Questa è la storia di una Fondazione chiamata Scuola. Di uno spazio che si immagina come una piccola scuola alternativa, ancorata all’idea che l’arte non sia semplicemente una questione di dimostrazione e di grandi gesti, ma possa essere, al contrario, composta da movimenti interiori, dal desiderio di crescita e di sperimentare attraverso il contatto con gli altri, dalla preservazione dell’immateriale così come dall’intuizione e dal processo infinito dell’apprendere. Dalla sua apertura nel novembre 2024, Scuola Piccola Zattere sembra aver portato con sé questa promessa all’interno di una città che è anche — se non soltanto — vissuta attraverso la saturazione.
“R.S.V.P. Résonnez s’il vous plaît” — la sua terza mostra dall’apertura — annuncia così tutte queste sfumature di colore. Tratto dal libro The RSVP Cycles: Creative Processes in the Human Environment (1969) del designer ecologista Lawrence Halprin, anche artista, insegnante e teorico – che spesso collaborò con la moglie, la coreografa e danzatrice Anna Halprin –, possiamo raccoglierne soprattutto due elementi. Il primo — nomen omen — è che RSVP sta per Resources, Score, Valuaction e Performance: quattro termini che, messi insieme, creano un ciclo creativo di collaborazione e improvvisazione. Il secondo è che lo score è senza dubbio uno dei suoi valori cardinali, poiché consente agli altri di entrare nel processo. Il messaggio è cristallino: lo score è un’etica della partecipazione, concepita attraverso la sua contaminazione, la sua ripercussione, la sua trasmissione. In altre parole: la sua risonanza.
Negli scorsi mesi, Scuola Piccola Zattere ha ospitato workshop e performance sia con gli artisti-fellow che con quelli in-residenza. Tra tutti: una performance partecipativa attorno al whistle tone proposta da Aliaskar Abarkas, affiancato per l’occasione dal flautista Ali Choupani; e un momento pedagogico guidato da Diana Anselmo e dal coreografo Giuseppe Communello per «esplorare la possibilità di una co-presenza che sorpassa e svuota le false dicotomie come abilità/disabilità».
Insieme agli altri incontri, il programma ha offerto a chi lo desiderava la possibilità di disfare forme di conoscenza diventate troppo rumorose. La mostra “RSVP” infatti si configura come il consolidamento di questi momenti, così come della metodologia di Scuola Piccola Zattere, riunendo per l’occasione alcuni tra residenti e fellow: Aliaskar Abarkas, Nabil Aniss, Diana Anselmo e il gruppo Osservatorio Sant’Anna, formato da Maria Eugenia Frizzele e dal duo Lemonot. Sono artisti-scoring in azione che, interpretando le parole di Halprin — per il quale lo score «è stato un mezzo per registrare eventi passati, per prognosticare il futuro e per influenzare il presente» — attivano la mostra come un processo aperto.
Where Architecture Ends di Nabil Abiss è, in questo senso, particolarmente eloquente. Attingendo agli archivi della Fondazione Cineteca di Bologna — in particolare La Taranta di Gianfranco Mingozzi e Magia Lucana di Luigi Di Gianni — l’opera porta alla luce un’altra storia del corpo in trance: una storia che esalta l’oppressione e abbraccia il misticismo per rimanere al centro. Dal Sud Italia al suo Marocco natale, dove l’artista filma i corpi di coloro che vivono all’interno della Zaouia, Abiss fa risuonare corpi catturati in dinamiche di marginalizzazione e de-marginalizzazione.
Seguendo il performer Bilal El Had in uno stato di trance (jedba) che sembra, da solo, contenere tutte le memorie dei corpi in liberazione: quelli di Meknes, del Sud Italia, ma anche di Venezia o, più semplicemente, i nostri; ci troviamo di fronte a uno dei punti focali della mostra: lo score, nel suo processo aperto, accoglie i corpi non solo nella loro carne, ma anche nei punti ciechi della storia.








