Bar Far di

di 16 Marzo 2026

Arrivo in bicicletta, la strada era in discesa, sorrido. Sorrido per pochissime ragioni: due, alla stregua di due pande gialle parcheggiate davanti all’ingresso di Bar Far, dove entrai sorridendo, quindi. Mi piacciono le pande gialle perché mi permettono di fare quel gioco bambino: «panda gialla!» gridato, a seguire un pugno sulla spalla della persona con me e sguaiati schiamazzi esagerati, basta poco. Ne godo: assaporo l’ilarità anche quando sono sola. Sennonché entro. Entrai sorridendo. Attraverso la porta a vetri, spiando nella speranza di trovare qualcuno a cui tirare un pugno. Sennonché, entro tirando un pugno a nessuno. Bensì, sorridendo. Sorrido, mentre avevo già visto la mostra su internet. Entro, mentre avevo già studiato. Entro, con in testa una «panda gialla!» (che poi erano due!), un pugno (al vuoto), un preconcetto (bel pacchetto!).

Noi tre (il pugno, il preconcetto ed io, le pande rimangono fuori) corriamo (correre come metafora) nell’ultima sala (sono due, immagina la corsa metaforica) e non mi sorprendo nel vedere effetti ottici con profondità effimere di Christopher Page, ma per entrare nel dubbio, mi siedo sulla panca sostenuta da undici corpi di mani, calchi di Clementine Keith-Roach. Non faccio in tempo a pensare al Teatro Olimpico di Vicenza (1585) del Santissimo Andrea Palladio (che è bellissimo e non mi ricordo quando ci sono stata), che la luce dai finestroni alle mie spalle pronuncia un «girati» con lo stesso tono con cui, sulla bottiglietta di Alice Nel Paese delle Meraviglie, c’è scritto «bevimi». Tant’è che mi giro. Il trompe-l’œil lo stava già guardando. Io, il mio pugno ed il preconcetto ci giriamo. Le pande gialle sono lontane, rimangono protette. Noi, invece, ritroviamo con gli occhi una natura morta in un deor quanto mai nuvoloso, trasandato, apparecchiato, spoglio, nudo: nella dissonanza fra un bar superchic prontamente recensito da Elle Decor e nuvole tardo invernali, comunque nuvole, che ingrigiscono un esterno abbandonato. Cado in un pensiero agitato che avevo tentato di far volare via nella discesa in bicicletta ma che comunque è entrato con me, immerso com’è, nei miei preconcetti, colonizzante com’è, nella vita di tutti i giorni.

Il pensiero in questione è, per l’appunto, quanto mai banale per i tempi che corrono: più mi forzo nel cercare di non creare un parallelo fra quel deor ed il giardino de La zona di interesse (2023), recintato da un muro dello stesso grigio del nostro, innalzato da filo spinato e torrette di guardia del campo di concentramento, più cado in questo pensiero in un cui nessuna distopia è quanto mai dispotica quanto la realtà che attraverso in bicicletta, nella parte del mondo in cui sono nata.

Pensare in un bar dai richiami antichi ai genocidi e alle guerre del contemporaneo. Vedere dentro Bar Far la violenza da noi perpetuata, nemmeno così far. Sedersi, su panchine di cemento materializzate su rovine post-barocche e perfette. Rimasticare a vuoto un assillo di distruzione permanente alla quale assisto, squallidamente privata della mia capacità di agire. Sennonché, girandomi, penso alle macerie, dalla Palestina all’Iran, attraverso tutta l’Asia occidentale approdando in Europa, Ucraina inclusa, nemmeno così far.

Purtroppo, meno che mai far – porto avanti questo gioco di parole dal titolo dell’installazione: sono in un distaccamento di Villa Lontana, progetto che unisce arte contemporanea e pratiche antiche, dove per lontana si intende: sulla Cassia, comunque dentro il Grande Raccordo Anulare. Potrei arrivarci in bici, per intendersi. Figuriamoci, qualora mai potessi permettermi di comprare una panda gialla, quanto è vicino in macchina. Quanto al pensiero, lo guardo diventare plastico attraverso la suggestione dello spazio ed attesto, consolandomi, che rimane commisurato, anzi specificatamente close, adiacente, quasi giustapposto, per niente immaginativo, schiavo della realtà: oppresso. Violento e rapido, terribilmente contingente, quanto mai schiacciato, rigorosamente coerente, sebbene esausto, gravato e aggravato, ogni giorno che mi sveglio è più grande, brutale, prepotente, feroce, per niente metafisico, esageratamente materiale.

E quindi penso ai droni sulle mie teste in un bar, ultra-chic e di sinistra, in cui non si paga per bere, si fa una donazione e si ordina. L’ambiguità non mi perplime, la trascrivo per significarla, ci rimango dentro e ne accetto le clausole. Mi arrampico sulla storia dei bar che si ripete, a farne una genealogia impazzirei. Mi affido ad alcuni racconti che saturano il nostro immaginario collettivo. Parlo degli intellettuali nei cafè. Incollo, senza saliva, l’idea su Clementine Keith-Roach e Christopher Page, faccio aderire sui due le storie che si tramandano. Commento di assomigliare a questo in Europa: anche in tempi di guerra, andiamo al bar. Probabilmente in quello meno far possibile, immagino per bere. Temo anche, per cercare di immaginare. Non per essere tutti artisti, ma per non essere tutti schiavi. E quindi il duo, stando a questa rappresentazione – la migliore che riesco a visualizzare – escogita, davanti a una birra, trattative sugli epiloghi, cercando di respirare, di cospirare, di inspirare ed espiare. Organizzano insieme il desiderio, cercano di controllare la fine: che sia, quanto meno, terminabile e che si possa sostituire al logorio stremante di un genocidio efferato in diretta streaming. Incastrati come siamo, in un eterno presente che rimane immutato, irregimentato, intrappolato, muto, se metafisico con una violenza oltre modo fisica, innaturale, ultramateriale, umana.

Clementine Keith-Roach ha scolpito, almeno, sessantasei corpi mozzate per questo allestimento: mani, braccia, gambe e piedi tutte al nostro servizio. Talune che illuminano, talune che sorreggono, quand’anche mera forma, tutte operative, nel rendere il mio sabato pomeriggio, malgrado il grigiore, piacevole e quanto meno possibile. Mi incontro colpevole, in questo stupido Occidente, a danno di altri corpi, identici al mio, ma estremamente colonizzati, distrutti, uccisi affinché io possa sedermi sui loro resti. Ed è questo, tutto quello che sento di distopico, per niente ucronico, violentemente sincronico. Ho paura e controllo che le pande gialle ci siano ancora. Stavo cercando una risata. Le vedo, tento di sferrare un pugno al vuoto, assaporare il gioco bambino. Sogno un potenziale sfogo sulla spalla di un’amica. Cerco di ridere mentre c’è la guerra. Cerco di ridere mentre le mie tasse rendono la guerra non solo possibile ma moltiplicabile. È amaro, sa di vergogna.

Altri articoli di

Alice Giuntini