Diego Perrone “Il sole come un gatto” Fondazione Morra Greco / Napoli di

di 1 Luglio 2026

Si prova un certo stupore nel salire al primo piano della Fondazione Morra Greco a Napoli che ospita “Il sole come un gatto”, la prima mostra di Diego Perrone in un’istituzione in città, a cura di Giulia Pollicita. Entrare in uno spazio immerso in un’oscurità quasi totale –  dove le decorazioni tardo-barocche di Giacomo del Pò che investono le pareti  a tratti risultano quasi illeggibili – impone infatti all’occhio un necessario tempo di adattamento che intensifica la percezione di immagini, forme e suoni che affiorano negli ambienti espositivi come rapidi bagliori: apparizioni capaci di condensare, fino quasi a comprimerli, frammenti di un mondo in cui l’immaginario animale, rurale e organico trova espressione in un linguaggio personale e poetico. Quello che l’architettura barocca imponeva come un transito rettilineo e prevedibile diventa così una geografia instabile, governata dal ritmo degli incontri con le opere. Ne emerge un ecosistema visivo e sonoro dal ritmo libero e continuamente riscrivibile dallo sguardo di chi osserva, nel quale guizzi effimeri di giganti carpe koi serigrafate a pavimento che “nuotano” nella colonna sonora in loop di una bevanda frizzante (Senza titolo, 2026), convivono con una scultura in resina dalle bianche setole in poliestere (Pendio piovoso Frusta la Lingua, 2026) e con una serie di proiezioni analogiche di inedite diapositive (Senza titolo, 1995–2026). E poi il video in digitale Il sole come un gatto (2026), che dà anche il titolo alla mostra, i cui protagonisti sono due gatti (uno dal mantello chiaro e l’altro scuro) che in un cortile precipitano a turno dall’alto, al rallenty: le loro zampe rannicchiate pronte ad atterrare in una coreografia di gesti e di reazioni istantanee e involontarie. «In questo slow motion si mette in scena una caduta ma anche una danza che conferisce un’atmosfera surreale a tutta la mostra, alterandone la fruizione come il sole fa con il giorno e con la notte.»1 Visibile di scorcio in tutte le sale del piano, quest’opera evoca un tempo che appare modellato secondo una logica quasi artigianale, «fotogramma per fotogramma»2, mentre l’azione del salto ne evidenzia una sorta di scomposizione meccanica, frutto anche di una certa manualità “rudimentale” con il medium che l’artista ha già sperimentato in opere seminali in questo tracciato, come nello stop motion di Il primo papà gira in tondo con la sua ombra, la mamma piega il suo corpo cercando la forma, il secondo papà batte i pugni per terra (2006) o nell’animazione 3D di Totò Nudo (2005). «I mezzi digitali, utilizzati in maniera quasi amatoriale, sono strumenti ideali per distaccare situazioni ed emozioni da un contesto reale e per ripensare la loro rappresentazione e la loro messa in scena.»3 Perché forse proprio di questo si nutre la mostra: di uno spartito di regia tanto leggero quanto capace di ibridare linguaggi visivi e campionari iconografici – e qui è calzante il paragone nel testo curatoriale con il protagonista del romanzo allegorico Il codice Perelà (1911) di Aldo Palazzeschi.4 Uno spartito che getta uno sguardo del tutto personale sulla realtà e sulla sua rappresentazione, restituendone uno spettro di paesaggi e di fenomeni fisici, atmosferici e luminosi, a volte impalpabili, nei quali l’elemento naturale, agricolo e animale informa quella componente autobiografica che va ben oltre la semplice fonte d’ispirazione per chi, come Perrone, ha trascorso l’infanzia in campagna, nella provincia di Asti. Si potrebbe allora affermare che questo rapporto diretto con la natura «non è più solo singolare elemento di una narrazione autobiografica, ma basamento e scheletro portante di un edificio simbolico che vuole rimanere segreto.»5 Non a caso ad aprire la mostra al piano terra è l’iconica stampa fotografica su forex Senza titolo (1996) che ritrae l’artista, da giovanissimo, in posa con una gallina in testa. Perrone indossa una felpa blu Kappa, i capelli ricci raccolti, e le braccia alzate per reggere l’animale che diventa quasi una sua estensione corporea, come se l’artista stesso fosse interessato ad osservare la realtà con occhi altri e con una certa sensibilità che proviene da una prospettiva ancora sconosciuta e potenzialmente tutta da riscrivere.

