
Introduzione
Quando abbiamo deciso di realizzare questo numero di Flash Art Italia 366 sulla Città e il suo manifestarsi simultaneamente come dispositivo utopico e contenitore distopico, abbiamo subito pensato come nelle pratiche di Ludovica Carbotta e Alessandro Manfrin fosse presente questo complesso immaginario: milioni di luoghi, tempi e soggettività che convogliano in un imbuto percettivo composto di tensioni emotive e politiche.
Le sottili strutture architettoniche che attraversano diversamente i loro lavori, sembrano comportarsi come membrane dove lo sguardo diventa spazio e il corpo una spugna, aiutandoci a percorrere una dimensione inesplorata della solitudine, quadrimensionale e ambientata.
L’idea di pubblicare un focus sui loro lavori si è velocemente trasformata nel sentimento di dare spazio –attraverso una conversazione scritta– a riflessioni e digressioni sul rapporto tra spazio e soggettività dentro e fuori le loro pratiche, ripercorrendo le utopie radicali degli anni Sessanta e riflettendo sulla complessità distopica dell’abitare contemporaneo.
In questa prospettiva, non ci interessava generare ulteriore produttività intorno alla narrazione delle loro pratiche, ma al contrario ribaltare lo spazio editoriale della rivista da contenitore a soglia, attraverso la quale divagare tra i mille piani di questa città interiore e condivisa.

Alessandro Manfrin
If you’re lonely, this one’s for you.
Questa è la dolce e dolorosa dedica che Olivia Laing scrive nella prima pagina del suo libro The Lonely City: Adventures in the Art of Being Alone (2016).
Una frase che sembra avere la stessa funzione della scritta “welcome” che ritroviamo sugli zerbini all’ingresso dei nostri appartamenti. Mi chiedo perché questa frase risuoni così familiare, come se per parlare di Città (contemporanea — occidentale) non ci fosse altro modo se non quello di partire dalla solitudine.
Ho sempre trovato molto bello come, nel tuo lavoro, la condizione di isolamento diventi un pretesto per raccontare le forze emotive e politiche che definiscono le nostre città.
La solitudine penso appartenga profondamente anche al mio lavoro.
Mi chiedo come utopia e solitudine possano convivere nello stesso discorso e in che modo una informi l’altra.
Ludovica Carbotta
The Lonely City di Olivia Laing è nella lista dei libri da leggere, ma con il passare del tempo la mia condizione personale di solitudine (che concilia la lettura) è cambiata con la crescita della mia famiglia…credo però di condividere con Olivia Laing il motore della sua ricerca.
In The Lonely City infatti Lang racconta la sua esperienza a New York come un costante contatto con la solitudine. Quando ho iniziato a pensare a Monowe (2016-in corso) –la città abitata da un’unica cittadina– vivevo a Londra e, allo stesso modo, sentivo in quasi tutto quello che facevo questa opprimente condizione di isolamento.
Lo svilupparsi di Monowe mi ha dato la possibilità di abitare in maniera cosciente quella solitudine che provavo, sia nella vita reale che in quella fittizia della narrazione che man mano si costruiva. Tutto il sistema città, con le sue regole e le sue istituzioni, ruotando intorno a un’unica persona poteva essere plasmato e modificato secondo i suoi pensieri e movimenti, mettendo in discussione la memoria di una collettività e dei suoi rituali. Questo potenziale di sperimentazione è diventato, per me, la parte utopica di Monowe: ripartire dal singolo per ripensare la comunità.
Esiste un altro aspetto positivo della solitudine, dell’isolamento, che è quello della privacy. Nell’articolo “Do You Need a Writer’s Room?” (The New Yorker, febbraio 2026), Joshua Rothman racconta di come Virginia Woolf, lontana dalla concezione di privacy a livello politico, ha sviluppato attraverso le sue opere letterarie una dimensione “interiore” di privacy, grazie alla quale ci si protegge non solo dagli occhi indiscreti degli altri, ma anche dai propri. Una sorta di “privacy dell’artista”. Il personaggio di Clarissa in Mrs Dalloway (Virginia Woolf, 1925) sceglie infatti l’amante che non può conoscerla piuttosto che l’amante che è determinato a farlo (lo fa, in parte, per poter continuare a sorprendersi, cioè per continuare a creare).
