Oracoli al di là del mare è la mostra conclusiva dell’anno di residenza dellə borsistə di Villa Medici. Curata da Marea Art Project, riunisce pratiche e ricerche che attraversano arti visive, musica, scrittura e architettura.
Il titolo nasce da un’opera dell’artista palestinese Vera Tamari e apre a una riflessione sul Mediterraneo come spazio di memoria, conflitto e immaginazione.
La varietà dei linguaggi testimonia la capacità di Villa Medici di leggere il presente nelle sue contraddizioni e trasformazioni. In questa intervista con Cristiano Seganfreddo, Marea Art Project racconta la genesi della mostra e il lavoro svolto.
I borsisti in residenza sono stati Alia Bengana, Arianna Brunori, Diaty Diallo, Marin Fouqué, Elitza Gueorguieva, Hugo Lindenberg, Giulia Lorusso, Paul Maheke, Marie-Claire Messouma Manlanbien, Randa Maroufi, Farnaz Modarresifar, Baptiste Pinteaux, Enrique Ramírez,Ben Russell, Camille Lévy Sarfati, Thu-Van Tran. Segue un estratto fotografico della mostra e a seguire la conversazione tra Cristiano Seganfreddo ed Imma Tralli e Roberto Pontecorvo.
Cristiano Seganfreddo: Il titolo Oracoli al di là del mare nasce da un’opera di Vera Tamari. Palestinese. Perché avete scelto l’immagine dell’oracolo?
Imma Tralli e Roberto Pontecorvo: L’universo simbolico connesso all’oracolo ci è sembrato risuonare profondamente con l’esercizio di far coesistere nello spazio della mostra la pluralità di voci, di genealogie e di progetti realizzati dallə borsistə di Villa Medici, nel corso della loro residenza a Roma. In una mostra che si discosta dalla linearità dei criteri di leggibilità espositiva, accogliendo discipline che spaziano dalle arti visive e performative alla musica, dalla curatela alla storia e teoria delle arti, fino alla letteratura e all’architettura, si è rivelato una cornice interpretativa per offrire al pubblico una soglia di accesso ai lavori presenti, suggerendo possibili risonanze e attraversamenti, senza fornire risposte univoche. È infatti un invito ad accogliere visioni, presagi e domande, coltivando quella coscienza critica necessaria per abitare la complessità del presente.
Il titolo della mostra parte da un accadimento connesso a un’esperienza personale: il nostro incontro nel gennaio 2026 a Ramallah con l’artista e attivista palestinese Vera Tamari (Gerusalemme, 1945), figura centrale per il suo impegno nella creazione di movimenti artistici legati alla resistenza del popolo palestinese. L’ispirazione dalla sua opera Oracles from the Sea (1998) si è presentata come desiderio di entrare in risonanza con la potenza dell’immaginario poetico o politico dei lavori in mostra, ma anche con un’azione collettiva che lə borsistə avevano messo in campo qualche mese dopo rispetto al loro arrivo a Roma, durante la Notte Bianca del novembre 2025, da loro ribattezzata collettivamente Notte Nera. In piena mobilitazione internazionale a supporto della Global Sumud Flotilla1, hanno manifestato il loro sostegno al popolo palestinese e alle «colleghə artistə che creano, resistono, in luoghi assediati, saccheggiati, distrutti; dal cuore dello sradicamento o dell’esilio», ma con la volontà di «continuare a costruire archivi della memoria, a tessere narrazioni alternative, a circondarci delle voci di chi non c’è più e della presenza di chi ancora vive»2
Oracoli al di là del mare diventa quindi una possibilità di riconnessione con un mondo di genealogie e cosmologie antiche, dove il senso di continuità della creazione e dell’incessante impulso alla vita resistono a ogni tentativo di oppressione. Un radicale atto di pratica immaginativa che riecheggia con molti dei lavori presenti in mostra, rivendicando nuove narrazioni e ritualità, come ci suggerisce la pratica dell’artista visiva Marie-Claire Messouma Manlanbien, che contribuisce a questa costellazione. È suo il lavoro che appare sull’immagine manifesto che introduce agli spazi della mostra e che, evocando forme di guarigione e cura, tesse nuove visioni attraverso l’intreccio di memorie e rappresentazioni del mondo antico, restituendo al contempo una continuità magica con tutti gli organismi che popolano le terre, i cieli e i mari, in profonda armonia con il cosmo.
