Sculture Specchianti: Sergio Eusebi su Kuboraum di

di 23 Giugno 2022

Dieci anni fa, mi dicono alcuni conoscitori del progetto in tempi non sospetti, si entrava in una stanza buia e poco illuminata dove si potevano intravedere delle ‘maschere’ esposte come vere e proprie sculture, con la differenza che queste erano e sono tutt’ora da indossare direttamente dal piedistallo al corpo.

Kuboraum, label di occhiali dall’approccio curatoriale, fondato da Sergio Eusebi e Livio Graziottin, compie dieci anni e veste musicisti, personaggi alieni, intellettuali ed influencer. Come fanno ad essere così trasversali? Ricompongono l’identità di chi li indossa. La loro forza è sicuramente la community che quando sceglie Kuboraum, non torna più indietro.

Gea Politi: Non siete solo un brand di occhialeria cool e scultorea, siete molto di più. Potremmo definirvi editori culturali?
Sergio Eusebi: Kuboraum è un progetto che ci piace definire “curatoriale”. Una vera e propria piattaforma che utilizziamo connettendo una-e-molteplice-comunità con una serie di contenuti, una-e-molteplice-estetica, un-e-molteplice-suono, una-e-molteplice-identità. Utilizziamo l’occhiale come un medium attraverso il quale connettiamo, comunichiamo e condividiamo. La definizione di “editori culturali” può infatti descrivere questo processo: ogni creazione è in un certo senso portatrice di questo messaggio, diffonde questa trama che connette al nostro panorama e alla nostra comunità, ai nostri valori condivisi e alla nostra estetica che abbraccia la diversità, l’autenticità e la necessità di espressione libera della propria molteplice individualità.

GP: La vostra relazione forte con la musica è uno dei tanti aspetti che curate. Ad esempio, seguite e vestite alcuni musicisti come Caterina Barbieri nei suoi tour. Qual è il progetto più ambizioso che avete condiviso con la musica?
SE: “E coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica”. Questo aforisma di Nietzsche può riassumere in poche parole quello che facciamo in termini di musica e collaborazioni.
La musica è una delle massime espressioni dell’uomo, un linguaggio universale, attraverso il quale si può osservare l’arrivo di nuove correnti estetiche e sociali. Il legame tra quello che facciamo e la musica è imprescindibile e quest’ultima è spesso il centro della nostra stessa ricerca.
Fin da quando abbiamo iniziato il nostro percorso dieci anni fa siamo stati considerati dei pazzi, perché qualcuno non capiva: considerati tali addirittura dalle persone del music business stesso, perché in tutti i nostri progetti legati alla musica, abbiamo messo la musica stessa al centro e mai al servizio di chissà quale altro fine o scopo. Proprio per questo motivo, le nostre scelte non sono mai state prevedibili o scontate ma hanno sempre cercato di portare al pubblico qualcosa di nuovo e inaspettato, qualcosa che potesse stimolare un nuovo dialogo, senza essere incollati ai trend e lontani dalle logiche del mercato.
Essendo l’aspetto musicale parte integrante della nostra narrativa, per noi è fondamentale curare questo aspetto in prima persona e farlo in maniera genuina e autentica. Allo stesso tempo siamo felici di vedere come ogni giorno altri marchi stanno provando a fare il nostro stesso tipo di percorso pur affidandosi a figure curatoriali esterne, in grado di plasmare la loro immagine attraverso collaborazioni con artisti di musica ricercata e non prettamente commerciale.
Tanti sono stati i progetti curati nel corso di questi dieci anni, ma forse quello più ambizioso è quello che stiamo preparando quest’anno in occasione del decimo anniversario dalla nascita di Kuboraum: una serie di eventi e progetti durante tutto l’anno che prenderanno il nome di “10 Years of Travelling”, nei quali condivideremo la nostra intera narrativa di musica, arte e design.
Avere la fortuna di aiutare artisti come Caterina Barbieri ad esprimere, anche con i nostri prodotti, la loro visione artistica è qualcosa che ci gratifica moltissimo e del quale andiamo profondamente orgogliosi.

