“Cicala” è una rubrica bimestrale a cura di Manuela Pacella dedicata alla peculiarità dell’identità romana, tra dilatazioni temporali ed epifanici incontri con l’arte contemporanea. Mostre, opere e artisti sono raccontati in forma breve e derivata e la cicala diviene, con il suo ‘canto’ innamorato, metafora del desiderio di tornare a vibrare interiormente.
Varcare la soglia del civico 9 di via Gregoriana a Roma, per i visitatori della mostra “Chi esce entra” curata da Simon Würsten Marin per la Biblioteca Hertziana – Max Planck Institute for Art History, è stato letteralmente un cammino a ritroso nel tempo. Il titolo della mostra, tratto da un’opera del 1971 di Vincenzo Agnetti (esposta insieme alla sua controparte, Chi entra esce), aggiunge enfasi all’azione dell’entrare in uno spazio altro. Il corridoio che connette il portone alla scala verso la sala principale sottostante è tinto di una luce color del fuoco, che rimanda alla possibile causa della chiusura dell’ultima destinazione d’uso di questi locali – La Cage aux folles, club degli anni ottanta attivo sino al 1997 – quando un incendio ne determinò il suo epilogo. Tracce di quell’ardore finale rimangono sulle porzioni annerite e decadenti del corridoio d’entrata mentre un audio sordo e cupo accompagna i nostri passi: si tratta (luce e sonoro) di una rielaborazione di Man Dog del 2020 dell’artista inglese Prem Sahib. Scese le scale, resti di pareti in cartongesso e di pitture al muro sono resi ancor più evocativi dalle parole del curatore che ci accompagna e accenna a un ulteriore, precedente funzione del luogo, sempre legata alla danza e allo svago, una sala da ballo (dal 1939). Qui ho la prima dipartita epifanica. A pochi metri da lì, in via Francesco Crispi, la sede romana di Gagosian e la sotterranea Fondazione Nicola Del Roscio contengono il tempo di quello che fu il Teatro Florida, dal 1926 dedito a spettacoli di varietà e in seguito a sala da ballo. Mi ritrovo a pensare quindi agli anni del Fascismo e alla vita notturna dell’epoca, così diversa dall’oggi di un centro che i romani non vivono più. Vengo di conseguenza portata a immaginare le demolizioni di Mussolini per via dei Fori Imperiali con le sue distruzioni di vite, storie, e monumenti, tra cui la sede dell’Accademia di San Luca che dai Fori si trasferisce nell’attuale Palazzo Carpegna. Qui, nei locali al pianterreno, è allestita la personale di Daniele Puppi dal titolo “Eh, lampu!”, costituita da quattro videoinstallazioni dal forte impatto scultoreo. La prima, The Chain (2019), inserita di traverso in ingresso, manda in loop alcuni secondi di una scena di Tom & Jerry facendomi sentire sulla pelle la spirale temporale in cui sembra io sia intrappolata. Dal loop vengo di colpo scagliata, grazie a Il Lancio del Sasso (1995/2025) – opera storica di Puppi qui riproposta – a un altro momento di cambiamento urbanistico della città, la lottizzazione di villa Ludovisi e la costruzione del villino Maraini, gioiello di eclettismo architettonico di inizio Novecento. Sede romana dell’Istituto Svizzero, la villa ospita “how we always survived” di Pauline Boudry / Renate Lorenz che in qualche modo sembra sottolineare il cuore significante di questo viaggio a ritroso, in cui la musica e il movimento equivalgono a forme di resistenza e libertà. Ritorno quindi a via Gregoriana 9 e all’opera che più nostalgicamente parla di altri luoghi di incontro in via di estinzione, in questo caso nel Regno Unito: il video In My Room (2020) di Hannah Quinlan & Rosie Hastings. Immersa nel cuore pulsante dell’ex-sala da ballo/club, alzo lo sguardo e mi soffermo a osservare il lucernario. Un tempo qui c’era un cortile aperto che venne chiuso da Ludovico Spiridon per aprirvi, nel 1911, la sua galleria d’arte. Questa data è più potente del lampo a cui si riferisce Puppi. In un sol battito mi ritrovo a superare Villa Borghese e a immaginarmi la costruzione del Palazzo delle Belle Arti (poi Galleria Nazionale d’Arte Moderna) per ospitare l’Esposizione Internazionale di Belle Arti in occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia e la trasformazione dell’intera area, Valle Giulia, che prende il nome da papa Giulio III che qui aveva la sua residenza estiva, capolavoro rinascimentale e sede odierna del Museo Nazionale Etrusco. Nel suo cortile, abbracciata dai porticati, campeggia la parola POESIA capovolta, in luce al neon bianca, scritta con una grafia che oramai riconosciamo, quella di Marcello Maloberti. Questa installazione luminosa è accompagnata da un libro dalla copertina in tela turchese che uso come se fosse un piccolo oracolo poetico a stampa. Lo apro ora, per voi, e leggo: “La voce delle mani è la scrittura”. Le mie mani, qui, non hanno fatto altro che seguire le fonti di luce che hanno illuminato scorci di storia, attraverso echi di musiche e danze, a sublimare dolori e lacerazioni.