CS: Nel vostro lavoro il Mediterraneo non appare mai come una semplice geografia. Che cosa rappresenta oggi per voi: un luogo, una memoria condivisa o un metodo per leggere il mondo? Avete riscontrato risonanze con i lavori in mostra?
ITRP: Il Mediterraneo ha sempre rappresentato per noi un corpo vivo di lettura critica del presente. Uno spazio poroso, attraversato da stratificazioni di memorie che si depositano per poi riemergere in forme frammentarie, attraverso gesti, processi storici e riti. Negli ultimi anni abbiamo operato a partire dall’urgenza ma anche dal desiderio di creare reti di scambio tra residenze artistiche situate nel Mediterraneo; un orizzonte poetico e politico al contempo, ma soprattutto un campo di forze, dove è possibile leggere le tensioni che uniscono le lotte del passato a quelle contemporanee, legate agli spostamenti, alle diaspore, alle violenze sistemiche e alle forme di estrazione e colonialità, che ne hanno modellato la storia e che continuano a produrre effetti nel presente. In questa prospettiva, per noi il mare tutto diventa una soglia metodologica oltre che simbolica: un luogo in cui le vicende individuali e quelle collettive si sovrappongono, e in cui le pratiche artistiche possono operare come forme di ascolto e di contro-narrazione.
È un discorso che entra in risonanza con alcuni dei progetti in mostra, che si sviluppano a partire dagli archivi, dalle immagini mancanti o negate. In particolare, con il lavoro della curatrice e autrice Camille Lévy Sarfati, la cui ricerca si presenta come un atlante alternativo, dove il Mediterraneo emerge come spazio rituale e politico insieme, come rete di gesti, pratiche e storie che resistono alle logiche di cancellazione colonialista e nazionalista. Partendo dal rito come forma di trasmissione e di contro-cartografia, il suo lavoro permette di intendere il Mediterraneo come uno spazio di solidarietà, pensieri e pratiche, ma anche come luogo attraversato da corpi, tra presenza e scomparsa. Anche nel progetto della regista e artista visiva Randa Maroufi, il Mediterraneo si presenta come spazio politico segnato da ferite storiche, generate in questo caso da dinamiche di migrazione, di trasformazione dei corpi e di sfruttamento, connesse alle pratiche del lavoro nelle industrie conserviere di acciughe e all’infrastruttura economica legata al mare. All’intersezione tra ecofemminismo, colonialismo e lotte sociali, il suo lavoro restituisce una coralità di gesti e memorie che riemerge proprio da ciò che normalmente resta fuori campo.
Sono riflessioni che permettono di ricollegarci alla resistenza contemporanea, e di intendere l’area mediterranea come un luogo inquieto, di compromesso, conflitto ed eterno mutamento, dove riti e pratiche artistiche resistono per diventare strumenti per riattivare memorie.
CS: Dopo un anno trascorso accanto ai borsisti di Villa Medici, quale ritratto emerge di questa nuova generazione di artisti, architetti, musicisti, teorici, scrittori e ricercatori?
ITRP: Sarebbe molto difficile o probabilmente improprio tracciare il ritratto di una nuova generazione di creativə a partire dalla specificità delle borsistə in residenza quest’anno a Villa Medici. Quello che abbiamo incontrato è piuttosto una costellazione di pratiche, posizionamenti e voci, talvolta molto diverse tra loro, riuniti temporaneamente dalla residenza, di cui la mostra ha rappresentato l’atto conclusivo.
Quello che emerge è un modo condiviso di abitare la ricerca: aperto alla sperimentazione e alla contaminazione tra discipline, attento alle genealogie, ai saperi ecologici, femministi e decoloniali, ma anche ad altre forme di conoscenza, che passano attraverso l’alchimia, la riscrittura dei miti antichi, la ritualità e il dialogo con ciò che normalmente resta invisibile, mettendo costantemente in relazione memoria personale e memoria collettiva, passato e presente, in una tensione continua tra poetico e politico. In questo intreccio trovano spazio anche aspetti come la cura, il desiderio o nuove forme di relazione, assumendo il gesto artistico come possibilità d’esistenza.
