Guglielmo Castelli e Fabio Cherstich “Sospeso nel moto con addebito di vuoto” San Carlo / Cremona di

di 26 Marzo 2026

C’è un momento, rarissimo, in cui un’opera smette di chiedere di essere guardata e comincia a chiedere di essere attraversata. Sospeso nel moto con addebito di vuoto, il progetto di Guglielmo Castelli e Fabio Cherstich alla Chiesa di San Carlo, si colloca precisamente in questa soglia instabile: non più mostra, non ancora teatro, ma una zona intermedia in cui l’immagine perde consistenza per diventare condizione.

Il titolo — già in sé una partitura — introduce una grammatica del sottrarre: moto senza direzione, vuoto contabilizzato, residui di senso. La filastrocca scritta da Castelli non è un apparato testuale accessorio, ma una chiave strutturale che orienta l’intero dispositivo, quasi un libretto d’opera ridotto all’essenziale, dove caduta, errore e dubbio diventano categorie operative più che concetti poetici. In questo senso, l’operazione non si limita a mettere in scena un immaginario: lo espone come campo di forze.
Lo spazio ecclesiastico — che porta con sé un carico simbolico inevitabile — non viene neutralizzato né monumentalizzato. Al contrario, viene trattato come materia porosa, attraversata da una serie di tensioni: visive, sonore, temporali. Il grande “limbo” scenico che si solleva dal pavimento fino a costituire un fondale continuo è un gesto tanto semplice quanto radicale. Non costruisce profondità, la suggerisce; non organizza la visione, la destabilizza. È una superficie che non rappresenta, ma orienta, come se lo spazio stesso fosse diventato un piano inclinato su cui tutto scivola lentamente verso il basso.
È qui che la pittura di Castelli compie uno slittamento decisivo. Le sue figure — fragili, smarginate, spesso colte in uno stato di sospensione — abbandonano il regime dell’immagine autonoma per entrare in quello della scena. Non sono più oggetti da contemplare, ma presenze che abitano una condizione. La citazione implicita della caduta dei giganti barocca non è un omaggio iconografico, ma un dispositivo dinamico: la gravità come forma narrativa. Corpi che cedono, che perdono asse, che si disallineano rispetto a un ordine invisibile.
Sopra questo orizzonte instabile, i cieli mobili — teli, quinte, apparati leggeri — introducono una dimensione teatrale che non cerca l’illusione prospettica, ma una continua ridefinizione dello spazio. È un teatro senza palco, o meglio, un teatro diffuso in cui lo spettatore è costretto a ridefinire continuamente la propria posizione. Non si guarda da fuori: si è già dentro.

Il contributo di Cherstich emerge proprio in questa costruzione di una temporalità intermittente. L’attivazione performativa — il terzetto d’archi, il coro, le apparizioni e le sottrazioni dei performer — non è un climax, ma una variazione. Il suono attraversa lo spazio come una corrente, passando dalla densità del madrigale a rarefazioni che lambiscono un orizzonte più contemporaneo, fino a evocare, quasi per evaporazione, la lezione di John Cage. Ma ciò che resta, dopo, è forse ancora più interessante: un’opera che continua a esistere in assenza di evento, come se la performance avesse semplicemente rivelato una struttura già latente.
In questo senso, “Sospeso nel moto con addebito di vuoto” lavora su una soglia sottile tra presenza e mancanza. Il vuoto, qui, non è un difetto da colmare ma una condizione da abitare. L’“addebito” evocato dal titolo suggerisce una responsabilità: come se ogni forma, ogni gesto, ogni immagine portasse con sé un costo invisibile, una perdita necessaria.

Ciò che colpisce è la coerenza silenziosa dell’operazione. Non c’è spettacolarità, non c’è eccesso. Tutto è trattenuto, calibrato, quasi esitante. E proprio in questa esitazione si apre uno spazio di possibilità. Castelli, da tempo, lavora su un immaginario di figure in bilico, ma qui compie un passaggio ulteriore: non rappresenta più la sospensione, la costruisce. Cherstich, dal canto suo, evita ogni deriva narrativa per lavorare su una regia della percezione, fatta di apparizioni minime e slittamenti continui.
Il risultato è un’opera che non si lascia facilmente fissare. Non è memorabile nel senso tradizionale — non offre immagini iconiche da trattenere — ma lascia una traccia più sottile, quasi fisica. Una sensazione di instabilità controllata, come se lo spazio stesso respirasse a un ritmo diverso.
In un momento in cui molte operazioni site-specific tendono a sovraccaricare lo spazio di significati o di dispositivi, “Sospeso nel moto con addebito di vuoto” sceglie una via opposta: sottrarre, alleggerire, lasciare che sia il vuoto a strutturare l’esperienza. Non è un gesto nostalgico né ascetico. È, piuttosto, un atto di precisione.
E forse è proprio qui che si gioca la sua forza: nel costruire un ambiente in cui l’opera non coincide con ciò che si vede, ma con ciò che accade — lentamente, quasi impercettibilmente — tra le cose. Dove la caduta non è un evento, ma una condizione permanente. E dove, in fondo, il tentare — come suggerisce la filastrocca — resta l’unica forma possibile di orientamento.

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Cristiano Seganfreddo