Speculazione o fantasia? Alternative alla moda industriale a partire dal Dressing Design di Archizoom Associati1 di

di 14 Maggio 2026

Il video Dressing is Easy – Vestirsi è Facile (1973) del collettivo italiano Archizoom Associati si colloca a metà strada tra la fabbrica – simbolo della produzione industriale – e la casa – emblema dell’autonomia del fai-da-te. «Vestirsi è facile, perché l’eleganza è morta» afferma il collettivo, «Vestirsi è facile, perché ognuno può progettare la propria immagine». 

Archizoom Associati è un collettivo radicale di architetti fondato a Firenze nel 1966 da Andrea Branzi, Gilberto Corretti, Paolo Deganello, Massimo Morozzi, a cui si aggiungono del 1967 anche Lucia Morozzi e Dario Bartolini. Nel 1973 il gruppo presenta una serie di cortometraggi dedicati al Dressing Design alla XV Triennale di Milano. Uno di questi video, Dressing is Easy – Vestirsi è Facile, mostra un kit fai-da-te con indicazioni su come realizzare abiti assemblando pezzi rettangolari di tessuto. Le istruzioni per l’uso del kit sono pubblicate nello stesso anno anche sul numero 373 della rivista Casabella con il sottotitolo Elementi e strutture ottenibili con quadrati di tessuto, tagli, pieghe e cuciture. L’articolo racconta che il progetto include una scatola di montaggio per uso domestico, con quadrati di tessuto, fili colorati, ago e forbici, e consente la realizzazione di questi capi prestando particolare attenzione alla funzione decorativa delle cuciture, unico elemento ornamentale. ​​Il progetto propone 21 tavole con motivi ricamati disegnati da Lucia Bartolini, unica donna del collettivo. Come ci riporta la storica Elena Fava nel libro Vestire contro. Il dressing design di Archizoom2– volume che approfondisce da una prospettiva storiografica il lavoro di Archizoom rispetto alla moda e al design di abbigliamento – questo aspetto del progetto è stato influenzato dalle riviste di fai-da-te, in particolare dalla rivista italiana Fili, Editoriale Domus fondato da Emila Kuster Rosselli nel 1934 su moda, ricamo e lavoro a maglia.

Infatti, il fai-da-te funge da sfondo per il video Dressing is Easy – Vestirsi è Facile che mostra l’acquisto del kit in una merceria dove solitamente si vendono, oltre ad aghi, fili, passamanerie, bottoni, calze e intimo, anche riviste di cartamodelli, per il lavoro a maglia e il ricamo. Dopo l’acquisto, il kit viene portato a casa, e inizia l’attività di produzione. Il video mostra un progetto di moda speculativo e radicale, in un certo senso provocatorio. Infatti, il kit non sarà mai prodotto per essere venduto al pubblico: sia la merceria che l’ambiente domestico fungono da sfondo fittizio; l’obiettivo del progetto è in realtà molto più interessante del prodotto in sé: si tratta di mostrare i limiti della produzione industriale di abbigliamento e di proporre una alternativa più efficiente. Un approccio senza scarti tessili, simile a quello che nel contemporaneo è definito modellistica zero waste, dove i tagli complementari del tessuto permettono di evitarne gli scarti. 

Effettivamente, in modo quasi anacronistico, il sistema della moda industriale contemporaneo è tuttora basato sull’approccio CTM (cut, make, trim) che prevede il taglio del tessuto attraverso l’utilizzo di un cartamodello e il successivo assemblaggio, spesso attraverso macchine da cucire operate manualmente. La modellistica tradizionale è basata sugli storici trattati sartoriali dove le geometrie di partenza per sviluppare maniche, giacche, pantaloni, gonne e abiti, molto spesso, si rifanno a una sartorialità ‘scientifica’, che però, tramite curve e rettangoli produce grandi quantità di scarto inutilizzato. Archizoom mette in discussione il sistema di produzione industriale che, a loro avviso, utilizzava tecniche artigianali come la sartoria trasponendola in modo forse troppo letterale in una dimensione di produzione di massa: così come il sarto taglia il tessuto in piccoli pezzi per realizzare un abito unico e su misura, similmente, su scala industriale, piccoli pezzi di tessuto sagomati vengono ritagliati e cuciti in forme che “si adattano” a un’immagine generica del corpo umano. 

Criticando le dinamiche produttive — e sopratutto la modellistica — della manifattura industriale di abbigliamento, Archizoom, in un certo senso, ripensa il modo stesso di vestirsi. Il collettivo, in modo del tutto provocatorio, propone infatti un sistema della moda dove chi si veste partecipa tanto quanto chi progetta. 

Rileggendo il Dressing Design di Archizoom nel contemporaneo, emerge il tema delle alternative. Come progettista e studiosa di moda formata in Italia — in un sistema fortemente legato all’industria — mi sono spesso interrogata sul sistema industriale della moda e sulle possibili alternative. Spostarmi nei Paesi Bassi, mi ha consentito una distanza critica utile a mettere in discussione l’egemonia dell’industria di incontrare progetti come JOIN Collective Clothes di Anouk Beckers – progettista di moda, artista e ricercatrice indipendente basata ad Amsterdam – ha ribaltato la definizione che avevo di moda verso valori come collettività, collaborazione e partecipazione. 

JOIN Collective Clothes manual. Graphic design Beau Bertens. Courtesy Anouk Beckers.

JOIN Collective Clothes è un sistema modulare di abbigliamento — scaricabile in open source dal sito del progetto3 — che invita a lavorare in modo collaborativo sulla progettazione e realizzazione di un abito. Il sistema può essere attivato sia nel contesto di workshop e progetti partecipativi che in autonomia. Ogni partecipante, sceglie un elemento dell’abito: una manica, il davanti di un pantalone, il panello di una gonna, e inizia a progettare un solo pezzo del cartamodello. Ogni elemento può essere assemblato ad altri per creare un abito, attraverso un sistema di lacci cuciti alle estremità di ciascuna forma. Il progetto mette in evidenza le molteplici autorialità che si celano nella produzione di abbigliamento, rendendo esplicito l’aspetto collettivo e collaborativo della progettazione. Ognuno è autore, tutti collaborano. 

Nel 2025, dopo alcuni anni di collaborazione, con Anouk abbiamo fondato Pattern Place, un progetto di ricerca practice-based per mettere in discussione il sistema industriale della moda, utilizzando la modellistica come strumento di critica.

Proporre pratiche alternative al sistema industriale della moda, posizionandosi ai margini, risulta complesso e speculativo, a volte quasi fantasticante; l’apporto non è sempre tangibile, e pone spesso grandi difficoltà, sopratutto economiche. Il parallelismo tra JOIN e Archizoom è forse azzardato, considerando che il Dressing Design è stato sviluppato poco più di cinquant’anni fa in Italia, emergendo quindi da contesti e necessità differenti. Tuttavia, osservare questi progetti e metterli in relazione aiuta a sottolineare come pratiche di moda speculative che propongono alternative siano tanto inutili quando fondamentali. Agendo sull’aspetto valoriale, Archizoom crea un sistema altro, colorato, divertente, critico e partecipativo. Come sottolinea il grafico e ricercatore Jacob Lingren in un volume sulle pedagogie nell’ambito del design, «even if via failure (or speculation) it is worthwhile to pursue alternatives without achieving a complete or immediate reworking of the existing model […]»4.

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Alessandra Varisco