Arte Povera, Hauser & Wirth / New York

26 Ottobre 2017

“Prima viene l’uomo poi il sistema” iniziava così quello che è storiograficamente riconosciuto come il manifesto dell’Arte povera, apparso sulle pagine di Flash Art (G. Celant, “Arte povera. Appunti per una guerriglia”, in Flash, no. 5, novembre – dicembre, 1967, p. 4).
In queste pagine Celant parlava di “un nuovo atteggiamento per ripossedere un ‘reale’ dominio del nostro esserci, che conduce l’artista a continui spostamenti dal suo luogo deputato, dal cliché che la società gli ha stampato sul polso. L’artista da sfruttato diventa guerrigliero, vuole scegliere il luogo del combattimento, possedere i vantaggi della mobilità, sorprendere e colpire, non l’opposto”.
A distanza di cinquant’anni dalla perspicace intuizione celantiana Hauser & Wirth occupa interamente i tre piani della galleria sulla 22a a New York con la mostra “Arte povera” a cura di Ingvild Goetz, tra le più grandi collezioniste del movimento. È piuttosto singolare che una galleria del calibro di Hauser & Wirth dedichi una mostra a una collezione privata pur non rappresentando nessuno degli artisti in mostra; sembrerebbe dunque che la galleria, attraverso questa operazione insolita e “contro-mercato” abbia scelto di celebrare al meglio l’anniversario dell’Arte povera dando per una volta la priorità all’uomo, anzichè al sistema.
L’Orchestra di stracci – vetro diviso (1968) di Michelangelo Pistoletto e un tardo Igloo di Mario Merz (1984-1992) posti a una distanza fisica quasi costretta l’uno dall’altro, introducono il visitatore al percorso che si snoda fluidamente, del quale è possibile cogliere nessi e associazioni costruite meticolosamente da Goetz. La familiarità con i linguaggi poveristi e con l’effimerità che accomuna tanti fra i lavori visibili è percepibile nei rimandi che Goetz ha attivato in questo allestimento – che in alcuni punti ricorda l’ordinamento e la disposizione degli “oggetti poveri” nello spazio del Deposito d’Arte Presente a Torino fra il 1966 e il 1969. Al primo piano si alternano lavori di Jannis Kounellis, Mario Merz e Giovanni Anselmo; di questi rispettivamente Lance (1966), Impermeabile (1966) e Bottiglia (1967) di Merz; Senza titolo (1967) e Torsione (1968) di Anselmo e i Senza titolo (1958-59-61) di Kounellis sono indicativi delle nuove sperimentazioni che germinavano autonome in ognuno di loro, precedenti alla criticizzazione che li ha riuniti poi sotto la voce Arte povera. Al piano superiore lavori seminali di Alighiero Boetti tra cui PING PONG (1966) e Millenovecentosettanta (1970) sono accostati a opere di Pier Paolo Calzolari, Giulio Paolini, Luciano Fabro, Gilberto Zorio ed Emilio Prini; di quest’ultimo Perimetro (1967), Perimetro – Misura studio stanza (1967), Standard (1967) e 5 Sistemi percettivi per ambiente 1967 (1968) restituiscono quella componente del suo lavoro sulla traccia e sul corpo che deambula nello spazio, dove i dati spaziali sono lasciati all’osservatore come punti nel vuoto e l’ambiente è uno spazio d’aria di cui l’artista si riappropria. L’ultimo piano della galleria, oltre a un giovanissimo Pascali Mitragliatrice (1965) e opere di Pistoletto e Giuseppe Penone, presenta circa cinquanta fotografie di Claudio Abate, Giorgio Colombo e Paolo Mussat Sartor i tre fotografi che hanno saputo raccontare e imprimere in modo indelebile gli anni Settanta, cristallizzandoli nell’immaginario.

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