“Interni con funzioni straordinarie” presso Archivio Salvo di

di 5 Maggio 2026

In occasione della mostra “Interni con funzioni straordinarie”, pubblichiamo il testo curatoriale di Lisa Andreani.

Da diversi anni mi soffermo sul potenziale immaginale dei titoli dei lavori di Salvo. Sono nate così lunghe liste di parole poetiche che io definisco “titoli eccezionali”. Interno con funzioni straordinarie rientra tra questi. Si tratta di un ciclo di opere avviato alla fine degli anni Ottanta ed ispirato alle cattedrali gotiche del pittore olandese secentesco Pieter Saenredam. Le
colonne inondate da stroboscopiche luci e colori sono state un punto di partenza per interrogare i luoghi, siano essi privati, come l’archivio di Salvo, o spazi possibili che mettono in conversazione l’artista con altre voci, con artiste e artisti, designer e architetti.

Nel caso più privato, si tratta di un ambiente domestico (la sede originaria dell’archivio a cui fa
seguito questo secondo spazio in cui vi trovate), dove riecheggia in particolar modo l’attitudine
dell’artista verso il mondo esterno e la sua ricerca. Nel secondo caso, sono i luoghi e i loro punti di contatto a costruire le relazioni presenti in questa sede. Si tratta di un’attivazione concreta di quelli che erano e sono gli oggetti e gli interessi di Salvo, insieme a intrusioni spontanee o sguardi posati sul suo lavoro.

Sono state le cose a suggerire punti di connessione. In particolare, il ponte iniziale è stato quello con il design e l’architettura radicale. Sono diversi gli oggetti, ed in particolare le furniture disegnate dal gruppo Memphis, che aprono una soglia fatta di consonanze e risonanze con il lavoro di Salvo. Alcune di esse sono parte del consueto arredo di casa Salvo-Tuarivoli. Pertinente è l’accostamento tra il gruppo dei Nuovi-Nuovi e quello postmoderno.
Ciò che accomuna la scelta di libertà intrapresa da ambo le parti (Nuovi-Nuovi vs Radicals) è un ruolo attivo, un diverso “comportamento professionale” che invita a fare spazio attraverso un modo di esistenza e di posizionamento politico, ricco di colore e humor.

A fare tabula rasa, così come Salvo, mettendo da parte il design per la sola e unica pittura, è Nathalie Du Pasquier. In un dialogo con Norma Mangione, aperto alla raccolta di ricordi e di aneddoti, lei stessa ha dichiarato di aver guardato a Salvo. “Dipingo nient’altro che quello che vedo. Io non trasformo niente”. Davanti a una breve frase di questo tipo, tagliente e ironica, non sappiamo dire chi dei due possa averla pronunciata nell’atto di guardare le proprie architetture di pittura. Entrambi hanno sorvolato e sorvolano la storia dell’arte dall’alto.

La rigorosa narratività degli oggetti presenti in mostra (sulla carta, sulle tele, alle pareti) ci parla di plasticità, astrazione ma anche di vicinanza. Questa prossimità non riguarda solo le forme, ma anche storie e ossessioni. Pinocchio è un giocattolo per un figlio, ma anche un “materiale geniale” a cui Aldo Rossi era solito guardare. Un oggetto, dunque, per-fournir (dal francese, che significa dare una forma o realizzare una forma, da cui deriva la parola inglese furniture) come direbbe Marie De Brugerolle, per certi versi performativo nella sua totale fissità, un incredibile lascito sia quando dimenticato che dopo essere stato rappresentato nel suo ruolo di prop.

Ci sono anche passioni che hanno durate transitorie ma che possono rimanere impresse in una retorica della disposizione: i tulipani sono fiori instancabili, siano essi veri, di ceramica come quelli che decorano i vasi di Ottavia Plazza, o nello schizzo rapido di una penna a biro. La stessa penna a biro con cui, in ordine sparso, ritroviamo su un foglio di carta le indicazioni preparatorie per un paesaggio e al contempo l’attivazione di un dizionario di Salvo, lo stesso di cui voleva fare un catalogo: “A abete, ho fatto l’abete, C cane, ho dipinto il cane in un quadro di San Giorgio, D Domodossola, credo di aver fatto un paesaggio di Domodossola da qualche parte, e così via”.

Il modo di “progettare” architetture e interni di Ottavia Plazza segue una costruzione lenta, pezzo per pezzo, in cui la prospettiva, volutamente errata, ci permette l’accesso ad una pittura da vivere. La bidimensionalità in cui ogni elemento prova ad avanzare verso lo spettatore, infrange la distanza visiva mettendo in moto la macchina visiva. L’immagine, in cui la figura umana è assente, è dedicata principalmente ai gesti o tracce dei suoi “behavioral objects”, riprendendo una definizione di Emanuele Quinz e Samuel Bianchini. Questi “oggetti comportamentali” nell’arte e nel design appaiono riconoscibili per tre caratteristiche: una forma che richiama gli esseri viventi, la capacità di “agire” senza una funzione precisa e un’autonomia di movimento, intesa come imprevedibilità.

Simili a entità vive e capaci di influenzare il nostro modo di percepirle, sono anche le cose che abitano “l’Enciclopedia di un visionario”, Luigi Serafini. Carnevalesco, ma anche chimerico, è il disegno dell’artista che si è interessato a lungo al design e all’architettura. Nella Milano degli anni Ottanta Serafini, entrando in contatto con Alessandro Mendini ed Ettore Sottsass, si avvicina ai linguaggi sperimentali di gruppi come Studio Alchimia e il già citato Memphis, tanto da partecipare nel 1981 al progetto Il Mobile Infinito e alla prima collezione Memphis con lo specchio Sheraton.

Per perpetuare nei voli pindarici, o nelle corrispondenze di cui si caratterizza questo progetto, lucida, concreta ed essenziale è la scrittura di una figura nodale della letteratura italiana, Leonardo Sciascia. Nello scambio di corrispondenza tra l’autore e Salvo emerge una forma di inchiesta reciproca, sulla vita l’una dell’altro, un rincorrersi nel giallo mistero quotidiano. A ricavarne una divertita e intellettuale opera di sprezzatura è Matteo Mottin, che in un pastiche romanzato si impadronisce delle loro parole e lettere per sottolineare il potere delicato e
concettuale di un carteggio.

Altri materiali editoriali e animati, si aggirano per le sale chiedendo al pubblico uno lavoro di scoperta perché come sappiamo anche le storie hanno il loro portato oggettuale e spaziale, ci immergono nella conoscenza più serena e sincera.

“A volte per romper la monotonia”, dunque, c’è bisogno di uno spazio come questo, un momento in cui incoraggiare a rianimare con funzioni straordinarie gli oggetti che appartengono realmente o idealmente alle nostre vite, piuttosto che proporre un più classico progetto espositivo. Infatti, seguirà a questo primo incontro, una successiva raccolta di voci, fatta di ascolti e contributi sonori, di parole e rompicapo, di archivi e colori. Ci accompagneranno tra gli altri Giorgio Di Domenico, Giuseppe Garrera, Maria Morganti, Matteo Mottin, Ramona Ponzini. E in questo, la libertà offertami dall’Archivio Salvo opera non solo in linea con il comportamento dell’artista, ma anche con l’eredità che questa istituzione ha deciso di mobilitare all’insegna di ricerche personali e intime come quella appena passata dedicata a Mino Maccari e future collaborazioni proiettate in un’ottica di sperimentazione e forme dialogiche con artisti contemporanei.

Altri articoli di

Lisa Andreani