Una interiorità che non può essere condivisa con gli altri risulta affascinante da scoprire anche per noi stessi.
Una delle circostanze in cui possiamo sentire il contrasto tra il mondo esterno e il nostro mondo interiore, secondo Woolf, è proprio la condizione della vita in città, nella quale ci troviamo costretti, nei momenti di esposizione, a schermare la nostra interiorità.
Penso che il lavoro che hai sviluppato con Windows (2025) –composto da piccoli frammenti di testo scritti su scontrini, pezzi di carta e ticket dei trasporti pubblici incastonati poi in porzioni di finestre– restituisce questa idea di nascondere ad occhi indiscreti qualcosa di estremamente prezioso. Guardando questo ricopiare passaggi di libri in scarti di carta, nel tentativo forse di voler salvare quei frammenti di testo, mi è venuto in mente Fahrenheit 451 (Ray Bradbury, 1953) riportandomi all’imparare a memoria le parole dei libri bruciati per non lasciarle all’oblio della dimenticanza.
AM:
Forse il punto è proprio questo, è cercare di ribaltare l’idea di solitudine che abbiamo e iniziare a comprendere il potenziale generativo inespresso che un certo tipo di isolamento porta con sé.
Mi piace molto questa idea di «privacy dell’artista», nascondersi da sé stessi, riconoscersi attraverso ciò che si sottrae all’altro.
La serie Windows nasce proprio dal desiderio di lavorare nella crepa che si crea tra il privato e il pubblico – il mondo esterno e il nostro mondo interiore.
Quando mi capita di parlare di quei lavori, li racconto come autoritratti spietati di ciò che sono attraverso tutto ciò che consumo. Sono una sorta di bouquet di carta usa e getta, un diario personale più o meno volontario che registra le tracce del mio relazionarmi con il mondo –e quindi con la città– attraverso scontrini, ticket di mezzi pubblici, fogli di sala, bugiardini ecc.
L’idea di trascrivere dei libri sopra questi materiali così freddi e impersonali è un modo per tenere insieme due dimensioni che sembrano essere lontanissime, da un lato la dimensione della lettura, così intima e mentale, dall’altra il nostro stare al mondo consumando.
I libri trascritti poi diventano appunti, sembrano liste della spesa, promemoria improbabili.
Il fatto di installarli incastrati tra le fessure delle finestre è un modo per raccontare una postura che sta al limite, “con un piede dentro e con un piede fuori” dallo spazio, per tornare al privato e al pubblico. In questo caso le finestre, e quindi l’architettura, diventano i plinti di queste sculture.
Una domanda che mi pongo spesso è quale sia l’eredità che un certo tipo di pensieri e speculazioni utopiche che gli anni Sessanta e Settanta hanno lasciato alle nostre città di oggi. In quel momento storico sembrava quasi irrilevante parlare di individualità, o meglio, l’individuo era sempre messo in relazione alla comunità, il che ha reso possibile produrre delle vertigini di pensiero molto efficaci, ma è come se ci si fosse dimenticati del valore dell’abitare. Pensare all’architettura significa sempre pensare all’abitare. Forse è anche per questo che nei nostri lavori emerge questa urgenza dell’individuo, che passa anche e non soltanto attraverso la solitudine.
Sono molto affezionato all’idea sviluppata dai Superstudio della Supersuperficie (1971). Se è vero che le facciate e la pelle delle nostre città raccontano i valori e gli umori delle persone che le abitano, è importante chiedere alle nostre città che tipo di umori raccontano di noi.
