L’esperimento -sorprendente- di compressione spaziotemporale messo in atto da Carlo Antonelli con il nuovo format di “Equinozio” (avvenuto il weekend scorso nello spazio dedicato al design sonoro e alle architetture musicali, di cui è curatore scientifico e in questo caso demiurgo della rassegna) si può dire riuscito.
Tutti gli eventi- quasi una trentina, di ogni genere e forma- sono stati complessi ed esplosi dentro una singola grande stanza, pur potentissima in termini di impianti audio e luci. Con una fluidità e noncalanche non facili da maneggiare, impalpabili lavori audio (l’uccello che entrava nella stanza e rimevs intrappolato realizzato da Micol Assaël, i canti puri di pastori di varie parti del Portogallo raccolti da Alexandre Delmar e presentati da Formafantasma) si sono uniti ai corpi concreti di Voices From the Lake e Canva6 che hanno suonato dal vivo, facendo vibrare le costole.
Quando ci si aspettava -come in un qualunque festival culturale- l’idolo da sbranate, si scopriva che invece era solo voce dal vivo strabiliante, più potente della presenza biologica, come è successo domenica per la meravigliosa digressione in Altrimondi (il titolo del suo nuovo saggio del resto è quello) del grande Federico Campagna.
Subito dopo, la fondamentale Chandra Candiani -che aveva registrato appositamente per la rassegna una serie di poesie dalla sua raccolta “Pane dal Bosco” – ci ha tenuto ad intervenire col suo corpo vocale e sempre dal vivo per aggiungere un componimento dedicato a chi la primavera la soffre. Già, perché di questo si parlava: l’arrivo della nuova stagione, il momento in cui notti e giorni sono uguali in tutto il mondo. Momento di festeggiamenti centrali nelle culture più antiche del mondo. Ma anche momento di capodanno in tanti territori (Iran compreso, e infatti hanno preso a fucilate chi festeggiava).
Strabiliante è stato il reading – che partiva dal concetto di Equinozio stesso – della studiosa Sarah Shin, anche editrice (tra mille cose) della musicista e saggista Pauline Oliveros, che vedremo in Biennale. Magistrale è stata – parlando di musica colta, per esempio dell’album di Jon Hassel “Vernal Equinox” -il bizzarro show live/podcast dal vivo della superstar Nicolò Porcelluzzi, dedicato alle relazioni arcaiche tra suoni della natura e inizio del comportamento musicale dell’uomo.
Facile da qui arrivare alle due conversazioni con i pesi massimi della fisica applicata: quella quantistica illuminata da Tommaso Calarco (che recentemente ha collaborato con artisti come Hito Steyerl e Pierre Huyghe) e Ersilia Vaudo dell’ESA. Entrambi erano sotto il cappello di “Cosmic Pulses”, titolo della pazzesca ultima opera di Karlheinz Stockhausen riprodotta in suono spazializzato alle ore undici di sera a fine festival e che incredibilmente ha radunato quasi un centinaio di furioso appassionati rimasti fino all’ultima bomba sonica.
Questo ci fa capire come l’universo di questa prima edizione di “Equinozio” sia riuscito a congiungere spirito freak e punk con grazia naturale e classicamente antonelliana. Le oltre duecento piante con l’originale nome in latino sciorimate dal paesaggista Antonio Perazzi nella sua conversazione durante l’inizio della rassegna venerdì scorso non riusciti -anzi-a non incrociarsi -anzi- e invece a fondersi con i 14 chilometri di cavi che stanno dietro ai pannelli fonoassorbenti scelti come pareti pure da Luca Cippelletti, che ha progettato ogni spicchio. È primavera per tutti: per questo -in finale- led perimetrali e amplificatori speciali nel grande muro e sopra gli speciali amplificatori multisorgente che sono sbocciati -dopo 3 giorni di evocazioni e combinazioni- sotto le pulsazioni cosmiche generate da un genio sempreverde.




