ESILIO è una rubrica di Carlo Antonelli che prende forma dall’opera Pro Tempore di Luca Vitone: un viaggio tra l’Isola d’Elba e Sant’Elena, sulle tracce dell’esilio di Napoleone Bonaparte. ESILIO è una deriva, una navigazione che si allontana dai centri del potere per entrare in una zona sospesa, dove il tempo si deforma, si dilata, si sostituisce a se stesso. Dove ciò che resta non è più il comando, ma la sua assenza.
Mentre lontanissimi arrivano i fragori attutiti di una battaglia campale, a Venezia, qui –sull’Adriatica, barca a vela tutta rossa, vecchia roccia– si naviga lontano, nella direzione opposta. Il gioco di geopotere che ha fatto roteare come una cima impazzita la Fondazione, il Ministero della Cultura e i suoi poco fidi funzionari, una figura con nome mitologico (Buttafuoco… buttafuoco) e le Sirene Morali della Commissione per il premio, Bibi e Putin, l’ormai dolente Meloni stessa… insomma tutto questo dentro questa barca con solo cinque persone sopra –non prendendo il wifi poi– diventa come un gruppo di nuvole grigie che vedi lontantissime all’orizzonte, dentro un cielo pulito. Qui sopra si vive un momento di presenza-assenza formidabile. Il lavoro si chiama Pro tempore. È un’avventura, un’impresa che Luca Vitone ha immaginato a partire da ricordi sulla figura di Napoleone accumulati durante l’infanzia, che per fortuna non l’ha mai abbandonato. Ha immaginato un viaggio a vela (e a motore) tra due luoghi di esilio del Grande Corso: quello dell’Isola d’Elba (1814-15, dopo la disfatta di Russia) e quello finale (dopo la disfatta di Waterloo, dalla fine del 1815 fino al 5 Maggio 1821, “compleanno” cascato pochi giorni fa). Il lavoro di Vitone –come nel precedente Romanistan– è di fatto un film, lungo, giocato insieme alla fedele collaborazione con Elvio Manuzzi come uomo di cinema. Si chiama Pro tempore e già questo dice tutto. Parla di quella piega spaziotemporale dove si apre un momento di vuoto, di sospensione e ovviamente di mancanza di potere, abdicato, dismesso, strappato via. Che succede dentro questa intercapedine? Che in realtà è sostituita da un altro potere, perché l’horror vacui non c’è in questi casi? Dentro queste attese, e in quella della morte in particolare, ma in luoghi ameni? Che succede se si traccia una linea tra quell’isola mediterranea e quella africana, subequatoriale, e si fa quel viaggio per davvero? Con poche tappe. Questo si compiendo qui sopra. Mentre si naviga quasi in continuazione, si dorme, si sgranocchia muesli di Carrefour, frutta incerata, ci si fa vedere con giacche veloche HH, Musto, Slam, per coprirsi di sera, si guarda il monitor che ogni tanto crea il fumetto di collisioni possibili.. Portoferraio è interessante, un luogo pieno di piccoli bastioni che ben conserva la memoria del Nostro. Mahon a Minorca è un porto un pò spettrale in questa stagione, la parte lungo la banchina è semiandata, quella superiore ha reminescenze western-spaghetti niente male. Impongo un bagno a Ibiza, che abbiamo costeggiato e pure ammirato nella nostra ignoranza. Come fossi Walter Siti, osservo giovanotti palestrati provarci con squinzie con la solita marcetta Eurotrash sotto. Di notte appaiono grumi di isolette bellissime, luoghi misteriosi, una vita di villeggiatura che manco sappiamo cosa sia. Dobbiamo trottare. Ci aspetta a Gibilterra il tecnico di Starlink che deve installare tutto per consertirci di affrontare con meno panico l’Atlantico. È lunga questa faccenda, dove il tempo sembra gomma. E le settimane diventano palline di niente apparente. Ecco la sostituzione del tempo con un altro tempo, un tempo che ha su noi cinque come dei poteri taumaturgici che non capiamo ancora.
Quelli che io chiamo i sussidiari, i libri di storia che l’artista si è portato dietro, si rivelano laghi meravigliosi di vicende umane che diventano –nell’allucinazione del viaggio– anche le nostre. Il facitore di questa avventura è anch’egli Prometeico come Bonaparte (“Io, Luca Vitone” era del resto il rivelatorio titolo della sua retrospettiva di qualche anno fa, al PAC di Milano?). E soprattutto perché Bruno, il capitano, ha spesso quell’indecifrabile ghigno beffardo che potrebbe voler dire tutto?

