C’è una soglia tra il corpo che si espone e il corpo che si rivela, e la pittura di Adelisa Selimbašić abita esattamente quello spazio. In “The Dancefloor”, la sua personale a cura di Michele Spinelli alla galleria z2o Sara Zanin di Roma, i corpi occupano la scena senza concedersi del tutto: appaiono singoli e monumentali, quasi scultorei sospesi su sfondi in tinte pastello. Nelle tele le gambe tese, flesse, avvolte in collant colorati, si moltiplicano e si accavallano, scivolando le une nelle altre come in una struttura instabile e collettiva. L’artista sottrae ai suoi soggetti tutto ciò che li definisce e fissa, così che i dettagli e i contesti delle loro storie individuali lascino il posto al corpo, una presenza che è al tempo stesso fisica e politica, intima e condivisa.
Il titolo della mostra attinge alla club culture come sistema politico e relazionale in cui i corpi non normati, hanno trovato il modo di muoversi e riconoscersi al di fuori delle logiche biopolitiche dominanti. Ma Selimbašić non illustra quella storia: la attraversa. Nata in Germania da genitori bosniaci, cresciuta in Italia e formatasi tra l’Accademia di Belle Arti di Venezia, l’artista ha trovato in New York il suo studio e il suo centro di gravità. La sua biografia attraversa culture diverse che si sedimentano in uno sguardo che lei stessa definisce caleidoscopico, capace di registrare come ogni contesto trasformi radicalmente le attese e i significati che si proiettano sul corpo. New York ha accelerato questa consapevolezza: la frequentazione dei club e della scena multiculturale, che si fa memoria sensoriale, ha lasciato tracce precise in una pittura che è evocativa prima che descrittiva.
Le fotografie utilizzate, scattate dall’artista stessa o ricevute da persone a lei vicine, diventano il soggetto di partenza per poi espandere la figura ben oltre il dato visivo: uno zoom, un frammento portato fino al limite dell’astrazione, semplificando l’immagine fino ad arrivare alla sua essenza. Ne risulta una pittura che privilegia il dettaglio rispetto alla totalità: la piega di un ginocchio, la tensione di un muscolo sotto il tessuto sottile, un’imperfezione che diventa fulcro compositivo. Il processo di lavoro, fatto di velature, è studiato minuziosamente, ma al tempo stesso rimane aperto all’imprevisto: il pennello, usato direttamente sulla tela, costruisce un segno che accetta l’errore, la sproporzione, la deviazione. In Mousse al matcha verde brillante (2026), la smagliatura di un collant, quasi nascosta in basso, attira lo sguardo. Un dettaglio inatteso dentro una composizione altrimenti controllata. È un elemento del corpo vissuto che concentra tutta la tensione del contatto fisico, dell’attrazione, della presenza. Un’idea di femminile che Selimbašić ritrae senza filtrare le imperfezioni, restituendone la realtà mutevole e in continuo divenire.
I titoli delle opere appartengono a un immaginario volutamente trasversale: pasticcerie fantastiche e allusive come Sponge cake viola con glassa specchio, Coulis di lampone o Ghiaccio bollente (tutte 2026) convivono con Virginia Slims (2026), un dittico alto e stretto che richiama il marchio di sigarette diventato simbolo di una certa emancipazione femminile negli anni Settanta. Il rosa, il verde acqua, il lilla, colori tradizionalmente associati ad un concetto di femminilità normata e stereotipata, vengono riabilitati e accostati a rossi cupi, grigi profondi, toni che sembrano provenire da un interno notturno. Il colore non decora: costruisce atmosfere emotive, paesaggi interni, campi cromatici variabili che lasciano emergere un’atmosfera rigorosa e sospesa. La luce, centrale nella costruzione compositiva di queste nuove produzioni, non proviene dall’esterno ma sembra generarsi dal colore stesso, come in uno spazio che cambia e si trasforma a seconda di chi lo attraversa e lo vive.
In “The Dancefloor” le opere più grandi impongono presenze statuarie e ingigantite, e quelle di piccolo formato, accostate e ravvicinate tra loro, amplificano questo slancio: dalla fragilità del corpo singolo nasce, nell’aggregazione, la forza collettiva del corpo femminile. Nella pittura di Selimbašić i corpi esprimono identità in costante mutazione, antenne sensibili che assorbono e trasmettono atmosfere, energie, stati d’animo: quelli che Lisa Blackman in The Body: The Key Concepts (2021) descrive come affective bodies, corpi che non contengono le emozioni ma le fanno circolare, le trasmettono, ne vengono contagiati. Le figure di Selimbašić non si stabilizzano mai: il colore e la luce trasformano continuamente ciò che si guarda, il corpo si apre ad altre immagini, altri spazi, fino a perdere i propri confini e diventare qualcosa di più vasto.