Un elemento che ricorre è sicuramente il modo in cui le esperienze autobiografiche non vengano isolate dalla storia collettiva. Il personale diventa luogo di attraversamento di conflitti e processi storici contemporanei. È il caso del lavoro della compositrice, santurista e poetessa Farnaz Modarresifar, che per Villa Medici ha proposto una traccia audiovisiva intrecciando la tragedia di Oedipus Rex di Igor Stravinsky con le violenze inflitte al popolo iraniano nel gennaio 2026. Nel suo lavoro, l’accecamento di Edipo diventa una metafora dello sguardo e delle sue fratture e il rito uno spazio in cui voce e memoria trasformano la perdita in un atto poetico.
Ma riguarda anche altri progetti, dove corpo, archivio, fotografia, scrittura o performance diventano modi per trasformare l’esperienza vissuta in immaginazione politica.
Inoltre, uno degli aspetti più interessanti della residenza è stato vedere come le discipline e pratiche abbiano smesso di essere percepite come categorie non comunicanti e le modalità attraverso le quali anche artistə non visivə si siano cimentatə con il display della mostra. Lo scrittore e psicologo clinico Hugo Lindenberg ha esplorato il medium cinematografico, attraverso un’opera di finzione al tempo stesso letteraria e visiva, dando forma a un documentario poetico sul lutto e sulle sue rappresentazioni; la teorica dell’arte e filosofa Arianna Brunori ha invitato l’artista visiva Alice Visentin per concepire insieme una grande installazione che restituisce attraverso figure allegoriche, linguaggi segreti e strane creature l’esperienza di studio dell’immaginario alchemico, invitando il pubblico a girare attorno all’opera; la compositrice Giulia Lorusso ha dato forma a Cercle, un’installazione sonora concepita come lavoro site-specific per lo scalone della mostra e immaginata come eco di un più ampio dittico per sedici voci, ispirata al mito della maga Circe e al potere profondamente trasformativo dell’immaginario femminile; o ancora, lo scrittore, poeta e performer Marin Fouqué, appassionato di boxe, ha proseguito il suo lavoro di ricerca attorno alle rappresentazioni della mascolinità, attraverso un’installazione sonora sviluppata insieme al pugile romano Adriano Tramontozzi, nata a partire dalla sua frequentazione della Palestra Indomita e della Palestra Popolare di San Lorenzo durante i mesi a Roma.
La residenza ha offerto il tempo e lo spazio perché questi attraversamenti fossero possibili. Ha permesso infatti di concepire o consolidare un modo di fare ricerca in cui teoria e pratica, sperimentazione e creazione, dimensione individuale e collettiva si sono continuamente poste in relazione, valorizzando il processo.
CS: Molti dei progetti presenti in mostra sembrano muoversi tra immaginazione e pratica politica. La creazione contemporanea sta tornando a interrogare il reale in modo più diretto?
ITRP: Nel corso di quest’anno trascorso seguendo il lavoro dellə borsistə di Villa Medici, abbiamo incontrato molte pratiche che non separano la ricerca artistica dal posizionamento politico, mettendo in relazione esperienze incarnate e immaginazione radicale.
Questo riguarda linguaggi molto diversi. Nella scrittura, ad esempio, la pratica dell’autrice e performer Diaty Diallo e della fotografa e archivista invitata Nastasia Alberti ha dato forma a un archivio fotografico intimo e frammentario di parole e immagini, restituendo visibilità a soggettività razzializzate e alla vulnerabilità dei corpi, segnati da violenze sistemiche spesso omesse dal racconto dominante. Un gesto che riafferma l’importanza di lasciare traccia e di costruire nuovi archivi collettivi; anche il lavoro della scrittrice, performer e regista di documentari Elitza Gueorguieva parte da un’esperienza personale – il suo percorso di naturalizzazione francese – per riflettere, con uno sguardo tragicomico e insieme profondamente politico, sulle identità sospese, sull’appartenenza e sulle forme attraverso cui le istituzioni definiscono chi può essere riconosciuto come cittadinə e chi no.
