TOUTITÉ. ILIAZD Lo Studio della Forma

Fondazione Antonio Dalle Nogare / Bolzano

di

di 12 Febbraio 2026

“Il metodo di questo lavoro: il montaggio letterario.
Non ho nulla da dire, solo da mostrare.”
(Walter Benjamin, Das Passagen-Werk)

 

Scomporre un libro può significare, innanzitutto, disinnescare la sua linearità narrativa o teorica, e offrire la possibilità di leggerlo come una costellazione di enunciati, immagini, concetti o strutture. Scomporre un libro, in questo senso, significa anche inscriverlo nella tradizione warburghiana dell’atlante, mappa o paradigma indiziario — un dispositivo capace di far emergere la molteplicità di concatenazioni interne a un sistema di elementi. Le cose in relazione alle cose: una moltitudine trasversale di segni e connessioni.
È attraverso la scomposizione visiva dell’attività di Iliazd che si presenta “TOUTITÉ”, il progetto espositivo curato da Eva Brioschi e Julia Marchand alla Fondazione Antonio Dalle Nogare. Una scomposizione tanto editoriale, quanto bibliografica e biografica, dell’attività polidimensionale di Il’ja Zdanevič (Tbilisi, 21 aprile 1894 – Parigi, 25 dicembre 1975), in arte Iliazd: figura liminare tra poesia, tipografia e arte. A partire dal suo contributo alla Boîte-en-valise (serie C, realizzata su commissione di Marcel Duchamp tra il 1954 e il 1958), la mostra si articola come un percorso di scoperta delle molteplici forme della sua pratica artistica, che trova nel libro d’artista la sua espressione più compiuta. Il libro diventa oggetto d’arte, costruzione fondata su l’implicazione reciproca tra testo e immagine, architettura mentale e spaziale al tempo stesso, sistema e forma.
In questo contesto, la scomposizione si configura come un atto di conoscenza: un modo per disarticolare la linearità della narrazione biografica e far emergere le connessioni sotterranee tra vita, opera e pensiero. La mostra non procede cronologicamente, ma per affinità, ricomponendo le traiettorie di Iliazd come un sistema costellazione di segni e forme, in cui ogni libro, ogni progetto editoriale, si offre come frammento di un linguaggio in continua trasformazione.
Nato a Tbilisi nel 1894 e formatosi nel contesto effervescente delle avanguardie caucasiche, Ilia Zdanevich, che a partire dagli anni Venti adotterà definitivamente il nome di ILIAZD, attraversa il Novecento come una figura liminare, costantemente in bilico tra lingue, discipline e sistemi di sapere. Poeta zaum, editore radicale, tipografo, disegnatore, studioso di architettura sacra bizantina e georgiana, ILIAZD sviluppa fin dagli esordi una pratica che rifiuta la specializzazione e concepisce la forma come luogo di confluenza tra parola, immagine e costruzione spaziale. L’esperienza dell’esilio, il trasferimento a Parigi nel 1921 e il confronto diretto con le reti artistiche internazionali contribuiscono a definire una posizione insieme marginale e centrale, in cui la sopravvivenza del gesto creativo passa attraverso l’invenzione di dispositivi autonomi: il libro, l’edizione, la collaborazione, la forma come atto condiviso.
Parlare dell’opera di ILIAZD in termini di multidisciplinarietà risulterebbe riduttivo. Più che una somma di pratiche, la sua ricerca si fonda su un’idea di opera come totalità, come campo integrato in cui le arti non si affiancano, ma si implicano reciprocamente. Poesia, tipografia, disegno, architettura, editoria e design non costituiscono ambiti separati, bensì momenti diversi di un unico processo formale. In questa prospettiva, l’opera non è il risultato finale di una collaborazione tra linguaggi, ma il luogo in cui questi linguaggi si trasformano l’uno nell’altro, dando forma a un sistema coerente e in continua metamorfosi.
Al piano terra, il percorso si apre sull’archivio come spazio operativo e non come deposito statico. Un grande mobile modulare ricomponibile diventa il fulcro dell’allestimento: un dispositivo che rende visibile la logica combinatoria del lavoro di ILIAZD e invita a una lettura non lineare dei materiali. Al suo interno convivono documenti, libri, disegni, elementi apparentemente marginali o intimi, come la presenza ricorrente dei gatti, restituiscono l’archivio attraversato da affetti, ossessioni e ritorni. Una costellazione in movimento.
L’architettura della Fondazione entra in dialogo diretto con questa struttura aperta amplificando il carattere processuale e relazionale dell’opera. Salendo al piano elevato, il lavoro si inserisce come ulteriore livello di lettura, attivando un dialogo con le finestre, con la luce e con le pagine esposte, in continuità con l’interesse di ILIAZD per il lavoro collettivo e per la costruzione di reti tra artisti, poeti, tipografi e designer. “TOUTITÉ” si propone come un attraversamento parziale di un’opera che resiste a ogni forma di sintesi definitiva. È proprio nell’estrema possibilità combinatoria della pratica di ILIAZD e nella sua capacità di generare sempre nuove relazioni, che emerge la forza di una figura impossibile da fissare una volta per tutte.
Piuttosto che offrire una lettura univoca, la mostra invita allora a sostare in questa molteplicità come una voce intenta a procedere pur avendo esaurito ogni possibilità di avanzamento: continuare senza progresso, parlare senza poter più parlare. Vedere la propria attività uscire dal campo delle pratiche misurabili, metterla in scena, balbettare dietro una maschera. Non l’arresto, ma l’insistenza: ecco la tragedia, e insieme la profezia. In questo senso, non esiste conoscenza disincarnata: ogni affermazione è sempre situata, parte di un sapere che implica un corpo, una posizione, una voce che la sostiene. Non esiste un linguaggio neutro o astratto quindi, ma solo pratiche di enunciazione che espongono, insieme ai loro contenuti, le condizioni stesse del loro emergere.

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