Se nel video Il sole come un gatto, il crepuscolo buio sale dal basso verso l’alto man mano che il gatto precipita fino a toccare terra, nelle diapositive di Senza titolo (1995–2026) assistiamo alla comparsa di immagini la cui luce viene proiettata direttamente sulle pareti affrescate degli ambienti espositivi. Insieme al rumore ritmato dei Kodak Carousels, le fotografie sospendono il tempo e frammentano lo spazio in micro narrazioni aventi per soggetto Perrone venticinquenne in compagnia di oche, maiali e galline (o questi animali da soli). Un’opera che possiamo considerare, al di là di una riflessione sull’animale che diviene spunto e metafora per parlare della condizione umana, anche e soprattutto occasione per l’artista di lavorare con la materia prima della propria storia, cercando di trovare una consonanza con gli animali ritratti e il contesto rurale e contadino a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila. Ma dietro a questo corpus di immagini si cela anche una certa tonalità disalienata, un comune sentimento di stupore, come quello che si prova immaginando a cosa potrebbe accadere quando due oche vengono lasciate sole in una stanza, davanti a una telecamera, come nel video (Senza titolo, 1994). Esse si muovono simmetricamente, poi si avvicinano e ci guardano attonite. Siamo allora noi, forse, a diventare a loro estranei? 

«È interessante notare come la predilezione per l’immaginario animale si sia perlopiù sviluppata in congiunzione o in dialogo diretto con un altro motivo iconografico dominante: quello dell’orecchio e del condotto uditivo (spesso rappresentati in forma quasi bestiale – mostruosa, da mollusco – nelle opere più marcatamente “otologiche” di Perrone), messaggi in codice per l’udito, l’ascolto e lo sfuggente concetto di “uditorio”; il linguaggio e la sua assenza, la sua mancanza o il suo inceppamento; mutezza e silenzio; estensione e ritiro6.» Aggrappata al concetto di “deformazione”, che pure si potrebbe applicare a buona parte della produzione artistica di Perrone tanto a livello di sperimentazione linguistica quanto formale, questa riflessione sulla dimensione uditiva la si ritrova tradotta in mostra nella creatura bianca, biomorfica e quasi aliena che trattiene le sue ali nelle sale del Palazzo. Già titolo di un lavoro del 20107, Pendio piovoso Frusta la Lingua (2026) ne è una nuova reiterazione e suggerisce l’esperienza di un paesaggio e della sua atmosfera sonora, più che una sua rappresentazione figurativa, reale o immaginaria. Usando le parole dell’artista, «essa descrive un intenso temporale in montagna, la pioggia forte che arriva sulla faccia come una frustata e la paura di continuare il percorso verso la vetta. Il panico che si manifesta nello sfidare elementi naturali in un contesto privo di protezione. […] è il racconto di un attimo costituito da più cose che accadono simultaneamente fruibili come un unico corpo ma descritte una alla volta». 

Al termine di questo itinerario in penombra, si fa chiara la sensazione di essere scivolati in un altrove in cui le tradizionali gerarchie tra umano e animale appaiono compromesse e le stesse leggi della fisica – dalla gravità rallentata dei gatti alla solidificazione sonora della pioggia, fino ad un gallo che resta magicamente sospeso al centro di una stanza ammobiliata – vengono radicalmente riscritte. Ci si muove fluidi, scivolando come carpe in un letto d’acqua, accompagnati dal suono ovattato di un’effervescenza e catturati da apparizioni intermittenti. Perrone non allestisce una semplice mostra, ma dà vita a un dispositivo – intimo, onirico, rudimentale, a tratti ironico – di ricreazione dei codici del mondo. È un microcosmo fragile e misterioso, dove lo stupore della scoperta e l’intensità del frammento visivo provano a ridisegnare i confini di ciò che chiamiamo realtà.

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Giovanna Manzotti