Lo stesso abbiamo constatato nelle arti visive. Enrique Ramírez lavora sulle tracce materiali dell’espropriazione coloniale a partire dalla storia di una piroga yagán rubata nel 1893 all’estremo sud del Cile e conservata nei depositi del Museo delle Civiltà di Roma, trasformando un manufatto sottratto in una testimonianza vivente del passato coloniale e delle forme contemporanee di resistenza; o ancora, Thu-Van Tran interroga invece l’eredità coloniale inscritta nel paesaggio, facendo emergere, attraverso le impronte delle foglie di hevea provenienti dalle ex piantagioni coloniali, il rapporto tra sfruttamento, memoria e persistenza del vivente.
Questo intreccio tra immaginazione e pratica politica è riscontrabile anche nel lavoro del cineasta e musicista Ben Russell che realizza un’installazione audiovisiva non fiction, concepita come proiezione in situ per la cisterna della Villa e lavoro di ricerca per un lungometraggio di finzione. Roma diventa un corpo attraverso cui leggere il presente, un paesaggio attraversato da manifestazioni e abitato da centri sociali e memorie che continuano a riemergere dalle stratificazioni politiche e storiche della città. Nel lavoro di Russell vediamo inoltre comparire alcune incisioni di Piranesi, che partono dalla volontà di dialogare con l’opera dell’architetta Alia Bengana che, insieme al ceramista invitato Jacques Kaufmann, parte dalle tracce antiche di Roma per immaginare forme costruttive di natura ecologica, ampliando a una riflessione sugli attuali metodi di costruzione ad alto impatto di carbonio.
Dunque, più che un ritorno al reale, ci sembra emerga il desiderio di ampliare i modi attraverso cui il reale può essere raccontato e reificato. In questi lavori, l’immaginazione rappresenta una condizione per attraversare la contemporaneità criticamente.
CS: Il territorio italiano sembra emergere nella mostra non come luogo fisico, ma come archivio vivente di presenze e assenze. L’incontro con l’Italia ha influenzato in qualche modo le ricerche dellə borsistə, portando alla luce storie, immagini e figure che hanno attraversato il tempo?
ITRP: Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, il territorio italiano ma anche Roma sono state per molte delle ricerche presenti in mostra un corpo vivo. In particolare Roma, una città che porta inscritte nel proprio tessuto molteplici temporalità: le rovine, gli archivi, le stratificazioni antiche convivono con presenze invisibili e memorie rimosse.
Questo emerge, per esempio, nel lavoro dell’artista visivo Paul Maheke, che durante la residenza ha rivolto lo sguardo alla statuaria funeraria e alle effigi di figure giacenti conservate negli archivi e nei cimiteri romani, così come alle catacombe etrusche. Mette in luce immagini o, ancora di più, presenze capaci di interrogare ancora oggi il nostro rapporto con la memoria, con l’invisibile e la violenza post-mortem sui corpi razzializzati. Le sue figure evanescenti, realizzate con aerografo su tela, ci ricordano infatti il modo in cui i morti persistono tra noi e come l’immagine diventi un luogo in cui l’invisibile si manifesta.
Una traiettoria diversa emerge invece dal lavoro di Baptiste Pinteaux, che ha sviluppato una ricerca attorno all’esperienza fotografica di PaJaMa, trio formato da Paul Cadmus, Jared French e Margaret Hoening French, riconnettendosi alla loro esperienza con Italia, tra il 1937 e la metà degli anni Cinquanta. Restituisce visioni oniriche e celebra un immaginario sensuale e luminoso in dialogo con il Rinascimento italiano, sfidando le categorie normative del proprio tempo, attraverso i corpi, il desiderio, aprendo a nuovi modi di vivere le relazioni.
Vediamo quindi come l’incontro con l’Italia emerga come luogo in cui le tracce del passato continuano ad agire e a produrre nuove possibilità di lettura, custodendo storie che spesso sono rimaste fuori dalle rotte ufficiali, ma che possiedono una grande forza generativa quando vengono riportate alla luce. Sono narrazioni che riaffiorano come fili capaci di ricucire trame interrotte, offrendo nuovi modi di guardare e di riattivare queste eredità.
