisti, poeti, musicisti, intellettuali – è l’immagine di un collettivo che rifiuta i confini disciplinari, concepisce l’arte come pratica diffusa e interviene, con slancio utopico, nei processi culturali del proprio tempo. In questo senso, l’eredità del Gruppo 70 appare oggi più che mai attuale: in un mondo dominato da flussi continui di immagini e informazioni, l’invito a un uso critico, sovversivo e consapevole dei media suona come una lezione ancora preziosa. 

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Raffaella Perna