L’Errore Felice della Mappa. “Atlante” Thomas Dane Gallery / Napoli di

di 28 Aprile 2026

Nella prefazione al suo Atlante (1984), Jorge Luis Borges scriveva che il libro non era altro che una successione di “errori felici”, un diario di bordo dove il viaggio non serviva a misurare il mondo, ma a scoprirne l’essenza magica e onirica. Per lo scrittore argentino, l’Atlante non era un documento di possesso, ma una forma di stupore condiviso con Maria Kodama.È proprio questo spirito borgesiano, l’idea che la mappa sia un’architettura dell’immaginazione piuttosto che una griglia di controllo, a permeare la mostra collettiva “Atlante”, curata da James Lingwood presso la Thomas Dane Gallery di Napoli.
La mostra si interroga sulla pretesa di oggettività della cartografia, svelandone la natura di strumento di potere, espansionee dominio, per poi sovvertirla attraverso il gesto artistico. Il punto di partenza è un dialogo storico e concettuale tra due opere cardine realizzate in Italia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, entrambe intitolate Atlante: quella di Claudio Parmiggiani e quella di Luigi Ghirri.
In quegli anni, mentre l’umanità restava ipnotizzata dalle prime immagini della Terra vista dallo spazio, una sfera serena e finita, Parmiggiani rispondeva con la deformazione e il détournement. Il suo “lavoro geografico” includeva globi tagliati, chiusi in barattoli di vetro o rivestiti di pelle bovina (Pellemondo, 1968), trasformando il simbolo del dominio globale in un reperto organico o in un oggetto surrealista. Nelle sue bacheche, i continenti vengono appuntati come farfalle (Collezione, 1966-71), denunciando la violenza intrinseca nell’atto della catalogazione scientifica che riduce la complessità del mondo a una tassonomia muta.
Luigi Ghirri, dal canto suo, compie il gesto borgesiano per eccellenza: il viaggio immobile. Nel suo Atlante del 1973, il fotografo esplora le pagine di un comune atlante domestico con un obiettivo macro. I deserti, le catene montuose e gli arcipelaghi si staccano dal loro referente geografico. Le linee dei meridiani e i numeri delle profondità marine diventanosegni astratti, codici di un linguaggio che ha perso il suo oggetto. Come l’Aleph di Borges –quel punto che contienesimultaneamente tutti i punti dell’universo – l’atlante di Ghirri diventa il luogo dove ogni itinerario è già tracciato e,proprio per questo, dove il viaggio fisico può essere finalmente sostituito dal “gesto naturale della mente”: l’immaginazione.
Questa tensione tra il codice diagrammatico e la cartografia intima attraversa l’intera esposizione, spostandosi verso geografie politiche e post-coloniali. Anri Sala, nella serie Maps/Species, opera un accostamento folgorante: sovrappone le incisioni zoologiche di pesci e creature marine del XVII-XIX secolo a disegni di stati nazione. Sala distorce i confini dei paesi per farli aderire alle forme “innaturali” delle creature descritte dagli scienziati dell’Illuminismo. È un commento tagliente su come il desiderio di classificare la natura sia andato di pari passo con la volontà di possedere i territori, tracciando linee arbitrarie su terre libere per trasformarle in “possedimenti d’oltremare”.
L’asse della visione viene ulteriormente scardinato da Akram Zaatari. In Alphabet Sea (YM KTBT), l’artista libanese re-orienta la bussola: il West è in basso, l’East in alto. Il Mediterraneo emerge come un centro fluido e privo di confininazionali, circondato da terre di un arancio vivido dove fluttuano le ventidue lettere dell’alfabeto fenicio. Zaatari ci restituisce un’immagine del mondo pre-moderna e utopica, dove la comunicazione e lo scambio prevalgono sulla demarcazione dei confini.
Il tema del confine si fa materia tattile nell’opera di Igshaan Adams. I suoi arazzi sono palinsesti di memoria legati a Bonteheuwel, distretto di Città del Capo segnato dall’apartheid. Adams trasforma le “desire lines”, i sentieri tracciati dal calpestio spontaneo dei residenti che sfidano le griglie urbanistiche imposte dal regime, in trame vibranti di perline, vetro e fili di rame. In Keeping Light (2025), la geografia diventa una celebrazione della resilienza e della “leggerezza” calviniana: un invito a spogliarsi dei bagagli delle identità fisse per scivolare fluidamente attraverso gli spazi.
Verso la fine del percorso, la cartografia si fa sempre più evanescente e speculativa. Emma McNally traccia geografie fugitive in enormi disegni a grafite. Le sue linee sembrano sonar marini, rotte migratorie o dati satellitari di incendi boschivi, caotici. Allo stesso modo, Tatiana Trouvé abbraccia il caso: le sue opere della serie Les dessouvenus nascono da macchie di candeggina che evocano stati di emersione e dissolvenza. Sono mappe di stati dell’essere, dove l’interno e l’esterno si fondono in una visione cataclismatica o sognante.
Infine, Teju Cole chiude il cerchio riflettendo sul supporto stesso della conoscenza. Le sue fotografie di lavagne universitarie cancellate (Light Sleeper) diventano mappe celesti di ciò che è stato rimosso. I residui di gesso sono i fantasmi di una storia di lotte e silenzi, interrogandoci su chi abbia l’autorità di mappare il sapere oggi.
Situata in una città come Napoli, essa stessa un atlante di stratificazioni greche, romane e barocche che resiste a ogni tentativo di mappatura razionale, la mostra da Thomas Dane Gallery riesce in un intento difficile: dimostrare che la mappa non è mai il territorio, ma è sempre un racconto. Come suggerisce l’opera di Ghirri, e prima ancora di Borges,l’unico modo per guardare davvero il mondo è smettere di misurarlo e iniziare a sognarlo, accettando il rischio di perderci tra i segni di un atlante che non smette mai di riscriversi.

Altri articoli di

Francesca Blandino