CS: Marea Art Project è un programma di residenze, piattaforma curatoriale e centro di ricerca nato in Costiera amalfitana, lontano dalle grandi capitali dell’arte. In che modo lavorare da una posizione periferica ha influenzato il vostro sguardo curatoriale?
ITRP: Lavorare fuori dai centri dell’arte significa per noi innanzitutto confrontarci con pubblici non specializzati, con comunità che non appartengono al sistema dell’arte contemporanea o a circuiti prestabiliti. Questo ha reso necessario da parte nostra un lavoro costante di mediazione culturale e di relazione, in cui le pratiche non rispondono alle logiche del mercato o della produzione di visibilità, ma alla costruzione di un senso condiviso, quotidiano, situato. In questo contesto, la curatela per noi si è progressivamente definita come un esercizio di ascolto e di traduzione, più che come dispositivo di esposizione.
Nello specifico, Praiano, il paese di duemila abitanti in Costiera amalfitana dove nasce Marea, è un territorio che si colloca ai margini rispetto ai grandi centri della produzione culturale e artistica, ma che vive una forte discontinuità tra margine e centro, tra lo spopolamento e l’isolamento sociale dei mesi invernali e la trasformazione estiva che vede il territorio intrappolato in un iperturismo omologante. Questa tensione ha inevitabilmente inciso sul nostro lavoro e sul nostro posizionamento politico, e ha indirizzato la nostra ricerca verso la riemersione di saperi non ufficiali connessi all’immaginario del Sud Italia e al Mediterraneo, spesso rimasti fuori dai processi di legittimazione culturale.
Allo stesso tempo, questa posizione eccentrica l’abbiamo vissuta anche come spazio di distanza critica. Non abbiamo mai vissuto la marginalità come una mancanza, ma come una possibilità di sguardo obliquo, capace di sottrarsi a gerarchie consolidate e di immaginare altre forme di relazione tra arte, territorio e le persone che lo abitano. È da qui che si sviluppa anche il nostro modo di intendere la residenza e, più in generale, la pratica curatoriale: come un interstizio in cui si possono ridefinire le logiche del reale a partire da relazioni situate, affettive e politiche. Uno spazio in cui artistə e comunità entrano in contatto per costruire costellazioni inedite, alleanze impreviste e forme di pensiero condiviso, in linea con l’idea di una politica relazionale e di un continuo attraversamento tra mondi. Ed è quello che abbiamo cercato di fare durante quest’anno con lə borsistə di Villa Medici.
Lavorare da questa posizione significa allora interrogare costantemente ciò che viene considerato centrale e ciò che invece rimane sommerso, cercando di restituire spazio a forme di conoscenza situate e legate ai territori. In questo senso, la tensione tra marginalità e centralità per noi è una postura critica che orienta il nostro lavoro.
CS: Villa Medici è uno dei pochi luoghi in Europa dove artisti, architetti, scrittori, compositori e ricercatori condividono quotidianamente tempo e spazio. Quali forme di interferenza o connessione avete osservato nascere tra le loro pratiche?
ITRP: Uno degli aspetti più preziosi che abbiamo potuto constatare durante la residenza è stato proprio questo: la possibilità per artistə, architettə, scrittorə, musicistə, teorichə e ricercatorə di condividere quotidianamente tempo e spazio, mettendo in circolo idee tra pratiche talvolta molto diverse.
Questa vicinanza non è stata neutra. Ha generato una trama di relazioni che ha trasformato la Villa in un luogo di sperimentazione, ma anche in un corpo animato, dove intimo e collettivo si sono continuamente intrecciati nella circolazione di emozioni, desideri e ambizioni, ma anche di fragilità, conflitti e momenti di dissonanza. Sono stati proprio questi momenti a scandire il ritmo del confronto e del dialogo, amplificando la pluralità di voci e di posture che oggi abitano gli spazi della mostra.
