Cicala #3 – Vertigo – Necessità di verticalizzare l’esperienza di

di 23 Marzo 2026

Susan Sontag, ancora. La rileggo in maniera trasversale, a stralci, da un taccuino all’altro, da un’introduzione a un’altra, da un saggio non letto a un altro che amo. Sono tenuta a farlo per questioni lavorative ma anche perché so che nella sua scrittura trovo una compagna fidata in grado di giustificare le mie ossessioni.
In questo caso mi riferisco alla passione per le liste; di cose da fare, di cose da leggere, di progetti. So che il mio amore per quaderni e agende l’ho ereditato da mia madre ma ero pressocché ignara che quello del redigere liste fosse presente tra le abitudini paterne. Tra le molte trovate con sorpresa ce n’è una, rintanata tra le pagine di un libro, scritta a penna rossa su carta intestata. Questa lista mi fa vedere un’analogia non tra me e Sontag ma, insolitamente, tra mio padre e la scrittrice. Sontag spesso stilava parole e, a volte, le associava ai loro contrari. In quel foglio paterno ci sono cinque concetti, più che parole, a cui sono abbinati i loro opposti. Non ho difficoltà alcuna a immaginarmi la situazione che fece scaturire in lui l’esigenza di scrivere questa lista come facilmente riconosco il suo carattere, la sua personalità, le sue convinzioni perché sono le stesse con cui ha portato avanti la propria e la mia educazione professionale.
I due opposti che qui mi interessano sono: Ricerca eccellenza / mediocrità.
La ricerca dell’eccellenza, intesa come profondità, mi ha ricordato in maniera pungente un più recente appunto di mio pugno, preso durante l’incontro che lo scorso 17 dicembre 2025 si è tenuto nella sede romana di NABA in cui Andrea Fraser, invitata da Caterina Iaquinta, molto generosamente ha condiviso la sua esperienza, la sua visione, il suo “rigore”. Termine, quest’ultimo, usato da Fraser con tale forza emotiva da rendere la platea assai ricettiva all’ascolto. L’appunto in questione, che ancora riecheggia talmente lo trovo pertinente all’oggi, è: “C’è la tendenza a espandersi orizzontalmente e di non andare dritte al punto”. Un’espansione orizzontale che tutto vuole includere ma nulla, di base, aggiunge; non produce conoscenza ma, probabilmente, tanto materiale mediocre. E una produzione artistica che produce conoscenza, guidata dal rigore appunto, è quella che stimola domande, dà libertà connettive, rende sublime l’esperienza, permettendo, finalmente, il precipizio. Non ci sono dubbi quando questo accade, anche se probabilmente non esistono parole per definirlo. La vertigine che si prova è subitanea e profonda ma stenta a illuminarsi di una luce chiara. Tanto che, quando mi è con sorpresa accaduto di recente, ho banalizzato l’esperienza di fronte a colleghi e amici, asserendo con tono troppo sbrigativo che era ovvio mi risuonasse; per i miei gusti, per il mio vissuto. Mi riferisco al lavoro video di Jermaine Francis, Post Industrial Dreamscape (2024), intercettato durante l’inaugurazione congiunta delle gallerie di San Lorenzo dello scorso dicembre, nella mostra “In Plain Sight: Photography, Power and Public Space in Britain” presso Matèria. Si dice che è impossibile durante le inaugurazioni davvero vedere le opere esposte. Eppure, in questo caso, questo lavoro è stato in grado di rapirmi, tanto da far sparire tutto il non necessario attorno, da farmelo cercare online una volta a casa, da volerne la sua controparte cartacea (esistono due libri tratti da questo saggio visivo, di cui uno è in forma di zine) e da farmi tornare a vederlo. Insieme, la seconda volta, solo a un altro spettatore ignoto (ma ugualmente rapito come me), mi sono trovata a viaggiare guidata dalla frequenza del video – sonora (realizzata con Tony Bontana) e visiva – che mixa vari aspetti della storia recente del Regno Unito attraverso materiale d’archivio e fotografie dello stesso Francis. Il collage che ne deriva si arricchisce delle inevitabili connessioni personali: le rivolte dei minatori rimandano alla mia conoscenza al riguardo, mediata da documentari o dallo storico lavoro di Jeremy Deller; la migrazione dai paesi caraibici mi ha fatto pensare all’innesto della musica dub con la cultura britannica e al potere del suono di valicare i confini (quindi a Paul Gilroy); la scena rave e la danza all’importanza del movimento come forma di resistenza (ancora Deller e tanto altro); e, infine, una certa architettura e la famelica appropriazione di lotti e conseguente costruzione senza sosta di nuovi immobili, mi ha dolorosamente ricordato che club, negozi, luoghi, strade e persone che negli anni Novanta mi fecero sentire forte e indipendente nella Londra di allora, sono oggi ridotti in macerie, seppure ancor fumanti. Grazie Jermaine.

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Manuela Pacella