“Limature 2002–2003” è il titolo della personale di Alice Guareschi presentata da Spazio Lima a Milano. La mostra nasce dal ritrovamento, nell’archivio personale dell’artista, di cinque videocassette MiniDV girate tra il 2002 e il 2003 che documentano sette serate svoltesi negli anni iniziali di attività dello spazio e che oggi costituiscono il fulcro del progetto espositivo.
«Queste sono immagini girate per amicizia», spiega Guareschi in apertura al testo che accompagna la mostra, chiarendo immediatamente la natura del lavoro: non video realizzati e pensati per essere esposti, né un’operazione di documentazione sistematica, ma piuttosto un gesto di generosità nato all’interno di una rete di relazioni e nel tempo condiviso con la comunità di allora.
Il titolo della mostra lo ribadisce ulteriormente: “Limature” rimanda infatti a ciò che resta dopo un processo di lavorazione, ai residui e agli scarti che si depositano ai margini di una forma principale. In questo caso le limature sono frammenti di girato, parti marginali di una storia che conservano però una particolare capacità rivelatrice.
Per molti artisti e studenti che orbitavano a Milano nei primi anni Duemila, Spazio Lima rappresentava un luogo di incontro prima ancora che uno spazio espositivo. Fondato nel novembre del 2002 come project space indipendente, nasceva dalla collaborazione con lo studio pconp ed era gestito da Giovanna Amadasi, Andrea Lissoni e Federica Rossi insieme a Xing, organizzazione culturale legata all’esperienza del Link Project di Bologna. La programmazione si concentrava su linguaggi ibridi e pratiche sperimentali — mostre, presentazioni editoriali, performance, live media, sound act — delineando un contesto di ricerca fluido in cui le discipline si contaminavano e in cui ci si ritrovava per interessi comuni e per amicizia.
È all’interno di questa dimensione relazionale che nascono le riprese di Guareschi, girate nella sede originaria di via Masera e oggi presentate nella sede attuale di via Benedetto Marcello, riaperta nel 2021 con una nuova identità e una nuova programmazione. Due luoghi e due momenti diversi, quindi, separati da una distanza geografica e temporale che produce una sorta di cortocircuito tra passato e presente. Rimessi in circolazione a oltre vent’anni di distanza, questi materiali assumono infatti un’ulteriore valenza: non solo documenti di un momento trascorso — tra l’altro gli unici, dato che non esistono materiali d’archivio di queste esperienze — ma strumenti capaci di riattivare una memoria collettiva. In questo senso il video assume quasi la forma di una chiamata a raccolta: che cosa siamo stati, chi siamo diventati, cosa è rimasto di quel momento e quale forma di contemporaneità può ancora avere.
Girate con una piccola videocamera digitale, le riprese conservano tutte le imperfezioni tecniche di uno sguardo giovane e spontaneo. L’inquadratura perde spesso il fuoco; piccoli incidenti ottici, oscillazioni della luce e movimenti imperfetti della camera restituiscono però con intensità l’atmosfera di quelle serate. Una scelta fondamentale del montaggio riguarda la decisione di mantenere il suono ambientale nella sua forma originaria. I rumori di fondo, le conversazioni parziali, le interferenze sonore non vengono eliminate; al contrario, diventano parte integrante dell’esperienza del film. La presenza sonora restituisce così la dimensione più fisica dello spazio e delle situazioni filmate.
La struttura del video ha poi un’impostazione modulare: le sequenze dedicate alle diverse serate funzionano infatti come unità autonome che non costituiscono un racconto lineare ma una costellazione di momenti, fatta soprattutto di pause, preparativi, conversazioni e attese che si svolgono ai margini degli eventi espositivi. Si scopre così tutto il mondo che gravitava attorno a questo spazio.
A sintetizzare le sette serate documentate nel materiale video, una timeline esposta alle pareti che, da un lato, funziona come uno storyboard, una mappa che permette di orientarsi tra i diversi momenti registrati; dall’altro evidenzia la distanza tra la struttura cronologica degli eventi e la forma molto più fluida e irregolare del film.
Il lavoro di Guareschi sembra dunque muoversi costantemente tra due poli: da una parte il desiderio di conservare tracce di un’esperienza collettiva, dall’altra la consapevolezza che ogni archivio è inevitabilmente incompleto. Del resto la memoria non è un sistema ordinato, ma un insieme di frammenti che continuano a riorganizzarsi nel tempo.
Seguiamo la videocamera muoversi tra i corpi e gli ambienti con discrezione, ma la presenza di chi filma è sempre ben percepibile. I momenti di fuori fuoco, gli improvvisi spostamenti dell’inquadratura rivelano infatti la presenza dell’autrice e la sua partecipazione attiva alle situazioni registrate. La videocamera diventa una sorta di estensione del suo corpo, uno strumento attraverso cui la partecipazione si traduce in immagine. In questo senso le sequenze restituiscono anche il ritratto implicito di chi sta dietro l’obiettivo: una giovane artista che si muove tra gli altri con curiosità, immersa nella comunità di cui fa parte e di cui registra la vita.
A distanza di vent’anni, il solo fatto di rimettere mano a queste riprese introduce una sfumatura ulteriore sempre legata al tempo, perché Guareschi si è trovata a confrontarsi non solo con un suo passato ma con il proprio sguardo passato: uno sguardo forse ancora acerbo, ma certamente libero e ricettivo. Ne emerge così un dialogo tra due temporalità dell’esperienza artistica — quella di chi ha filmato e quella di chi, anni dopo, torna a guardare e rielaborare quanto registrato.
Si capisce come questa sia una mostra in cui, in modi diversi, il passato ritorna nel presente senza nostalgia o celebrazione, piuttosto a ribadire la natura mobile e porosa del tempo. Non a caso nello spazio espositivo compaiono anche due interventi luminosi — hereish e yet not yet — che dialogano con il video intensificandone il significato.
La presenza di questi neon e il modo in cui il video costruisce le proprie sequenze suggeriscono che, nella ricerca di Guareschi, cinema e linguaggio appartengono allo stesso campo di indagine. Entrambi funzionano come sistemi di articolazione del senso. Le parole luminose nello spazio espositivo e le immagini in movimento nel video operano infatti in modo complementare. Hereish suggerisce una posizione imprecisa nello spazio — “più o meno qui” — indicando una localizzazione approssimativa, quasi provvisoria. Yet not yet, invece, introduce una temporalità circolare, sospesa tra ciò che è già accaduto e ciò che deve ancora accadere. In questo modo il linguaggio entra nella mostra come un ulteriore elemento che orienta la percezione dello spettatore rispetto al video, suggerendo una chiave di lettura per immagini che si collocano proprio in questa zona di compresenza tra passato e presente, in cui memoria e attualità continuano a sovrapporsi.