Nel corso dell’anno questi punti di contatto hanno assunto forme molto concrete. Pensiamo, ad esempio, al lavoro di Camille Lévy Sarfati, che durante la residenza ha riunito artiste e militanti per immaginare un’Assemblea pluriversale di donne dedicata alle relazioni tra arte, rito e politica, coinvolgendo alcune borsiste. Nella mostra, il suo lavoro dialoga con quello di Diaty Diallo e di Randa Maroufi. Pur mantenendo ciascuno la propria autonomia, condividono una riflessione sul modo in cui ripensare gli archivi al di fuori delle logiche di dominazione coloniale e sull’importanza di produrre nuovi archivi e forme di memoria collettiva. Questa possibilità di coesistenza era già emersa durante la Notte Nera, già presentata all’inizio di questa conversazione. È stato il primo momento in cui hanno presentato insieme le loro ricerche, ma soprattutto è stata un’occasione per interrogarsi collettivamente sul senso della creazione artistica.
Le contaminazioni sono avvenute anche al di fuori degli spazi espositivi o appuntamenti già programmati. Un esempio molto bello è stato Villa Sonora, il ciclo dedicato alla musica sperimentale e all’improvvisazione ideato dallə borsistə Giulia Lorusso, Farnaz Modarresifar, Enrique Ramírez e Ben Russell. Attraverso concerti e performance, insieme ad altri artisti invitati, hanno esplorato la musica ambient, l’elettronica, il noise e pratiche ibride, tra strumenti tradizionali e dispositivi elettronici, trovando un terreno di ricerca comune.
Forse è proprio questo che rende la residenza a Villa Medici un luogo così unico: la transdisciplinarità viene vissuta quotidianamente ed è sempre generativa. Le discipline smettono di essere compartimenti separati e diventano occasioni di ascolto reciproco, contaminazione e trasformazione.
Ed è anche questo processo, fatto di incontri spesso imprevedibili, che la mostra cerca di restituire.
CS: Se doveste individuare un’intuizione o una scoperta emersa durante questo anno che porterete con voi nei prossimi progetti di Marea, quale sarebbe?
ITRP: La verità è che è stato un processo così intenso e stratificato che ne comprenderemo davvero la portata solo nei prossimi mesi, quando avremo avuto il tempo di ripercorrere tutto ciò che questo anno ha trasformato nel nostro modo di pensare e di lavorare. Possiamo però dire che più che una singola intuizione, ci portiamo dentro un diverso modo di intendere la ricerca.
L’incontro con lə borsistə, le loro geografie, o pratiche ed esperienze di vita molto diverse tra loro, ci ha permesso di ampliare il nostro sguardo attraverso gli occhi di chi quelle storie e quei conflitti li vive sulla propria pelle. È stato un esercizio continuo di decentramento, che ci ha ricordato quanto sia importante non sottrarsi alla complessità, ma assumerla. Restare nel dialogo, anche quando è faticoso o produce dissonanze, è una scelta profondamente politica, perché significa rinunciare a semplificazioni e posizioni rassicuranti per lasciare spazio all’ascolto, al confronto e alla possibilità di mettersi in discussione.
È un atteggiamento che sentiamo molto vicino a Marea. Lavorare da un margine ci ha sempre insegnato che le pratiche artistiche assumono senso quando riescono a entrare in relazione con le persone, con gli immaginari e con le criticità che li caratterizzano. Questa esperienza ci ha fatto comprendere quanto sia importante abitare le differenze creando laddove è stato possibile le condizioni perché possano essere condivise e discusse collettivamente.
Sicuramente, in questo tempo storico, curare una mostra o dare forma a una residenza significa assumersi delle responsabilità. Può diventare un modo per costruire alleanze, custodire memorie e immaginare le condizioni affinché altri futuri possano emergere. Il nostro compito è quello di aprire spazi di possibilità, rendere visibili prospettive ancora inesplorate e tessere le trame perché possano prendere forma orizzonti che il presente non è ancora in grado di vedere. La sensazione più profonda che sentiamo di portare con noi è l’urgenza di continuare a interrogarci sul ruolo della creazione e sulla potenza immaginativa dell’arte, e sulla sua capacità di leggere, mettere in discussione il reale e di trasformare il mondo.