Durante la nostra prima conversazione mi hai fatto scoprire questa nazione eterea e digitale che è Praxis Nation. Questo territorio online che sembra avere molto più a che fare con la distopia piuttosto che con l’utopia. Se si visita il loro sito web (ad oggi credo che Praxis Nation sia “solamente” un sito web) ci si imbatte in un’estetica che sembra arrivare direttamente dalle sperimentazioni utopiche degli anni Sessanta e Settanta. Molti dei presupposti anche sembrano essere allineati ad un certo pensiero utopico che mira a sgretolare l’idea di città per come la intendiamo oltre che le regole che stanno dietro allo stato nazione ecc. Eppure perché appare così distopico? Chi è l’individuo? Dove sta l’abitante di questo luogo?
LC:
Forse l’individuo in questo caso è troppo individualista, forse il problema sta proprio nella concezione di abitare e di luogo, dal momento che questo sembra svanire, quasi come se non abbia importanza e che solo l’individuo stesso possa dettare le regole del gioco, trasformandolo, piegandolo e ipocritamente facendolo scomparire.
Praxis Nation1 è in realtà una società, si definisce come “internet native nation” e come un progetto utopico, ma di fatto è un sistema che promuove idee razziste e privilegia il capitale alla democrazia e ai diritti umani.
Io credo che le somiglianze che possiamo vedere tra le esperienze dell’architettura radicale degli anni Settanta e l’idea di questi network state sia nella smaterializzazione del luogo: tutti i luoghi sono collegati, e l’individuo li abita tutti annullando le loro specificità. La Supersuperficie o il Monumento continuo (1969) di Superstudio sembrano una specie di sogno premonitore dell’era che stiamo vivendo.
Penso che nella città dell’era contemporanea la solitudine venga spesso fraintesa come individualismo o solipsismo, mentre invece credo che l’isolamento che percepiamo sia frutto di precise strategie politiche e regole che attraverso la paura mirano a rompere il senso di comunità.
Ho lavorato diversi anni a Monowe e ogni volta che realizzavo un nuovo capitolo, mi trovavo a riflettere su come questo isolamento si riflettesse nello spazio che abitiamo e che viviamo ogni giorno. Era come se l’abitante fosse confusa sui suoi stessi desideri e la possibilità di avere una città totalmente esclusiva tutta per sé la facesse scontrare con la fisicità dell’attraversare quegli spazi, dove i suoi movimenti e rituali diventavano una ricerca spasmodica della sua stessa identità.
In uno degli ultimi capitoli a cui ho lavorato, il Tribunale di Monowe –un’installazione architettonica a pianta circolare, con un colonnato di plastica trasparente e una cupola perforata di pvc bianco e legno, a metà tra la rovina e un’architettura in costruzione– l’abitante si auto-imputava in un processo giuridico, discutendo in una solitudine rumorosa, le sue responsabilità e le sue colpe. Una esasperazione della realtà dove il successo e il fallimento sono le uniche responsabilità dell’individuo.
Il processo all’abitante di Monowe è diventato lo stratagemma narrativo del film che ho realizzato nel 2024. In tutte le fasi del progetto fino ad arrivare alla presentazione del film, attraverso collaborazioni, consulenze, workshop e recitazione, si aggiungevano nuove voci alla lavorazione, facendo emergere così un forte contrasto tra la realtà narrativa dell’isolamento dell’abitante e la realtà del lavoro collettivo che piano piano formava una sorta di comunità.
AM:
Con la progressiva scomparsa del luogo però viene meno anche l’identità delle persone che vivono quello spazio e di conseguenza viene meno l’individuo. Se è vero che noi siamo (anche) i luoghi che abitiamo, il cittadino di questo spazio digitale di fatto annulla se stesso. Ciò che è profondamente perturbante è che questo produce una sorta di buco, una stanza buia governata dal profitto.
In contemporanea a queste pulsioni anarco-digitali-capitaliste (Techno-Utopie secondo le definizioni del web) penso però che si stia sviluppando un profondo attaccamento allo spazio fisico, al tangibile e al reale. Lo si vede nei nostri lavori, che tendono sempre a riconoscere gli effetti collaterali degli spazi che viviamo e che sono strettamente legati alla materia, anche quando tendono all’immaginifico. E ancora più in grande lo si riconosce in tutti gli scontri che stanno avvenendo, dal Medio Oriente al confine Russo-Ucraino e non solo, dove lo spazio fisico è la prima urgenza oltre che il primo diritto necessario per i popoli e le nazioni che quei luoghi li abitano.