GP: A Giugno 2021, avete lanciato la Digital Sound Residency, invitando musicisti contemporanei a leggere l’estetica di Kuboraum attraverso la loro musica. Com’è stata come esperienza?
SE: Mentre solitamente siamo noi a tradurre il suono degli artisti che ci hanno ispirato nel nostro lavoro, tramite la Digital Sound Residency avviene l’inverso: è possibile ascoltare l’interpretazione e la visione che questi artisti hanno dell’identità sonora di Kuboraum e questo è qualcosa di davvero emozionante per noi. Soprattutto siamo felici di notare com’è difficile specificare il genere musicale di ogni singolo pezzo che ci è arrivato e che abbiamo condiviso fino ad ora, che d’altronde conferma la nostra natura.
La prossima Digital Sound Residency avrà come ospite il Manchester duo Space Afrika, a cui seguirà una esclusiva collaborazione tra Zola Jesus e Shapednoise.

GP: Com’è cambiata la ‘percezione’ di Kuboraum in questi ultimi due anni?
SE: Sono stati due anni molto intensi e, al di là di tutto quello che è successo, sono stati anni importanti per chi ha fatto tesoro della lezione. Sinceramente non siamo in grado di rispondere a questa domanda perché ancora ci sentiamo dentro questi due anni e non riusciamo a prenderne così le distanze al punto da dire qual è la percezione di Kuboraum dall’esterno. Dall’interno invece possiamo rispondere che Kuboraum oggi è più conscia, consapevole e forse più forte, perché in questi due anni abbiamo lavorato molto e questi hanno a loro volta lavorato su di noi. Non ci siamo mai lamentati. Piuttosto ci siamo adoperati e organizzati nel cercare soluzioni alle quali in un certo senso eravamo già preparati, avendo fondato le basi del nostro progetto su tematiche oggi più che mai al centro della riflessione. Etica, autenticità, diversità, sostenibilità sono capisaldi del nostro progetto e della nostra narrativa. Attraverso il design, la progettazione, l’altissima artigianalità, la qualità dei materiali, il Made in Italy come conditio sine qua non, e la generosità nei contenuti cerchiamo sempre di fare la differenza ad ogni costo e senza mai risparmiarci.

GP: Attenzione a chiamarli ‘occhiali’, le vostre sono maschere: quale è stato il punto di partenza nella decisione di realizzare ‘maschere’?
SE: L’idea di lavorare sul concetto di maschera è nata dal profondo desiderio di qualcosa di protettivo e materico da mettere sul viso, ma che accentuasse allo stesso tempo, qualcosa con cui giocare assieme alle nostre molteplici identità. Invece di creare dispositivi per vedere o per proteggere dal sole, abbiamo pensato a dei dispositivi per essere: il gioco della maschera come soluzione ipotetica all’ansia che ognuno di noi ha relativa al contrasto tra presentazione e autorappresentazione.
Un occhiale è una cornice a tutti i nostri stati d’animo, portandolo sul viso è la prima protesi in assoluto per descrivere l’opinione che abbiamo di noi stessi. Un occhiale-maschera cambia la percezione della persona nel rapporto con se stessa, successivamente nel rapporto con gli altri e con il dispositivo stesso che non è più un solo oggetto inanimato e inorganico ma acquisisce una sorta di potere, di sex appeal. La persona che acconsente di indossare l’occhiale-maschera, entra in gioco e accetta di dare libertà alla sua identità liquida, liberi di evidenziare i nostri noi stessi.

GP: Nelle vostre istallazioni, dove teste di cartapesta anonime indossano le vostre maschere, c’è una sottile estetica post-apocalittica, come se creaste un vostro “esercito” senza scopi belligeranti ma più con l’obbiettivo di portare avanti un messaggio comune. In altre installazioni seguite il tema dell’eccesso, dei colori, quasi verso un post-carnevale. Sono estetiche che mescolate insieme, pensieri associati, oppure lavorate ad un concetto e poi all’altro?
SE: La nostra visione di Kuboraum, ma forse il nostro modo di vivere e di guardare, è liquido; l’idea non è mai statica, solida, ma la viviamo come un flusso che ci coinvolge istantaneamente ad altre idee in maniera sincretica. Kuboraum non è una singola estetica, non si può racchiudere Kuboraum in un trend, ma è un concetto dinamico, in continuo movimento, qui-ed-ora-e-nel-medesimo-instante-contemporaneamente-senza-tempo, Kuboraum è un approccio di lavoro nel quale diversi punti di vista possono coesistere scambievolmente. Kuboraum è trama che connette noi stessi, noi due stessi in primis, trama della quale siamo completamente coinvolti, presi, catturati. Il nostro metodo di lavoro è il montaggio, lo stesso che farebbe un regista di un film.

