Quella di Mark Leckey è stata la prima generazione a crescere fianco a fianco con costruzioni in cemento armato che ha visto diventare inutili col tempo. I ponti, i canali, le vasche industriali e le ciminiere che puntellavano l’orizzonte dei paesaggi intorno a Liverpool, continuavano ad avere qualche funzione, ma non erano più inscritte nell’orizzonte produttivo, né tantomeno in quello personale di Mark. Strutture come il viadotto di cemento ricostruito nella mostra “O Magic Power of Bleakness” del 2019 alla Tate Modern di Londra, avrebbero potuto essere a margini di Liverpool da venti, cento o mille anni, come dice un ragazzino in Under Under In (2019) il video che in quella mostra Leckey aveva installato su cinque schermi. Quel paesaggio, infatti, sarà apparso estraneo, staccato dalla sua funzione e allo stesso tempo indefinibile. Una sorta di reperto sbucato da una voragine fuori dalla storia. Il residuo di una dismissione industriale lunga ben oltre la vita dei figli di quegli operai che invece la storia l’avevano tenuta in piedi. Questo passaggio verso un altro mondo – non più produttivo nel senso del primo – è quello che l’artista Turner Prize nel 2008, prova ad attraversare sin da quando con il suo lavoro è arrivato all’ICA di Londra, mostrando Fiorucci Made Me Hardcore (1999). Un buco profondo come quello del parcheggio sotterraneo di piazzale Valdo Fusi a Torino dove è installata la nuova produzione di Mark Leckey Catabasis (2026) a cura di Cripta747 e Caterina Avataneo e realizzato in collaborazione con EXPOSED – Torino Photo Festival 2026. La catabasi è la discesa dei vivi nel regno dei morti, un viaggio topico della mitologia greco-romana che in questo caso Leckey affronta ritrovando i paesaggi del suo stesso passato. Le affissioni al livello più basso del parcheggio sotterraneo torinese riprendono alcuni degli elementi della mostra “O Magic Power of Bleakness”, rielaborando non a caso l’opera dell’artista inglese William Blake. Le immagini stampate su carta blueback, ritraggono infatti, quei ragazzini del 2019 nel making of di Under Under In e fanno eco alle voci di chi, ancora in superfice, si assiepa ai margini dello skatepark di piazzale Valdo Fusi. In questa riconfigurazione sotterranea le immagini della discesa all’inferno risuonano nel sapore degli pneumatici che fischiano sul cemento liscio e vibrano regolarmente al ritmo delle tavole da skate che strisciano sulla cera dei cinderblock ledge al piano in superfice. Dalle bocche di lupo del parcheggio arriva poca luce, ma quello che discende è come una speranza inaspettata che nonostante tutto la vita continui ad esistere. Il campionamento del paesaggio è la parte più riuscita in questa opera di montaggio non sequenziale di Leckey. L’umanità che penetra dal cielo, che in questo caso è la terra, appare essere, come spesso accade nell’opera dell’artista, la testimonianza di un eterno ritorno a riflettere sul futuro di una classe mai davvero collocata al posto giusto. L’insistere sull’estraneità di Leckey al contesto in cui lavora da 30 anni è come un mantra, qualcosa poco più forte di un’ingenua sorpresa. Certo il rischio è sempre lo stesso, perché se l’arte non è mai il contesto giusto dove trovare spazio per coloro che vengono dalle periferie, le periferie sono sempre il luogo ideale per l’arte. Ideale come lo è il suo stile, con le tute della Reebok o della Givova (il marchio lo fa la geografia), ma non certo per ciò che si dice da quelle parti. Tantomeno per i modi, con quell’accento da scouser 1 che da sempre non mette d’accordo i sudditi di sua maestà. D’altronde quando ho sentito parlare per la prima volta Mark Leckey ho pensato a Robbie Fowler e alla sua maglia a sostegno degli scioperi dei portuali di Liverpool del 1997. Anche queste immagini quindi sono, al pari delle parole “pronunciate male”, ignorate nella loro sostanza, ma adorate nella loro forma essenziale. Quella stessa forma che da qualche tempo sta attraversando nuovamente l’universo dei figli che delle vecchie dismissioni industriali. Con una non tanto celata preoccupazione per una precarizzazione colmata solo dallo sciame generativo delle immagini di sintesi. Eppure, da questo ritornare all’irrisolvibile questione di classe, Mark Lekey esce riparando nella magia. Lui che, come pochi di noi in questo ambiente, è stato il primo della famiglia ad aver studiato, non ha fiducia che le cose funzionino istituzionalmente. La sua magia è una speranza molto terrena, fragile e convincente allo stesso tempo, qualcosa in cui non c’è spazio per l’illusione del paradiso – da sempre precluso ai padri e alle madri (operaie) – ma in cui c’è il desiderio di ritornare all’eccezionalità di essere giovani. Alla magia della autodistruzione che rende impotente qualsiasi autorità o imposizione istituzionale, alla magia di quelle cose normali e senza senso come le strisce catarifrangenti sulla costa dei pantaloni Adidas del ragazzo che imita il ponte. A quella magia del Nebuchadnezzar di Blake con cui non scompare ansia per il futuro, ma grazie al quale si risalgono i due piani del parcheggio, a piedi, o magari in ascensore.
1 Scouser è uno che viene da Liverpool. Il termine indica anche il distintivo accento locale (Scouse) e deriva da “lobscouse”, un tipico stufato di carne consumato dai marinai, piatto tradizionale della zona.









