In un momento storico in cui l’ordine del discorso appare sempre più esposto a manipolazioni ideologiche e svuotamenti di senso, un light, sweet tune accoglie visitatrici e visitatori all’ingresso di “Untitled (I love you)”, la mostra personale dell’artista Uri Aran al Museo Madre di Napoli a cura di Eva Fabbris.
Un ingresso pacificato in cui il rituale dell’esordio è volontariamente non rispettato e la melodia che accoglie funziona come leitmotiv che (de)struttura il percorso espositivo, introducendo in medias res a una pratica in cui linguaggio, gesto e oggetti sono declinati come frasi musicali invece che come segni stabili, producendo un’ipotesi di libertà dalle procedure di esclusione della società.
Corrodendo codici, prassi (rituali) e regole, il lavoro di Aran tocca il nervo scoperto dei costrutti normativi (istituzionalizzati) che ordinano e conferiscono gerarchie e significato stabile al reale. Per farlo, l’artista si muove liberamente attraverso un linguaggio inter- e cross-mediale, mescolando elementi visuali con musica, immagini in movimento e disegno, strategie di display, scrittura automatica e assemblage di cibo con materiali provenienti dal suo studio e oggetti quotidiani (The Good Route (Cookies), 2024). Molte delle opere in mostra giocano volutamente con slittamenti di senso, fino al non senso. Come nel caso dell’installazione video Untitled (Baryshnikov) (2008).
Qui, l’amico e alterego-attore dell’artista esprime a più riprese la straordinarietà della bravura del ballerino russo rinnovando enfaticamente con perifrasi sempre differenti la sua ammirazione. Le frasi dell’attore non hanno più un senso, il linguaggio non ha più spessore, e resta un vuoto di significato, come quando si ripete troppe volte la stessa parola, generando pura musicalità. Restiamo invasi da un senso di sazietà che, come le piroette di Baryshnikov, ci fa girare la testa. Se parola, significante, e significato non hanno più senso, resta il ritmo della frase: il limite del dicibile.
La vulnerabilità ed esposizione allo sguardo nel lavoro di Aran si associa spesso al protagonismo degli animali, presenti nei lavori in modo diretto o indiretto, con oggetti o elementi che li ricordano, come mangimi, ricompense, e orme, o ritratti fototessera, a stampa, disegni e video. Se da un lato questi animali sono sovente inseriti all’interno di procedure di classificazione, ordinamento, e distribuzione, come avviene nell’installazione video Untitled (I love you) (2026), dall’altro il loro protagonismo rimarca l’ambiguità del controllo e del potere. Nell’opera che dà il titolo alla mostra, l’artista, frugando nelle immediate vicinanze della propria scrivania, presenta alla telecamera dei modellini giocattolo in plastica di animali rivolgendo a ciascuno una frase o apostrofe: I love you, I love you. Nominare, classificare, gerarchizzare, sono tutte strategie per imporre un ordine a casualità e pensiero.
L’animale nel lavoro di Aran è a tutti gli effetti animot derridiano che abdica alla generalità e abbraccia il caos della specificità dell’essere, parallelamente ad un uso del linguaggio che non è più costruttivo-edificante ma introduce un elemento di caos per aprire nuove possibilità. È lo stesso elemento di entropia che (non) ordina le lettere di pane nell’installazione Untitled (Bread Library) (2025). O che da impulso ad altre opere video in cui l’amico-attore-alterego Harry presenta dei biscotti appena sfornati e altri oggetti irrilevanti in termini scientifici, quindi incongrui rispetto all’azione classificatoria o dimostrativa a cui sono sottoposti, generando un cortocircuito di metodo e intenzione. Le traiettorie tracciate si legano ai giochi del pensiero e della lingua. Il gioco è, del resto, un elemento altrettanto centrale nel lavoro di Aran e in una serie di opere in mostra, come nel caso dell’installazione Game (2016–2026). L’opacità del suo funzionamento, lasciata decidere arbitrariamente a giocatrici e giocatori, costituisce il fattore di entropia e casualità posto in continuità con il resto del (dis)ordine del discorso precedente.
Espandendo la nozione di linguaggio, si direbbe che il lavoro di Uri Aran abita un “fenomeno dei bordi” (Deleuze & Guattari) tra espressione e comunicazione, emozione ed enunciazione, collocato nei tratti prosodici del parlato o nelle sbavature della scrittura che si sottraggono ai sistemi chiusi di comprensione e regolamentazione del discorso. Uno spazio non intellettualizzabile in cui scorre la tenerezza incondizionata che ci porta a commuoverci di fronte all’immagine dell’artista che piange abbracciando un cane in Untitled (2006). La stessa vulnerabilità, mi sembra, che subiamo nel video di Baryshnikov man mano che la scena si stringe sugli occhi dell’attore che parla e ci guarda.
Del resto, «In ogni società la produzione del discorso è insieme controllata, selezionata, organizzata e distribuita tramite un certo numero di procedure che hanno la funzione di scongiurare i poteri e i pericoli, di padroneggiare l’evento aleatorio, di schivarne la pesante, temibile materialità» (Foucault, 1970).
Il lavoro di Uri Aran guarda negli occhi quell’evento aleatorio e quella temibile materialità del discorso che le forme di ordinamento della società cercano costantemente di neutralizzare, oggi più di ieri. Per questo “Untitled (I love you)” è una mostra che merita di esser vista.