GP: Il negozio che avete inaugurato a Milano ha degli specchi – non – specchi. Mi ricorda un approccio quasi alla Margiela, togliamo la funzione tipica di un oggetto e dislochiamolo, destrutturiamone il senso. Qual è stato il pensiero del progetto dietro a questo spazio? Che conversazione avete avuto con l’architetto?
SE: Margiela, Duchamp, i passage, il tunnel, la metropoli, la rete, le vetrine, gli schermi, gli avatar, l’uomo della folla, il bodyscape, il corpo pieno di occhi e di menti. L’approccio dadaista è alla base del pensiero creativo dell’uomo moderno e contemporaneo. Amiamo tanto la contemporaneità liquida e digitale quanto la bellezza pura, incontaminata, ideale universale ed eterna del classicismo del Canova; COSì questa parete patchwork di gessi che reinterpreta il neoclassicismo in chiave liquida, contemporanea, attraverso l’approccio, il metodo e lo stile del montaggio. Gli specchi sono sempre stati una nostra fissa, mai per guardare la nostra immagine riflessa ma per capire che punto di vista ha da offrire lo specchio stesso della medesima situazione che stiamo vivendo o pensando di vivere. Da qualche parte conserviamo ancora dei film, riprese di città giocattolo, fatte tutte attraverso le immagini riflesse degli specchi, con la sola luce delle candele, soldatini, cowboy, indiani, macchinine, cristalli e palazzi di carta pesta, disegni fatti col pennarello, acquarelli, prendono vita attraverso gli specchi in una sorta di allucinazione tra cinematografo e racconto in stop-motion alla Tim Burton. Gli specchi del negozio di Milano, realizzati in collaborazione con l’artista Emiliano Maggi, con il quale condividiamo una profonda amicizia e rispetto oltre che l’amore infinito per una narrativa sincretica, ci trasportano in un’odissea di contenuti, racconti, storie di estetiche sincretiche che dialogano in maniera armonica tra di loro in un’esperienza immersiva e di viaggio. L’architetto Andrea Eusebi ci conosce benissimo, ed è stato molto bravo nel calarsi nella parte, disegnando e dirigendo l’orchestra polifonica dei lavori che in maniera magistrale ha eseguito la nostra musica, poi la stanza di vetro e luce che ha concepito e disegnato per Innerraum in puro stile sci-fi è stata la chiusura perfetta del cerchio.

GP: Quanto sono importanti e funzionali per voi i social?
SE: Non siamo un marchio social, sinceramente non pensiamo di usarli neanche nella giusta maniera, utilizzarli come andrebbero utilizzati per fare business. Ma il punto è proprio quello: fare business coi social non è quello che ci interessa in primis. Infatti, l’utilizzo che ne facciamo ha tutt’altro scopo, ovvero quello di descrivere, quello d’informare, quello di mettere in relazione chi ci segue con la nostra narrativa visuale. Attraverso i social cerchiamo di creare ponti, link tra chi ci segue e un determinato tipo di estetica, di suono, offriamo dei punti di vista.
Ad esempio Facebook ci ha annoiato, difatti non lo usiamo più noi (Livio & Sergio), mentre su Instagram siamo ancora noi due ad usarlo e pubblicare ogni singolo post – nonostante non ci entusiasmi più come una volta, non troviamo ancora una valida alternativa di comunicazione… Diciamo che Tiktok non ha acceso il nostro interesse, non pensiamo faccia per noi o almeno ancora non abbiamo trovato un motivo che inneschi la sfida.

GP: Quali sono i vostri progetti futuri?
SE: Il 28 Aprile durante “10 YEARS OF TRAVELING” in via Durini a Casa Flash Art, inaugureremo a pochi passi da lì, in via Bigli, il Flagship Store Kuboraum & Innerraum a Milano. Una box di specchi, gessi, ceramiche, vetro e luce.
Due stanze: la prima che ospita Kuboraum nella quale una parete patchwork di gessi omaggio di Livio al suo conterraneo il Canova, del quale si celebrano nel corso del 2022 i 200 anni dalla morte, troneggia difronte a un oceano blu di specchi anticati dai quali galleggiano ceramiche smaltate realizzati in collaborazione con l’artista Emiliano Maggi che ha prodotto una ad una, queste figure in ceramica appositamente per lo spazio di Milano.
La seconda stanza che ospita Innerraum è una box di luce stile sci-fi con una libreria interamente di vetro realizzata da Glass Italia e disegnata in collaborazione con l’architetto Andrea Eusebi.
Data la forte anima espositiva dello spazio che offre un’esperienza oltre il concetto di retail, abbiamo deciso di affidare la progettazione della luce a Viabizzuno.

Altri articoli di

Gea Politi