Di recente ho realizzato questa serie di sculture Bomboniere (2025): sono delle maquette che ho recuperato da degli studenti di architettura e che ho mischiato tra loro incastrandole, rompendole, incollandole e inserendole all’interno delle scatole di plastica trasparenti che utilizziamo per fare regali.
L’idea era di giocare con l’abitare e con i codici dell’architettura occidentale, immaginando di poter fare dei collage con la città, come quando si costruiscono i castelli di sabbia, quindi mischiando stilemi diversi, spazi privati con spazi urbani, la scala domestica con quella pubblica.
In queste sculture mi interessava far convivere da un lato una dimensione immaginifica, onirica, il ritratto di una città leggerissima ed eterea, al contempo però un’immagine profondamente perturbante in cui di fatto ci si trova di fronte ad una grande rovina occidentale.
Una città fatta di nulla, una serie di sculture-architetture realizzate con plastica, polistirolo e cartone, materiali cheap e schifosi e al contempo eterni come il marmo.
Forse le utopie e le distopie di cui stiamo parlando condividono proprio questa dicotomia tra reale e virtuale.
LC:
Credo anche che utopie e distopie condividano l’impulso di immaginare qualcosa che non esiste, di costruire un nuovo sistema, un nuovo ordine o un nuovo disordine, questa forse è una delle ragioni del fallimento dei progetti utopici, delle comunità alternative e sinceramente spero anche del futuro fallimento di questi network state. Il virtuale che negli anni Novanta sembrava una promessa di libertà, adesso sembra una promessa di accumulazione di capitale. Balaji Srinivasan descrive come preferibile e redditizia la possibilità di fondare un Network State come alternativa possibile; dove le nuove società sono comunità virtuali composte di persone che si assomigliano, che hanno lo stesso capitale e che presumibilmente condividono gli stessi valori. Per queste persone lo spazio fisico delle città è un inconveniente in cui muoversi e un conveniente per creare profitto immobiliare da immobili disabitati.
Credo che il reale, i luoghi fisici che abitiamo, non rappresentino soltanto un insieme di problemi da risolvere ma significano anche e soprattutto resistenza e resilienza.
Tu parli di attaccamento allo spazio fisico, anche io credo che in questi ultimi anni si sta manifestando una consapevolezza ritrovata dello spazio fisico, e dei corpi che abitano i luoghi. Ne facciamo esperienza nelle proteste e nelle rivendicazioni legate allo spazio pubblico e allo spazio dell’abitare delle nostre città, ma anche alle proteste contro le guerre colonialiste e imperialiste di cui siamo testimoni diretti attraverso il
virtuale. Quel virtuale che utilizziamo per conoscere, e che sentiamo nel reale.
Dopo l’esperienza di Monowe, ho continuato a lavorare sulla città, un’ossessione che mi sembra condividiamo. Dall’anno scorso sto portando avanti un lavoro che conserva, come in Monowe, una critica all’eccesso di amministrazione e alla sua minaccia alla vita civica, ma si articola a livello della strada, attraverso i difetti, le contraddizioni e le asperità quotidiane che rendono le città sia precarie che irresistibili. In questo progetto ho preso in prestito diversi sguardi sulla città contemporanea per restituirli in forma scultorea e installazioni. Per esempio lo sguardo dei bambini si manifesta con un cambio di scala di oggetti residuali che diventano giochi, strutture di legno temporaneo di immaginarie imprese costruttrici che definiscono il movimento delle persone nello spazio, e infine le compagne dissidenti, cioè tutte noi che in luoghi diversi e in tempi diversi ci opponiamo, con i nostri corpi nello spazio pubblico, alle logiche del capitale e delle guerre. Tutte coloro che si destreggiano in quel disordine a grandezza naturale che resiste ai piani regolatori patinati della “città creativa”.









