“Cicala” è una rubrica bimestrale a cura di Manuela Pacella dedicata alla peculiarità dell’identità romana, tra dilatazioni temporali ed epifanici incontri con l’arte contemporanea. Mostre, opere e artisti sono raccontati in forma breve e derivata e la cicala diviene, con il suo ‘canto’ innamorato, metafora del desiderio di tornare a vibrare interiormente.
Mi era sfuggito un dettaglio. “We are making a film about Mark Fisher” non era una sorta di breve sinossi esplicativa della pagina IG @markfisherfilm (attiva dal 2024). Quando improvvisamente quell’account ha cominciato ad annunciare le date della proiezione del film/non-film in Regno Unito, in Europa, in Italia, con tanto di lista di luoghi e città, come se fosse un tour di una band alternativa, quasi non potevo crederci. Mi sono subito prenotata per l’appuntamento romano del 24 febbraio al Cinema Troisi. Non avevo previsto che avrebbe continuato a girare come una trottola (in cineclub, sedi ARCI, teatri) né che ne sarebbero derivate intere serate, giornate, playlist, articoli. Il dettaglio che mi era sfuggito era che We Are Making a Film About Mark Fisher non solo è il titolo del progetto ma ne racchiude, con l’uso del presente progressivo, l’estrema sintesi: lo stavano facendo, lo stanno facendo, lo stiamo facendo, il film su Mark Fisher. Non avevo inoltre colto il vero significato dell’uso della seconda persona nel sottotitolo – So Are You: noi e voi in un processo collettivo di re-immissione nel presente del pensiero del teorico inglese. Non si tratta di documentare il suo percorso o di constatare come i sui scritti abbiano anticipato l’oggi. Si tratta, piuttosto, di intravedere come nella trappola ‘hauntologica’ che Fisher così bene ha saputo spiegare – alla sua generazione come a quelle successive (pare che il pubblico che sta accorrendo a vedere il film sia tra i 18 e i 35 anni) – si annidi una possibilità immaginifica.
Oggi, a un anno dai dieci dalla sua prematura decisione di eclissarsi, si nota qualcosa. Quando Fisher se ne andò improvvisamente nel gennaio del 2017 – e allora aveva la mia età di ora – ricordo molto bene in che luogo fossi, non solo geografico. Il suo suicidio ebbe “l’impatto di una deflagrazione devastante, ma non inattesa.”1
Da quel momento, in Italia, tutto di Fisher è stato tradotto, a partire dal libro di esordio della collana Not di NERO, che inizia nel 2018 con il suo testo fondante (verrebbe quasi da dire sia di Fisher sia di Not), Capitalist Realism (0 Books, 2009). Ma il libroche ho nel cuore da sempre è Ghosts of My Life. Writings on Depression, Hauntology and Lost Futures (Zero Books, 2014; in italiano dal 2019 per i tipi di minimumfax).
Mentre scrivo sto ascoltando la playlist su Soundcloud, We’ve made a mixtape about Mark Fisher di ALMARE; fatelo anche voi mentre leggete. Molti dei brani selezionati sono cari a tanti ma io ho uno specifico tremore mentre si arriva pian piano a Tricky e a come ne parla Fisher in Ghosts of My Life. Le sue parole ebbero il medesimo effetto da pelle d’oca che ricordo aver avuto la prima volta che ascoltai dal vivo il musicista di Bristol (al Frontiera, a Roma, credo proprio durante il tour di Maxinquaye del 1995), come poi accadde tutte le volte successive. Una ripetizione posseduta, un loop che stenta a sciogliersi, uno stato perenne dell’essere nei pressi di un precipizio.
Ma, al contrario di ogni aspettativa più tetra, ancora non stiamo per cadere nel vuoto. Come fosse una questione di puro attrito tellurico, il circuito chiuso in cui viviamo sta vibrando quel tanto da produrre nuove increspature.
Tra queste ve ne è una che a Fisher sarebbe davvero piaciuta, proprio perché afferente al mondo musicale. Se già il ritorno del post-punk mi aveva inebriata di speranza, la nascita di band che stanno deliberatamente attaccando ogni forma di colonialismo, a cominciare da quello linguistico e quindi culturale, è fonte di grande carica vitale. Un esempio fra tutti: i Kneecap. Chi li sta seguendo sa; chi non li ha mai sentiti vada subito a vedere (se possibile anche il film del 2024). Sappiate unicamente ora queste seguenti cose: sono di Belfast, nello specifico di West Belfast; rappano in gaelico irlandese (impossibilità per traduzioni automatiche dall’audio; sublime crepa nel sistema) e nei loro brani le parti in inglese sono volutamente usate per far comprendere a tutti i messaggi più diretti e rabbiosi (che meravigliosa ironia); l’uso parallelo della bandiera irlandese e di quella palestinese ha una solida ragion d’essere (per favore, qui, davvero, immergetevi in questa storia, magari cominciando con i Black and Tans); il loro pubblico poga ai concerti come non accadeva dagli anni Novanta.
Dopo decenni di sordità complice, la generazione Kneecap sta riaccendendo i fari.
È come se la puntina del giradischi fosse stata pulita e il disco riprendesse a girare, non più interrotto dalla troppa polvere accumulata.
Cose utili:
We Are Making a Film About Mark Fisher è realizzato da Close e Remote, degli artisti visivi Sophie Mellor e Simon Poulter. Per affittarlo ecco il link: https://closeandremote.vhx.tv/
Per ascoltare la playlist di ALMARE: https://soundcloud.com/almarexyz/fishermixtape?ref=whatsapp&p=i&c=0&si=ADA5F4C4518D4CABBC957E6250DC568F
Per chi, come me, ha visto Tricky al Frontiera (locale sulla via Appia non più esistente) mi faccia sapere se l’anno e il tour sono quelli (nessuna risposta online; il primo digitale è sparito e questo è argomento non per un’altra Cicala ma direi quasi per una tesi di dottorato).
Link al trailer del film su e di Kneecap: https://www.youtube.com/watch?v=FFYfp-hKxZQ




