Il mare trattenuto. “Crociere estive” di Guglielmo Castelli. Galleria Sylvia Kouvali / Pireo di

di 30 Luglio 2026

È passato appena, o forse solo, un anno da quando, alla fine di luglio, sono arrivato con Gea e Lev per la prima volta alla galleria di Sylvia Kouvali, al Pireo. Intorno, una sequenza densa di edifici industriali, officine e magazzini, dentro un’Atene che sembra essere un cantiere infinito. Forse da millenni. Si percorrono strade tagliate da una luce verticale: tutto diventa ombra, dentro un chiaroscuro quasi violento nel suo essere archeo. Una luce drammatica e mediterranea, nomadica e sporca, come lo spazio che si incontra entrando. La galleria occupa un antico bazar, sorprendente per le sue altezze ecclesiastiche. Uno spazio che conserva qualcosa del commercio e, insieme, della liturgia: una cavità urbana nella quale le opere non sembrano semplicemente esposte, ma chiamate ad apparire. Sylvia Kouvali ha avuto l’intelligenza di non neutralizzare questa geografia. Quando la galleria si chiamava Rodeo aveva già costruito una delle esperienze più singolari della scena contemporanea internazionale. Dopo Rodeo, è diventata semplicemente Sylvia Kouvali: non un cambio d’insegna, ma l’assunzione diretta di una visione. La galleria porta ora il suo nome perché, in qualche modo, le assomiglia: precisa, radicale, inattesa, capace di trasformare un margine industriale del Pireo in un centro senza mai dichiararlo tale.

È qui che abbiamo incontrato Crociere estive di Guglielmo Castelli. Non come si visita ordinatamente una mostra, passando da un’opera all’altra, ma come si attraversa una memoria. Camminando nelle stanze per mano di Castelli, lasciando che fossero le immagini a precedere ogni spiegazione. Il titolo evoca l’estate organizzata, il piacere obbligatorio delle navi da crociera, il rumore della vacanza trasformata in spettacolo. Dentro la galleria, però, tutto si rovescia. Il mare non è un orizzonte aperto: è una materia scura, composta di pizzi, tessuti, corde, perle e piccoli relitti. Cigni tenuti al guinzaglio, figure costrette in uniformi troppo strette, venti impigliati nelle reti. La natura conserva la propria energia, ma appare continuamente trattenuta, disciplinata, quasi educata alla posa. Anche i corpi vivono sul confine tra il desiderio di fuggire e la nostalgia del recinto. Nei dipinti, nei collage realizzati su tessuti trovati e nei sette Idoletti sospesi nello spazio, l’infanzia non è mai innocente: è il luogo in cui il gioco incontra la regola, la fiaba il potere, la grazia una sottile crudeltà. Corpi frammentati, abiti leziosi, occhi di vetro: personaggi rimasti senza storia, attori di una rappresentazione già conclusa o che, forse, non comincerà mai.

Castelli attraversa oggi una maturità progettuale e narrativa rara. Le opere non esistono più soltanto come immagini isolate, ma come parti di una costruzione complessiva nella quale pittura, oggetti, costumi, architettura e memoria concorrono a formare un unico mondo. Una grande letteratura visiva, non perché illustri delle storie, ma perché della letteratura possiede la densità, le omissioni, i ritorni, la capacità di lasciare i personaggi sospesi dentro un destino mai completamente rivelato. Questa letteratura incontra il teatro. Castelli dirige i gesti, misura le distanze, costruisce il silenzio intorno alle figure. La galleria diventa una scena senza separazione tra platea e palcoscenico. Ne emerge una sorta di arte totale, intima e mai monumentale, nella quale ogni elemento — dipinto, tessuto, pupazzo, corda, luce — partecipa alla stessa atmosfera. Anche il testo che accompagna la mostra appartiene a questa drammaturgia. Marta Papini scrive in prima persona, partendo da un ricordo d’infanzia: una passeggiata con la nonna su una spiaggia sconvolta dalla tempesta, alla ricerca dei tesori portati dal mare, con i piedi ricoperti di catrame. Un’immagine fisica e privata, quasi olfattiva, che diventa la soglia emotiva della mostra.

Crociere estive è così anche una mostra di Sylvia, a sua immagine. Non perché sottragga qualcosa all’autonomia di Castelli, ma perché nasce da una complicità profonda tra artista, gallerista e spazio. Castelli porta le figure, i costumi, i relitti e le memorie; Sylvia costruisce la temperatura, il ritmo, la condizione necessaria perché quel mondo possa apparire nella sua forma più esatta. Il mare, alla fine, non conduce necessariamente altrove. Nel racconto affiora anche Michela Murgia, amata da Castelli, e la sua idea di un orizzonte che ci fa sentire più incompleti proprio perché nessun’altra terra è visibile: non tutto ciò che ha un limite possiede davvero una fine. Il mare deposita sulla riva ciò che abbiamo perduto, o ciò da cui credevamo di esserci liberati. E uscendo di nuovo nella luce brutale del Pireo, le opere continuano a seguirci come il catrame rimasto sui piedi: un residuo nero e appiccicoso, qualcosa che non si riesce completamente a lavare via.

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Cristiano Seganfreddo